Una Messa imprevista, e Dio era racchiuso in un sorriso…

Con l’Epifania si conclude il periodo delle feste e ci si predispone a tornare alla routine quotidiana. Prima di chiudere alberi e presepi negli scatoloni vorrei però rivolgere un ultimo sguardo al dono che questo Natale mi ha consegnato, per aiutare, anzitutto me stesso, a non abbandonarlo troppo in fretta nel cassetto di ciò che ormai appartiene al passato, ma provare a farlo diventare fecondo nella vita di ogni giorno.

Con la mia famiglia, quest’anno, abbiamo trascorso il Natale in montagna. La vigilia l’idea era andare alla Messa di mezzanotte nella chiesa del paese, ma una forte nevicata ha reso impraticabili le strade fino al pomeriggio del giorno successivo. In parrocchia non erano previste celebrazioni serali. Abbiamo cercato online ed è saltata fuori una Messa alle ore 20.00 della sera di Natale in un paesino poco distante, dove non eravamo mai stati.

Stanchi per la giornata ormai al termine, ci siamo messi in viaggio, e dopo mezz’ora di macchina, infreddoliti per il vento e la neve, abbiamo varcato la porta della chiesina. Sarà stato il contrasto fra il freddo fuori e il tepore dentro la chiesa, fatto sta che una sensazione di calore e accoglienza ci ha subito pervaso. All’interno poche file di panche e il tipico altare di legno dorato delle chiese di montagna. Al centro, ad accoglierci, un grande Gesù bambino con le braccia spalancate. Poi è iniziata la celebrazione. E siamo rimasti incantati.

Un piccolo coro, semplice ma curato, cantava a più voci, accompagnato da un organetto, i tipici canti della tradizione di Natale. Il prete, più volte, durante la celebrazione, alzava lo sguardo, e sorrideva… guardando verso il coro o verso i bambini, che all’inizio della Messa non c’era modo di tenere fermi e alla fine non riuscivano a tenere gli occhi aperti per la stanchezza. Un’omelia semplice, a ricordare, senza filosofia e retorica, che il Natale è riconoscere Dio in un bambino. E poi, come sempre ma, se possibile, più consistente del solito, il pane spezzato, il calice alzato, corpo e sangue di quel neonato divenuto il crocifisso, offerta che, nella fragranza di un’ostia, qui, oggi, ci raggiunge e nutre.

Un profumo di vin brulé ci ha accompagnato all’uscita. Un parrocchiano vestito da Babbo Natale, con un’asina visibilmente incinta, distribuiva a tutti i bambini piccoli sacchetti trasparenti, preparati con cura, contenenti caramelle, noccioline e mandarini. Le signore che offrivano the e panettone sorridevano con una gioia genuina, a noi, che eravamo lì per caso, estranei a quella comunità, facendoci sentire accolti in un modo del tutto gratuito e inatteso.

Sono tornato a casa con la percezione chiara, epidermica, di aver fatto esperienza di qualcosa di grande, nella sua più assoluta semplicità. Qualcosa di autentico, di vero, di profondamente umano. Una bellezza umile e silenziosa, capace di scaldare e illuminare l’anima. E da frequentatore della teologia quale sono, abituato ad analisi, interpretazioni, riflessioni, mi sono chiesto se il problema della Chiesa e dei cristiani oggi non sia forse quello di aver troppe volte trasformato la fede in qualcosa su cui discutere e ragionare; trascurando di incarnarla, ogni giorno, nella semplicità di un sorriso, nella spontaneità di un gesto che accoglie e fa sentire a casa; bellezza genuina e silenziosa che diventa dono prezioso per chi la incontra. E mi sono detto che forse, se le nostre comunità cristiane fossero semplicemente luoghi in cui, nella gratuità, si sorride, si accoglie, si canta; se il nostro parlare di Dio si limitasse a indicarlo in un bambino appena nato, in un pane spezzato, in un uomo sofferente; senza pretese, senza coprire queste evidenze semplici e concrete di attributi teologici, economie salvifiche e attese escatologiche; forse allora, davvero, i cristiani sarebbero ancora un dono per l’umanità oggi.

