Azzardarsi a scrivere ancora su Expo, dopo sei mesi di esposizione, anni di preparazione e fiumi di inchiostro di ogni colore, è quantomeno rischioso. Si fatica a non cadere nel ripetitivo, nel già detto. Soprattutto non è facile proporre qualcosa di incisivo, capace cioè di non venir subito liquidato come propaganda del partito dei favorevoli ad Expo o dei contrari, ma di suscitare una riflessione.
Ci provo svincolandomi dagli estremi. Credo anzitutto che Expo sia stata un’esperienza positiva, non solo per il grande successo che ha avuto in termini di partecipazione, ma anche e soprattutto perché è riuscito realmente a mettere al centro una questione di così grande importanza quale il cibo e la nutrizione. Ciò detto mi chiedo: rispetto alla capacità di incidere e sensibilizzare sul tema, che vedo come l’aspetto più rilevante dell’esposizione universale se non la si vuole ridurre ad una grande fiera redditizia, si poteva fare di più? A mio parare sì.
È indubbio che grazie ad Expo si siano sviluppate molteplici iniziative realmente efficaci da questo punto di vista, e in questo senso non è da sottovalutare il ruolo che potrà avere il dopo-expo, nonostante appaia ancora piuttosto indecifrabile. La mia domanda non riguarda quello che è sorto o sorgerà attorno ad Expo ma l’evento preso in sé stesso, gli un milione e centomila metri quadrati tra cardo e decumano, unica interfaccia con l’esposizione per la stragrande maggioranza delle persone che vi hanno preso parte.
Si poteva osare di più affinché chi ha partecipato ad Expo semplicemente facendo visita ai padiglioni di Rho incrociasse maggiormente le provocazioni che pone un tema come “nutrire il pianeta”?
Un cedimento rispetto alla logica di massimizzare il consenso intorno all’evento rendendolo leggero e fruibile da chiunque, indipendentemente dalla disposizione a mettersi in discussione, credo qui ci sia stato. Non per motivazioni in sé stesse sbagliate. Era importante che Expo fosse una festa affollata, capace di rivolgersi ad un pubblico vasto, internazionale.
Il rammarico però è che, fuori dai tornelli, si parlava di quanto erano buone le patatine del Belgio e quanto fosse lunga la fila del Giappone. Si tornava a casa con le gambe in frantumi ma tutto sommato soddisfatti, sia che fossimo dei terzomondisti incalliti, sia estremisti della globalizzazione. Era davvero ingenuo e impossibile non dico mandare un messaggio più univoco, ma quantomeno riuscire a provocare una discussione, pensare di suscitare interrogativi, provare a destabilizzare chi è ancora convinto che preoccuparsi di questi temi sia sempre compito di qualcun altro?
Questo mi sarebbe piaciuto vedere una volta varcati i cancelli: gente che litiga e si infervora perché spronata a confrontarsi sugli squilibri di un pianeta dove ancora troppa gente muore di fame, troppi diritti vengono calpestati, troppi habitat non vengono rispettati. È un tema drammatico “nutrire il pianeta”. Per tanti è stata solo una festa. Senza preconcetti e ideologie pongo la domanda: potevamo fare di più?