Don Matteo era molto affascinato da Papa Francesco. Non tanto per i baci ai bambini, le ore passate a salutare la gente, il sorriso che faceva sussultare di nostalgia tutte le signore della messa delle sette, che, quando venivano da lui a confessare i peccati del marito e delle nuore, inesorabilmente, prima o poi, con gli occhi luccicanti, cacciavano dentro una frase del tipo: “mi ricorda tanto papa Giovanni!”. No, don Matteo rimaneva affascinato da quel monito che più volte Papa Francesco aveva ripetuto: “dovete uscire, non dovete rimanere chiusi nei vostri ambienti, dovete parlare al mondo, dovete dare la priorità ai poveri, dovete rinnovare lo slancio missionario vincendo la tiepidezza e la mediocrità che spesso caratterizzano le parrocchie”. Aveva passato tanto tempo a chiedersi come si poteva fare, come davvero dare uno slancio nuovo alla vita della sua parrocchia, come trasformare l’oratorio in una casa accogliente, ma insieme in un luogo da cui partire per portare il vangelo di fuori…

Era così affascinato che non riusciva a non parlarne con chi incontrava. Ne aveva parlato con il parroco, ma aveva avuto l’impressione che, seduto davanti alla sua scrivania del settecento, non condividesse il suo stesso entusiasmo. Ne aveva parlato con le catechiste, che invece sembravano tutte eccitate all’idea che finalmente ci fosse qualche novità, salvo poi tornarsene subito al proprio allibito lamento quotidiano una volta annusata l’idea che era in discussione anche il modo di fare catechismo che aveva loro insegnato don Luigino. Ne aveva parlato con un po’ di giovani, ma, salvo qualcuno, aveva l’impressione che non avessero ben capito cosa significasse che bisogna andare fuori: in fondo vivevano già fuori dall’oratorio per il 90% del loro tempo e comunque non è che avessero voglia di sbattersi più di tanto.

Quel pomeriggio, scendendo nel bar dell’oratorio, sentì che vi era in atto una discussione molto accesa. Da una parte la Teresa e la Gianfranca agitatissime perché nel barattolo delle caramelle a forma di ciliegia mancavano all’appello ben quattro bomboni. Dall’altra il Franco e il Luigi che le accusavano di non aver serrato nel modo giusto la porta la sera prima e che quindi la colpa delle caramelle mancanti era solamente loro.

«La catena deve fare due giri, altrimenti la porta si apre» urlava furibondo il Franco.

«E la serratura deva fare due scatti, se no scassinarla è un gioco da ragazzi» rincarava la dose il Luigi.

«Ma quale scassinare e scassinare?!?!» fece la Teresa col suo inconfondibile accento campano «Sulla porta  neanche un graffio c’è!»

«Sono sicura che sono stati quei ragazzacci» la interruppe la Gianfranca «quei lì col motorino che’l fumen tutt’al dì e dicono le bestemmie! Se c’era don Luigino prendevano tante di quelle legnate…”

A quel punto don Matteo non riuscì più a trattenersi e intervenne.

«Ma Gianfranca, ti rendi conto di quello che dici?»

Tutti e quattro si girarono di scatto con la faccia a metà tra lo stupito e l’arrabbiato.

«Don Matteo!!! C’hanno rubato le caramelle!!!» Urlò la Teresa.

Lui non se ne curò e, sempre rivolto alla Gianfranca continuò a dire:

«Gianfranca, noi dobbiamo accoglierli quei ragazzi! Dobbiamo prenderci cura di loro! Papa Francesco ce lo dice in continuazione, dobbiamo rivolgerci a tutti ed essere disponibili con tutti. La Chiesa deve essere aperta, la Chiesa deve portare il vangelo anche a loro! La Chiesa non può cacciare via questi ragazzi, anche se fossero dei delinquenti!».

«Ha ragione Padre» lo interruppe il Luigi «La Chiesa deve essere accogliente! …ma qui siamo l’oratorio!».