Articolo pubblicato su VinoNuovo.it

Quella parola di Francesco che ha cambiato il mio sguardo

C’è una parola, un concetto di Papa Francesco che, mi rendo conto, ha segnato in modo indelebile il mio modo di pensare, come una goccia che a poco a poco scava la pietra e plasma tutto in una forma nuova. È uno dei principi indicati nella Evangelii Gaudium, il testo che più mi è rimasto impresso di Francesco, che afferma: la realtà è superiore all’idea. Francesco esplicita questo concetto in tre brevi paragrafi (EG 231-233) nei quali tra la realtà e l’idea, sempre in tensione tra loro, dà priorità alla realtà, a ciò che è, prima di ciò che dovrebbe essere. Questo, dal mio punto di vista, cambia tutto: chiede un’adesione senza scappatoie alla realtà delle cose nella sua ruvida radicalità, ma insieme – e questa è stata per me la scoperta più sorprendente – dischiude una prospettiva carica di Speranza.

Dare priorità alla realtà rispetto all’idea è un principio radicalmente evangelico. È l’approccio che in primis Gesù ha fatto proprio. In ogni incontro, in ogni sguardo, Gesù ha sempre anzitutto accolto l’altro così com’era, mettendo prima la compassione del giudizio. Giudicare significa guardare il mondo dando priorità alla propria idea: se la realtà non corrisponde all’idea scatta il giudizio negativo e la contrapposizione. Dare priorità alla realtà significa sospendere il giudizio, accogliere, dare fiducia, indipendentemente da chi ci si trova davanti. È l’atteggiamento che Papa Francesco ha testimoniato in modo straordinario nei suoi dodici anni di pontificato.

Nella prospettiva dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa, dare priorità alla realtà ha significato per me ribaltare la domanda di partenza, che normalmente era: come faccio a condurre chi ho davanti a condividere, apprezzare, considerare rilevante la prospettiva cristiana (cioè la mia idea)? Una logica che dava priorità all’idea – considerata vera e immutabile a prescindere da tutto – e pretendeva fosse unicamente la realtà a piegarsi, a cambiare. Dare priorità alla realtà ha significato per me invertire lo sguardo e riconoscere ciò che, per la verità, è del tutto lampante oggi: il mondo non sa cosa farsene della stragrande maggioranza delle parole che la Chiesa gli rivolge. Le domande a cui la Chiesa pretende di dare risposta, per la maggior parte sono domande che nessuno si pone più, che non incrociano più la vita reale e concreta delle persone. Dare priorità alla realtà ha significato per me cambiare radicalmente la domanda: non chiedermi più come portare altri a condividere la mia idea, ma se c’è qualcosa del messaggio del Vangelo che può essere fecondo oggi. Partire non dal presupposto che il mondo deve aderire alla fede, ma da uno sguardo sulla realtà carico di compassione, che coglie e apprezza le sensibilità profonde e se ne prende cura, attraverso il quale – chi più di Papa Francesco ce lo ha testimoniato? – si rende tangibile e accessibile l’amore di Dio rivolto a ciascuno, così com’è.

Orientare il mio sguardo a considerare la realtà superiore all’idea ha cambiato anche il mio modo di guardare alla Chiesa. La realtà della Chiesa oggi è ancora per lo più quella descritta dal Cardinal Martini in uno dei suoi ultimi interventi: una Chiesa indietro di 200 anni. È evidente a tutti come lo slancio profetico di Francesco sia stato frenato da questa realtà della Chiesa. In questo senso Francesco si è scontrato con il principio che lui stesso aveva indicato: la realtà di una Chiesa indietro di 200 anni è stata superiore alla pur bellissima idea di una Chiesa in uscita, ospedale da campo, povera per i poveri. Ma dare priorità alla realtà rispetto all’idea significa accogliere ed amare anche questa Chiesa, guardando con compassione e affetto alla sua fragilità, alla sua paura di aprirsi al nuovo, al suo chiudersi a riccio per provare a non perdere quel poco che resta. Perché bruciare le tappe, strappare in avanti, significa mettere l’idea davanti alla realtà, quando è della realtà che la fede in Gesù – e il magistero di Francesco –  chiede di prenderci cura.

