D’accordo, di te non abbiamo le idee molto chiare.
C’è chi dice che tutto peggiora, chi sostiene un perenne progresso;
chi predice la fine del mondo, chi ritiene sia qui tutto adesso;
c’è chi dice che tutto ritorna, chi ci spera, chi ne ha paura,
c’è chi cerca là in fondo un(a) fine, chi si appella a un oscuro destino.
Nel frattempo si vive, si va. Perché, permettimi, cara storia, senza offesa, sei un po’ arrogante: te ne vai senza neanche guardare, non ti fermi a dar spiegazioni.
Già, spiegazioni.
Era questo che cercavo scrivendo. Spiegazioni anzitutto a me stesso.
Quando fermando il tempo coltivavo la presunzione di individuare in te un senso, inconsapevole della tua vera bellezza.
Vagando in giro per il mondo, facendo lo slalom tra i tuoi infiniti cambiamenti, provavo a far luce tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, inseguendo la mia voglia di vita, nostalgia di stelle.
Intuivo qualcosa contemplando l’amicizia, dopo uno spettacolo di giornata, oppure nell’abbaglio di un lampo di luce, nello specchio di un sogno. Ma nonostante i miei tentativi ogni volta, là in fondo, non si voleva levare di mezzo quel maledetto punto di domanda.
Ho cercato di cambiare, non potendo sopportare di rimanere un attore senza palcoscenico.
Sballottato un giorno sulla terra, dieci anni nel mare, mi sono detto “continua a sognare e arriverà il giorno in cui, dopotutto, troverai quello che cerchi, sorgerà un mondo nuovo!”
Così ho continuato, ho vagato sulla terra, cercando e scrivendo, aspettando quel giorno.
Ma dopo l’ennesima delusione, cara storia, ho ceduto. Che senso aveva andare ancora avanti? Cosa potevo ancora voler comunicare scrivendo? Su di te c’è troppa confusione; sei inafferrabile, non ti si può incasellare. Sei arrogante, non ti fermi a spiegare. Per questo fai paura e la paura non avevo il coraggio di scriverla. Meglio fermarsi, accontentarsi e, interpellato, dire soltanto “Come va?””Tutt’apposto”.
Mi sono arreso, ho represso il desiderio di capirci qualcosa di te, ho gettato la spugna, volevo solo andare lontano.
Ed è qui che ti ringrazio, cara storia. Sì, perché è così che ho compreso che ero pazzo!
Ero pazzo a pretendere di svelare ciò che nessuno conosce.
Ero pazzo a volermi mettere al posto di chi da le carte.
Ero pazzo, perché ti trattavo come un film. Un film complesso, ben costruito, con un cast d’eccezione e un regista straordinario. Ma pur sempre un film.
E invece tu sei realtà, sei vera, sei autentica.
Non ti pieghi al miglior lieto fine e, cosa straordinaria, nemmeno alla peggiore tragedia.
Tu vai avanti, tu solo sai come, tu solo sai verso dove.
E cosa chiedi a noi che in te siamo immersi? Che in te viviamo, ci muoviamo ed esistiamo?
Non chiedi altro che fermarci e contemplarti. Non come chi vuole chiuderti in facili schemi, ma come chi vuole solo cogliere la tua bellezza. Ed allora, ecco, che scopro: non sei arrogante! Sei solo fiera nella tua dignità, che non permetti ad alcuno di schematizzare. Non ti fermi a spiegare, ma, nel tuo svilupparti lasci tracce di qualcosa che mai nessuno potrà possedere, ma che in te esiste da sempre. Tracce di ciò per cui dire grazie.
Ed allora, perché no! Ricominciamo!
Mi ero arreso alla tua arroganza, affacciatoalla finestra, in una sera di pioggia. Ti ho scoperto che mi chiedevi fiducia, ed è per questo che torno a guardarti e riprovo a scrivere. Non per tentare di  rinchiuderti in nuovi schemi, ma per lasciar risuonare, in me e in chi mi legge, ciò che mi sveli, giorno dopo giorno.