Il 25 marzo è stato un giorno quanto mai significativo per le due maggiori città italiane: la commemorazione dei sessant’anni del Trattato di Roma nella capitale da una parte, e la visita di papa Francesco a Milano dall’altra.

C’è un contrasto che mi è balenato evidente guardando i servizi dei TG sui due eventi: quello tra la sfilata in pompa magna di tutti i capi di stato europei in Campidoglio, e un capo di stato, il papa, che si reca nelle periferie e nelle carceri della metropoli ambrosiana.

Senza alcun giudizio, per carità: il cerimoniale e il protocollo in occasione dei vertici internazionali è necessario. Tuttavia, oltre la forma, come sempre si nasconde la sostanza.

La parata dei leader è, come d’obbligo, lontano dalla gente; che manifesta, a favore o contro l’Europa unita in aree ben distanti e compartimentate della città. Francesco invece spende un’intera giornata nell’abbraccio della folla, e soprattutto con chi è più povero e in difficoltà.

Non è difficile mettere in parallelo questa immagine con, da una parte, la percezione diffusa di una politica, e di un’Unione europea in particolare, distante come non mai dalla vita della gente, e, dall’altra, quella altrettanto dominante di un Papa tanto amato perché vicino, chiaro, comprensibile.

Personalmente credo che la politica debba fare tesoro di questa giornata. Se vuole riacquistare credibilità e contatto con le persone, deve imparare da Francesco: decidersi a dare la priorità a chi è più povero, a chi non ce la fa, a chi si sente abbandonato da tutto e da tutti. E questo seriamente. Non con promesse e politiche di facciata volte ad abbindolare qualcuno in vista della prossima campagna elettorale. Nemmeno con gesti simbolici altisonanti ma che puzzano di demagogia. C’è bisogno invece di progetti politici veri che mettano davvero al centro chi è più in difficoltà e i suoi problemi concreti: economici, culturali e sociali. Una politica, e un’Unione europea, che non nei proclami ma con i fatti vadano incontro alle reali esigenze della gente, soprattutto dei più deboli.

Personalmente credo fortemente nella politica, perché ha il grande potere di risolvere i problemi delle persone. Serve però che riparta da chi è più nel bisogno, altrimenti chi è nel bisogno – sempre più persone purtroppo – si rivolgerà altrove, come sta già avvenendo, e la politica diventa distante, burocratica, formale; in sostanza, una cosa inutile, della quale si può anche fare a meno.

E se i poveri, oltre ad essere la salvezza della Chiesa, come ha più volte espresso Francesco, fossero anche la salvezza della politica?

 

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it