Non mi ero sbagliato. Ieri quando ho visto su facebook l’intervista al ragazzo, definito un black bloc, avevo avuto l’impressione che con ideologie e centri sociali quel ragazzo c’entrasse ben poco. Ne ho avuto la conferma oggi leggendo l’intervista al papà di questo ragazzo sul Corriere.

Una famiglia normale di un piccolo paese a sud di Milano. Studente di un liceo di Pavia. Amante del rap. Due genitori che al vedere quell’intervista hanno avuto la stessa reazione che abbiamo avuto tutti noi e che oggi si chiedono dove hanno sbagliato.

La vicenda non può lasciare indifferenti. Se si fosse trattato di un attivista dei centri sociali, fiero della sua appartenenza, combattivo nel difendere pur nella loro assurdità le sue idee, avremmo potuto starcene tranquilli e relegare il problema a quelle aree malate della società, che sempre ci sono state e sempre ci saranno, che in definitiva non ci toccano più di tanto.

Ma qui si tratta di un ragazzo normale. Di un ragazzo come tanti che ogni mattina prende il pullman per andare a scuola con la musica nelle orecchie, che abita e frequenta gli stessi ambienti della maggior parte dei suoi coetanei. Non viene da chissà quali bassifondi e chissà quali disagi. Viene da quella normalità che ci accomuna tutti. In provincia di Milano. In Lombardia.

Non è figlio di altri. È figlio nostro. Figlio di quella società che ciascuno di noi contribuisce a costruire ogni giorno. “Dove abbiamo sbagliato?” è la domanda che deve porsi ognuno di noi. Perché, se è un ragazzo normale, al suo posto poteva esserci mio figlio, il figlio del mio vicino di casa, il ragazzo che prende con me il treno ogni mattina…

Dove abbiamo sbagliato? Dove stiamo sbagliando? Cosa fa si che una persona normale porti dentro di sé tutta quella rabbia, tutta quella violenza pronta ad esplodere? Come è possibile che dalle nostre scuole esca questa ignoranza? Come è possibile che ci si accorga di una situazione tanto drammatica solo quando viene spiattellata in prima pagina o sui social?

Abbiamo il coraggio di porci queste domande! Di porle ognuno a sé stesso! Non lasciamo che l’unica nostra risposta sia un “coglione!” o un “non meriti di vivere” scritto su una  bacheca di facebook. Non ci facciamo una bella figura e soprattutto non serve a niente. Proviamo a reagire, a reagire davvero a tutto questo. Che significa mettere in discussione le nostre certezze, le nostre sicurezze; smetterla di considerare i problemi sempre problemi di altri e iniziare a metterci in gioco.

È nostro figlio quel ragazzo. Tocca a noi rispondere di lui. Tocca a noi capire dove abbiamo sbagliato.