Don Matteo non era un grande trascinatore. Don Matteo era piuttosto riflessivo e pacato. Don Matteo aveva un chiodo fisso. Don Matteo non sopportava le cose fatte per inerzia, le cose fatte perché si sono sempre fatte, le cose fatte senza un senso.

Così per quella sera si era preparato accuratamente, aveva molto riflettuto prima di decidere cosa dire, e alla fine ciò che aveva prodotto lo soddisfaceva per davvero! Tutto speranzoso si sedette al suo posto nella squallida auletta dove dai tempi di don Luigino si teneva il consiglio dell’oratorio e nella quale erano conservati tutti i verbali delle sedute dal 1957. Dopo la breve preghierina iniziale prese la parola.

«Bene, all’ordine del giorno abbiamo la festa dell’oratorio»

L’eccitazione di tutti era palpabile. C’era il Piero, l’addetto alle salamelle, con lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi luccicanti, già pregustando l’odore della griglia; il Franco, indiscusso padrone della cucina, faceva andare impazienti le cinque dita della mano a tamburello sul bel pancione; la Teresa, il terrore di chiunque osasse gettare a terra qualsiasi cartaccia, era come sempre rigida e immobile con lo sguardo torvo, ma le si poteva leggere l’accenno di un sorriso all’estremità destra della bocca.

«Prima di decidere cosa concretamente fare volevo provare a capire meglio con voi il senso da dare a questa festa, decidere insieme gli obiettivi, anche rispetto al tema della diocesi…»

«Cusa l’è ch’al diset?», chiese urlando la Maria Piera, monarca assoluto del baretto ma ormai completamente sorda, all’orecchio della Pia, una donnona sulla settantina della quale gli annali riportano il guinness di non essere mai stata vista in oratorio senza lo spazzolone in mano. Questa, piuttosto infastidita per l’interruzione si voltò con decisione dall’altra parte.

«Io pensavo che, visto il tema dell’anno – continuò don Matteo – potremmo provare a pensare a qualcosa di un po’ diverso dal solito…».

A quelle parole l’eccitazione di tutti si spense. «Uff, ogni volta a cercare novità…», bofonchiò tra sé e sé il Luigi, un ometto magro magro, che viveva in simbiosi con il campo da calcio. «Perché ogni volta ci tocca di ascoltare la predica, prima di decidere se fare le salamelle o le costine?», sussurrò impertinente la Gianfranca.

Don Matteo non si lasciò distrarre e proseguì per la sua strada. Spiegò il significato che vedeva nella festa dell’oratorio, il taglio che si poteva dare alle iniziative, le ragioni per compiere alcune scelte, i riferimenti evangelici che le motivavano, arrivando perfino a citare Papa Francesco e le sue raccomandazioni. Ma don Matteo non era uno di quei preti che vogliono decidere tutto da soli, cercava in ogni modo di rendere condivise e partecipate le decisioni. Di tanto in tanto si fermava, chiedeva ai vari Luigi, Franco, Teresa e Maria Piera cosa ne pensassero. Salvo poi dover a malincuore proseguire da solo la dissertazione di fronte ai loro occhi vitrei.

Dopo trentacinque minuti di soliloquio, interrotto solo da qualche pausa di silenzio, qualche sbuffo qua e là e lo sgradevole rumore della Pia intenta a tenere a bada il troppo catarro, don Matteo si fermò. «Dunque?» chiese rivolto a tutti.

«Allora – disse il Piero prendendo la parola – per la griglia abbiamo già ordinato le salamelle, le patatine abbiamo aspettato a comprarle perché nel freezer in garage ci sono ancora i gelati avanzati dall’estivo, la Maria Piera doveva portarli alla Caritas da mesi ma sono ancora lì». La fulminò con lo sguardo ma quella, non capendo, si affrettò a chiedere lumi alla sempre più infastidita Pia. «Per quanto riguarda la cucina – prese a dire il Franco – stavamo valutando se tenere i prezzi dell’anno scorso oppure se…»

Don Matteo smise di ascoltare. Abbassò gli occhi a terra. Poi li rialzò fissando il crocifisso appeso alla parete di fronte a lui.