Mentre scrivo è in corso la chiama della prima votazione per l’elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. Il nome è quello di Franco Marini (vedremo se riuscirà a ottenere i voti necessari), su questo nome si sta consumando la spaccatura del centrosinistra e dello stesso Partito democratico, che peraltro è stato il promotore di questa candidatura. Da una parte e dall’altra di queste due posizioni vedo preoccupazioni legittime, che risultano però difficilmente tra loro conciliabili, insieme a possibili sospetti, altrettanto difficili da fugare.
Sul fronte di chi ha proposto e appoggia Marini la preoccupazione legittima che vedo è quella di una condivisione il più ampia possibile nella scelta del Capo dello Stato, per il suo ruolo sopra le parti, soprattutto all’interno di un contesto politico così profondamente scosso da divisioni. Possiamo permetterci un Presidente della Repubblica che venga misconosciuto da una parte del parlamento, qualunque essa sia (e nel contesto attuale, purtroppo, questo avverrebbe!)? Non credo.
Il sospetto invece è quello su una classe dirigente ormai incapace di tenere insieme il proprio partito e che si appoggia agli avversari pur di non considerare l’ipotesi di lasciare spazio ad altri. Non è un sospetto da poco.
Sul versante di chi nel centrosinistra ha scelto invece di dissociarsi dalla candidatura di Marini vedo diverse legittime preoccupazioni. C’è la preoccupazione di chi teme il risvolto elettorale di un accordo (che riguarda solo la scelta del Presidente della Repubblica?) con Berlusconi (non tanto con il centrodestra, il problema è lui!), preoccupazione forse poco nobile, ma d’altra parte la politica di rappresentanza non può non confrontarsi col consenso popolare e col mandato degli elettori, che in questo caso è inequivocabile. C’è la preoccupazione di chi vede in questa scelta un’operazione poco trasparente da parte del Partito democratico, nella persona di Marini (bocciato dagli elettori in Abruzzo) e nelle trattative che hanno portato a questa candidatura (volte a salvare una certa classe dirigente?). C’è la preoccupazione, o forse meglio, l’amarezza, di chi vede in questa scelta la fine di un percorso condiviso all’interno del centrosinistra e del Partito democratico, vedendone compromessa definitivamente l’unità.
I sospetti? Tanti: da quello di una lotta condotta internamente ad un partito incapace di fermarsi nemmeno di fronte ad una scelta così importante, sulla quale è auspicabile un consenso ampio; a quello di una incapacità di vedere Berlusconi come avversario politico e non come nemico da contrastare senza se senza ma (nonostante riconosca personalmente l’oggettiva difficoltà di affrontare il tema in questi termini); a quello di un bieco (non più legittimo perché antecedente il bene del paese) calcolo politico in termini elettorali, nella misura in cui, al momento, potrebbe anche accadere che si torni a votare tra meno di tre mesi.
Due dati vedo significativi:
1.       L’importanza di una scelta condivisa per il ruolo di Presidente della Repubblica, e, se così è, nonostante tutto, ben venga Franco Marini!
2.       La realtà di un Partito democratico fatto di persone che non sanno più decidere per il bene di tutti al suo interno, incapaci di un confronto e di una condivisione interna nemmeno su un tema così decisivo. È la morte del progetto di un partito che non vuole tendere all’omologazione di tutti i suoi componenti ma che accetta la sussistenza di diverse posizioni interne.
Come andrà a finire?