Infine, considerare la realtà superiore all’idea ha significato per me scoprire una Speranza possibile e inattesa. Se la realtà è superiore all’idea significa che ogni idea sganciata dalla realtà non può avere futuro, è destinata a finire: questo per me è fonte di Speranza, per la Chiesa e per il mondo. La negazione più o meno intenzionale della realtà è uno dei tratti purtroppo distintivi del nostro tempo, una delle maggiori cause di sofferenza e squilibrio. Assistiamo oggi al proliferare di ideologie che negano pezzi di realtà, che provano a piegare la realtà all’idea: dalla negazione del cambiamento climatico alla distorsione della questione migratoria, dalla fatica ad accettare la verità storica quando scomoda al travisamento delle regole dell’economia e della giustizia. Ma tutto ciò che nega la realtà non ha futuro. Certo, quando l’idea è sganciata dalla realtà, un prezzo da pagare c’è e a volte è salato, ma se la realtà è superiore all’idea il futuro appartiene alla realtà. Nessuna ideologia regge alla prova del tempo: è questa la Speranza. La Chiesa del futuro sarà quella avrà trovato la strada per connettersi nuovamente con la realtà, superando i 200 anni di gap, magari proprio riconoscendo a posteriori la profezia insita nel magistero di Papa Francesco; il mondo del futuro sarà quello che avrà smascherato come distorsioni le ideologie di oggi, come oggi quelle di ieri.

Che se poi la realtà più vera di ogni cosa e persona è il suo essere originata, accolta e custodita dallo sguardo d’amore di Dio, come Papa Francesco ha reso evidente a chiunque abbia ascoltato la sua testimonianza, la Speranza resta la prospettiva più vera.

La parabola che abbiamo annacquato perché troppo dirompente

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,1-3.11-32)

Abbiamo un problema con la parabola del “figliol prodigo”: l’abbiamo letta e ascoltata talmente tante volte che non ci provoca più. Certo, resta nell’immaginario di tutti la rappresentazione più nitida e chiara del perdono di Dio, ma quello che all’epoca era un messaggio dirompente, oggi appare quasi scontato, qualcosa di già saputo e che in definitiva dice poco o nulla. Eppure, a ben vedere, il racconto di una delle parabole più belle dei Vangeli, se letto con attenzione, offre spunti ancora oggi dirompenti; talmente tanto che, proprio per questo, forse, abbiamo scelto di dimenticarcene. Provo a sottolinearne alcuni nella speranza che questa parabola torni a sconvolgere, almeno un po’.

Partiamo dal contesto in cui la parabola viene raccontata: Gesù, come in molti altri episodi evangelici, è circondato da quelli che il Vangelo chiama “pubblicani e peccatori”. Se ci soffermiamo a riflettere su questo aspetto dovremmo considerare come allora, se Gesù vivesse ai giorni nostri, lo troveremmo percorrere le strade delle nostre città e fermarsi nelle piazze dello spaccio, nei locali notturni, a tavola con i commercianti di armi, i politici corrotti e gli imprenditori fraudolenti… Insieme ai peggiori. E qui ci può essere già una prima provocazione: com’è che allora nell’immaginario di tutti la Chiesa oggi è il luogo “dei bravi”? Com’è che il messaggio di Gesù è creduto e vissuto prevalentemente da chi vive la dimensione religiosa nella propria vita e così raramente riesce a fare breccia in contesti diversi? A Gesù è accaduto di essere rifiutato dalla religione del suo tempo e di essere riconosciuto da coloro che erano considerati in assoluto i più lontani da Dio. Perché oggi avviene l’opposto?

Credo che ciò che contemporaneamente rendeva il messaggio di Gesù attraente per i lontani e problematico per gli uomini religiosi era l’annuncio di un Dio che ama in modo totalmente gratuito. È quello che emerge dalla parabola del Padre misericordioso: il Padre non cerca di trattenere il figlio minore quando sceglie di andarsene, gli dà tutto ciò che chiede, lo riaccoglie così com’è, senza nemmeno chiedere dove è stato, cosa ha fatto, come ha speso tutto il patrimonio che gli era stato dato… Il Padre incarna un amore radicalmente gratuito, che non chiede nulla e dona tutto. Un amore che scandalosamente non dà a ciascuno ciò che si merita, ma dà tutto a tutti.

Questo tratto dell’amore di Dio spesso lo annacquiamo, perché totalmente ingovernabile. Non è semplice mostrare la differenza tra l’amore di Dio che emerge dalla parabola e quello che spesso abbiamo in mente, perché è sottile, ma allo stesso tempo fa tutta la differenza del mondo. L’amore del Dio di Gesù non cambia a seconda della nostra condotta morale: Dio non ama di più chi si comporta bene e meno chi si comporta male, di più chi va in Chiesa e meno chi non ci va. Ciò che c’è in gioco nelle nostre scelte e azioni è la nostra risposta a questo amore, ma l’amore di Dio resta gratuito e infinito sempre. È questo il tratto sconvolgente e ingovernabile dell’amore di Dio predicato da Gesù, così difficile da accettare: Dio ama indistintamente, allo stesso modo, il femminicida e il buon padre di famiglia, il ladro e il volontario della Caritas, la suora e la prostituta. Era questo messaggio ad essere dirompente, a sciogliere il cuore dei pubblicani e dei peccatori che si accalcano per ascoltare Gesù.

