DOMENICA DI PASQUA – (Gv 20,1-9)
Un cielo ancora carico di tenebre, sfidate da un lieve chiarore che avanza all’orizzonte. Una donna che non riesce ad aspettare il nuovo giorno. Perché un nuovo giorno così non lo può accattare. Un nuovo giorno senza quello sguardo che aveva cambiato la sua vita per sempre, in un mondo che quello sguardo aveva voluto spegnarlo. Si apre così il racconto del mattino di Pasqua. Il mattino che, per i cristiani, ha cambiato ogni cosa, stravolgendo il volto di Dio e la logica della vita. Il mattino che, dopo l’insensatezza della croce, ha reso nuovamente possibile pronunciare la parola Speranza.
Ci sono molti modi di descrivere la Speranza cristiana che il mattino della Risurrezione ci consegna. Il primo, più comune e immediato, la interpreta come vittoria sulla morte: Gesù risorge mostrando che la morte non è l’ultima parola sulla nostra vita, che esiste una vita futura perché, dopo essere morti, come Gesù risorgeremo ed entreremo nella vita eterna.
Faccio personalmente molta fatica a percepire come significativa e rilevante per la mia vita una speranza che abbia questa fisionomia: sbilanciata sulla vita dopo la morte, rimandata a un altro mondo, a un’altra vita, mentre io è in questo mondo e in questa storia che vivo. Probabilmente questa fatica deriva da un tratto tipico della cultura in cui siamo immersi, che guarda più al presente che al futuro, che teme più la vita che la morte. Se c’è qualcosa che fa paura oggi non è tanto la prospettiva del morire, ma tutta l’incertezza e la fragilità di cui siamo in balia, tutta la violenza insensata che quotidianamente ci viene sbattuta addosso. Ciò di cui andiamo disperatamente alla ricerca è una speranza che allevi la paura di vivere, non quella di morire, che dia senso alla vita, prima che alla morte. Perché dentro una vita senza senso, il desiderio di un’esistenza che prosegua oltre la morte semplicemente non nasce.
Credo sia questo il motivo per cui la Speranza cristiana risulta così poco attraente oggi, riesca così poco a incrociare la sensibilità delle donne e degli uomini del nostro tempo: il suo essere il più delle volte ancora presentata come speranza per la vita dopo la morte. Nell’anno del Giubileo della Speranza credo sia importante porsi la domanda su quale Speranza la fede cristiana rende accessibile all’umanità di oggi. La fede nella Risurrezione dice qualcosa su ciò che sta a cuore alle persone oggi, ossia sulla vita prima che sulla morte? Non perché la Speranza cristiana che salva dalla morte sia meno vera oggi rispetto a ieri, ma perché l’umanità oggi va in cerca di una Speranza e di una Salvezza non per il domani ma per l’oggi.
Credo siano almeno due i segni di Speranza che la fede nella Risurrezione può consegnare alla nostra vita oggi, indipendentemente da quella futura. Il primo segno è uno sguardo: lo sguardo d’amore, compassione e misericordia che Gesù ha rivolto ad ogni persona che ha incontrato nel suo cammino, attraverso il quale ha salvato il cieco, l’adultera, l’indemoniato, il pubblicano. Quello sguardo che non ha smesso di rivolgere nemmeno dalla croce. La croce sembrava aver smentito per sempre ogni legame di Gesù con Dio: se è morto così – concordano tutti, discepoli inclusi – Gesù non aveva nulla a che fare con Dio. La Risurrezione è quell’evento che permette ai discepoli di comprendere ciò che appariva del tutto impensabile: quell’uomo crocifisso è Dio. Sulla croce si mostra in modo definitivo il volto autentico di Dio. È la verità più profonda della fede cristiana, il cuore dell’annuncio della Risurrezione, il kerigma: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). La Risurrezione permette allora di spazzare via ogni possibile immagine di Dio diversa dallo quello sguardo d’amore manifestato da Gesù nella sua vita e sulla croce. Credere nella Risurrezione – credere cioè che quell’uomo crocifisso è Dio – significa aprirsi alla possibilità di ricevere su di sé, oggi, quello stesso sguardo d’amore: guardare alla propria vita e riconoscerla, prima di ogni altra cosa, nel qui e ora della storia, amata, compresa, accolta, desiderata, affermata come preziosa dallo sguardo d’amore di Dio. Significa guardare ad ogni persona e trovare lo stesso sguardo rivolto a ciascuno; e fare nostro quello stesso sguardo, riconoscendo che la verità più profonda di ogni uomo e di ogni donna è il suo essere amato e amabile.
Il secondo segno di Speranza che la Risurrezione ci consegna per il qui e ora della storia è un’immagine, utilizzata da Gesù per descrivere la logica della vita, l’immagine del seme: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Credere nella Risurrezione significa allora credere nella logica del seme, che è diversa dalla logica del successo, della pubblicità, dell’apparenza che domina il nostro mondo. Significa credere che di fronte a tutto ciò che accade nel mondo non siamo spettatori inermi, ma possiamo essere piccoli semi gettati che, in modo inatteso, daranno frutto. Significa smentire il cinismo di chi dice che “tanto non cambia nulla”, “tanto è tutto superfluo” e riporre fiducia nel poco che possiamo fare, che può cambiare il mondo: come un genitore che non smette di abbracciare suo figlio nonostante i titoli del telegiornale non lascino intravvedere spazi di speranza, come un prete che non smette di spezzare il pane nonostante a riceverlo ci siano sempre meno persone, come un insegnante che si ostina a voler comunicare ai propri studenti la bellezza che ha scoperto, come un ricercatore che accetta di proseguire un lavoro che non ha iniziato e che qualcun altro dopo di lui porterà a termine. Come i tanti che, in silenzio, di fronte all’odio e alla guerra, costruiscono ponti, piantano semi di pace. Perché hanno fiducia nella logica del seme, che in modo silenzioso, porta frutto, e sboccia dove meno ce lo saremmo aspettati, fosse anche su una croce.
Come sarebbe diverso il nostro mondo se guardandoci gli uni gli altri vedessimo anzitutto persone amabili e amate; come sarebbe diverso se avessimo davvero fiducia nel poco che è alla nostra portata, nel seme gettato che porterà frutto a suo tempo. Un mondo di risorti in cui sarebbe bello vivere, anche se – per assurdo – una vita oltre la morte non ci fosse.
