L’apertura del Sinodo generale sulla famiglia è stata accompagnata da un’attenzione mediatica decisamente alta. Giornali di ogni colore e orientamento riportano in questi giorni, ciascuno secondo la prospettiva che gli è propria, interpretazioni, analisi, retroscena. Si possono così leggere le paure di chi teme il venir meno dell’ortodossia cattolica; le aspettative di chi sogna una Chiesa finalmente pronta a ricredersi su divorzio, contraccezione, omosessualità; le pressioni più o meno limpide di chi tenta di creare consenso intorno all’una o all’altra convinzione…

Ciò che appare evidente leggendo molte di queste ricostruzioni è da una parte la distanza rispetto a una prospettiva autenticamente cristiana ed ecclesiale, dall’altra la semplificazione, tendente alla banalizzazione, spesso imposta alla realtà dalla narrazione mediatica. Niente di sconvolgente, niente di non prevedibile. I media fanno il loro mestiere e sarebbe ingenuo pretendere diversamente.

In questo contesto però sono due i pericoli che da cristiani rischiamo di correre. Il primo è di prendere per buona l’una o l’altra interpretazione e farla diventare la nostra posizione. È un rischio perché se per i media è tutto sommato lecito utilizzare i criteri di valutazione più disparati, per un cristiano così non può essere; tanto più se si sta parlando di un evento prettamente ecclesiale quale è il Sinodo. Il secondo invece è di rimanercene sostanzialmente indifferenti ed inerti di fronte al vociare mediatico, convinti che in fondo non ci riguardi. Credo non sia così. Credo che questa grande attenzione sul Sinodo debba interpellarci. Debba stimolarci a formulare e far sentire la voce di un pensiero credente su questo avvenimento. E credo che questo debba riguardare ogni cristiano, ciascuno di noi che semplicemente andiamo a messa la domenica o poco più. Noi, Popolo di Dio, uomini e donne che col battesimo abbiamo ricevuto in dono quelsensus fidei per il quale ci è data la capacità di comprendere in ciò che accade la direzione verso cui soffia il vento dello Spirito.

A fronte di tutte le semplificazioni mediatiche sta a noi portare, lì dove viviamo, la testimonianza di cosa davvero rappresenta, cristianamente ed ecclesialmente, questo importante momento di Chiesa. Sta a noi far capire che il Sinodo non è un parlamento dove si portano avanti a maggioranza le proprie istanze, ma un luogo di discernimento, nel quale ci si mette in ascolto l’uno dell’altro, cercando di intuire ciò che lo Spirito suggerisce; che i padri sinodali non sono politicanti che trattano nell’ombra per consolidare lobbistiche maggioranze, ma uomini di fede, preoccupati di interpretare autenticamente i segni dei tempi e compiere insieme scelte capaci di favorire oggi l’incontro tra Cristo e ogni uomo, qualunque sia la condizione in cui si ritrovi; che in gioco non c’è lo scontro ideologico tra chi vuol dare la comunione ai divorziati risposati e chi no, ma un confronto sincero su come tenere insieme la verità e la misericordia, la grandezza della vocazione all’amore sognata per l’uomo da Dio con la fragilità e le contraddizioni che segnano storicità umana; che alla fine non sarà da festeggiare la vittoria dei progressisti o quella dei conservatori, ma una Chiesa più capace e più consapevole di come vivere e annunciare il Vangelo oggi ad ogni persona.

Perché nel mondo si percepisca l’autentica portata di ciò che il Sinodo rappresenta è necessario che al racconto mediatico faccia da contraltare uno sguardo credente. Uno sguardo carico di fiducia nello Spirito e affetto per la Chiesa. Uno sguardo che è compito nostro e non di altri far risplendere.

Articolo scritto e pubblicato su Vinonuovo.it