Quello che più di ogni altra cosa faceva la differenza nel modo con il quale Gesù parlava ai peccatori era la totale assenza di giudizio: nella parabola il Padre non esprime alcun giudizio nei confronti del figlio, ama e basta. Nei Vangeli gli unici giudizi che Gesù emette sono contro coloro che hanno la pretesa di mettere limiti all’amore di Dio.  Avere lo stesso sguardo di Gesù – essere cristiani – allora significa questo: guardare a ogni uomo e ogni donna senza giudizio, solo con quella compassione che contraddistingue l’amore di Dio. È su questo che facciamo in assoluto più fatica. Perché spontaneamente siamo portati sempre a mettere al primo posto il giudizio morale sull’altro. Certo, lo sappiamo dai tempi del catechismo che Dio ama e accoglie tutti, ma che di fronte a Dio non vi sia differenza tra la suora e la prostituta suona del tutto stonato ai nostri orecchi.

Sono tanti i modi attraverso i quali, più o meno consapevolmente, abbiamo tentato di ammorbidire la portata dirompente di questo messaggio: ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio nei confronti dei peccatori sia finalizzato alla conversione, sia cioè uno strumento, una tecnica amorevole per raggiungere uno scopo, quando invece è totalmente gratuito: sono pochissimi i peccatori del Vangelo che si convertono, tutti gli altri con ogni probabilità non l’hanno fatto, ma l’amore di Gesù l’hanno ricevuto allo stesso modo. Ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio in qualche modo vada guadagnato, almeno attraverso il pentimento: Dio ti perdona se ti riconosci colpevole e ti umili davanti a lui. Ma anche questo è un modo per provare ad arginare, attraverso una logica di do ut des, la gratuità dell’amore di Dio, mentre, a ben vedere, nella parabola del Padre misericordioso il motivo che spinge il figlio a tornare dal Padre non è assolutamente il pentimento per le proprie azioni, ma un mero calcolo utilitaristico: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”.

Dio ama e basta, ed è la cosa più difficile da accettare, perché totalmente disarmante. Di fronte a Dio non abbiamo meriti da vantare, nessun potere contrattuale, perché la relazione con Dio non è regolata dalla logica dello scambio ma da quella del dono. Vivere come Dio desidera non è un modo per guadagnarsi il favore di Dio ma una risposta d’amore gratuita all’amore gratuito di Dio. Se il nostro impegno è finalizzato a ottenere una qualche forma di “capretto per fare festa” non siamo ancora entrati nella logica di Dio. È quello che il fratello maggiore, e noi con lui, facciamo così fatica ad accettare. Per quanto ci siamo abituati a chiamare Dio col nome di Padre, rischiamo – preferiamo – considerarlo un padrone di cui essere servi. Perché essere servi è molto più semplice: basta seguire alla lettera i comandi del padrone – da quelli morali a quelli liturgici – e ci siamo guadagnati il favore di Dio. Molto più difficile è ricevere su di sé e far proprio lo stesso sguardo di Dio testimoniato da Gesù, che guarda ogni uomo e ogni donna con compassione, senza trattenere, senza giudicare, nella totale gratuità. Che ama e basta.

Repole-Mancuso: il problema è cosa si intende per “Salvezza”

Aggiungo anch’io qualche parola al dibattito tra Roberto Repole e Vito Mancuso, sul quale in molti hanno scritto – non ultimo Stefano Fenaroli qui su Vinonuovo.it – provando a riflettere sulle questioni e tralasciando i giudizi sulle persone.

Mi pare che l’oggetto della discussione, su impulso di Mancuso, si sia spostato dal tema centrale dell’articolo di Repole, ossia il futuro della fede cristiana e della Chiesa a fronte della crisi attuale, a quello dell’esclusività della Salvezza attraverso Gesù Cristo. Questo spostamento nasce, a mio parere, da un fraintendimento da parte di Mancuso (e di Fenaroli): nel suo testo Repole non affronta il tema dell’esclusività della Salvazza cristiana. La frase incriminata – “Io sono cristiano perché credo fermissimamente ciò che dice Pietro nel libro degli Atti: che non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo” – è una citazione (evidentemente fraintendibile) posta a conclusione di un testo la cui tesi fondamentale è che l’adesione a Gesù Cristo permette, ancora oggi, di accedere alla vicinanza di Dio, alla bellezza di una vita buona e umanizzante, e che da qui la Chiesa deve ripartire. Come sottolineato da Maurizio Gronchi nella sua replica a Mancuso, Repole, citando At 4, non può aver voluto dire qualcosa di diverso da quanto il Concilio Vaticano II ha affermato in merito alla Salvezza, aprendola a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (Gaudium et Spes 22). Nessuna affermazione di esclusività dunque. Non è questo quindi, a mio parere, il tema sul quale vale la pena soffermarsi.

La questione vera posta da Repole è la crisi che incontrano la Chiesa e la fede cristiana oggi e come affrontarla, ed è su questo che vorrei spendere qualche parola provando ad approfondire e facendo qualche rilievo alla prospettiva del Vescovo di Torino. Nella sua disamina ciò che Repole individua come causa della situazione attuale è il venir meno di un’adesione convinta e testimoniale a Gesù Cristo da parte dei cristiani: “oggi non mi preoccupa che la Chiesa diventi minoranza, ma che non si percepisca che il Dna della Chiesa è Gesù Cristo”; “io credo che molti cristiani non sentano più l’urgenza o la bellezza di annunciare e testimoniare Gesù Cristo agli altri”. La sua proposta è quindi suscitare un nuovo radicamento in Gesù Cristo per costruire comunità cristiane che, pur se minoritarie, siano presenze significative nella società, per l’umanità. Il passaggio che Repole però non chiarisce – e che a mio parare è decisivo – è il motivo di questo venir meno oggi, anche tra i cristiani, del riferimento a Gesù Cristo. Da cosa è causato? Nel testo afferma di credere che “molti cristiani facciano proprio il nichilismo contemporaneo”, ma perché di fronte al nichilismo la proposta cristiana risulta essere così poco attraente, così poco convincente e competitiva? Perché in un mondo in cui “c’è poca fiducia nella vita e nel futuro, […] una cultura che non offre spiragli di speranza” la fede e la speranza cristiana non riescono ad essere delle risposte credibili? Un tempo senza speranza non dovrebbe essere un terreno fertile per chi si professa portatore di speranza, come i cristiani?

Da questo punto di vista sono d’accordo con quanto afferma Mancuso: “il problema, sia chiaro, non è del mondo, che va per la sua strada, ma del cristianesimo, le cui chiese rimangono vuote”. Il problema non è un mondo in cui “una cosa vale l’altra” ma una proposta cristiana che non riesce a farsi percepire come qualcosa che vale davvero. E qui, secondo me, è decisivo il tema della Salvezza cristiana, di cui tanto si è discusso rispetto all’esclusività, ma della quale né Repole, né Mancuso danno una definizione precisa. La Salvezza è ciò che la fede cristiana offre come possibilità al credente, ciò che Gesù Cristo, morto e risorto, e la fede in lui rendono possibile per i suoi discepoli. In cosa consiste questa Salvezza? Tenendo come riferimento GS 22 potremmo sintetizzare dicendo che Gesù Cristo salva l’uomo dal peccato, dalla morte e, potremmo dire, dalla “separazione con Dio”. Ora, è del tutto evidente come nel contesto attuale l’offerta di Salvezza dal peccato (con tutte le controversie che porta con sé rispetto al tema della grazia, del peccato originale, del sacrificio espiatorio…) e dalla morte risultano essere risposte a domande che non ci sono. Perché – sintetizzando male temi che chiederebbero molto più approfondimento – l’uomo di oggi percepisce come un’ingiustizia l’idea che si nasca già segnati dal peccato; vive il senso di colpa, il pentimento, la richiesta di perdono nel contesto delle relazioni interpersonali, non nel rapporto con Dio; focalizza la sua attenzione e la sua preoccupazione sulla vita concreta di ogni giorno, non su ciò che accadrà dopo la morte; non trova alcun valore in un’esistenza vissuta nel sacrificio o nell’aderire a prescrizioni morali in vista di una vita futura; percepisce come infantile e poco credibile la descrizione dell’aldilà propria dell’immaginario cristiano (giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) preferendovi piuttosto, anche tra i credenti, descrizioni derivate da altri contesti culturali. Questo, prima di essere qualcosa con cui si è più o meno d’accordo, rappresenta un dato di fatto di cui prendere atto. Se la Salvezza cristiana è questo, se ciò che la relazione con Gesù Cristo offre è questo – che è quello che afferma la dottrina cristiana, che si insegna a catechismo, che si ripete nelle formule delle nostre liturgie deserte – è chiaro che il cristianesimo non ha nulla da offrire al mondo di oggi. (Con questo non sto affermando che questi temi debbano essere rimossi o che non siano veri per un credente, ma che qui l’uomo di oggi non trova nulla di interessante e desiderabile per la propria vita).

Questo è il motivo per cui oggi, anche tra i cristiani, viene meno l’adesione a Gesù Cristo, perché ciò che lui offre è associato nella maggioranza dei casi a qualcosa di cui nel contesto odierno non si sente alcuna esigenza. Di questo sembra essere consapevole anche Repole, che non a caso (ma sorprendentemente, a ben vedere) nel suo intervento, quando parla di ciò che Gesù Cristo rende possibile, non fa riferimento alla Salvezza dal peccato o dalla morte, ma alla “consapevolezza che Dio si è fatto vicino”, a un’“etica e a una vita buona che nascono dall’adesione a Gesù Cristo”, al “patrimonio del Vangelo” che motiva l’impegno sociale, la preferenza per i poveri, la lotta contro le ingiustizie… Una prospettiva incentrata sull’oggi, su ciò che di buono e di bello l’uomo Gesù, che la fede cristiana chiama Dio, ci consegna come possibilità di vita. Da questo punto di vista Repole va nella stessa direzione di Mancuso, ossia quella della tanto discussa spiritualità (dove la differenza tra i due permane nel riferimento esplicito ed esclusivo a Gesù Cristo in Repole, che Mancuso integra con altre tradizioni, le quali però, nella sostanza, si muovono nella stessa prospettiva). Coincide questo con il terzo “aspetto” della Salvezza, che ho sinteticamente chiamato “Salvezza dalla separazione con Dio”. GS 22 recita così: “Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato”. In questa prospettiva la Salvezza cristiana consiste nell’essere abitati dallo Spirito di Dio – in questo senso non più separati da Dio –, nell’incontrare e fare proprio l’amore di Dio; quello stesso amore incarnato da Gesù Cristo, così da assumere nella propria vita il suo stesso sguardo, il suo stesso desiderio, i suoi stessi sentimenti. Significa riscoprire nei gesti, negli incontri, nelle parole di Gesù, nella sua tenerezza, nel suo rifiuto dell’ingiustizia, nel suo amare fino alla fine, l’evidenza di una bellezza capace di dare senso alla vita, capace di diventare bussola per gli sguardi e le scelte di ogni giorno.

Questa prospettiva spirituale (della quale ad esempio la teologia di Paolo Gamberini prova a rendere ragione nella prospettiva del post-teismo) è ben lontana dal considerare Dio e lo spirituale “come una realtà amorfa, indistinta, che tutto comprende, […] qualcosa che dovrebbe separarci da questo mondo, da questa realtà, cercando il proprio senso, la propria felicità in un “cielo” spirituale, dove non ci sono più differenze…” come scrive Fenaroli. Dà valore invece a quanto nelle Scritture e nella tradizione cristiana si afferma rispetto all’opera dello Spirito nell’uomo, alla presenza di Dio nel mondo e del mondo in Dio. Non per proporre di vivere al di là del mondo, ma radicati nel mondo, operando guidati dallo Spirito di Dio; non per annullare le differenze ma per affermare ciascuna come manifestazione inevitabilmente finita e parziale dello Spirito. Per rendere accessibile oggi ciò che la tradizione cristiana porta con sé da sempre, ma che è troppo spesso rimasto sepolto dietro una teologia e dei linguaggi che non dicono più nulla.

È a questo livello che la vicenda di Gesù può avere, secondo me – ma anche secondo Repole e Mancuso – ancora qualcosa da offrire all’uomo di oggi, perché viviamo in un mondo in cui “una cosa vale l’altra”, ma dove, soprattutto tra i più giovani, la ricerca di qualcosa che abbia senso è presente e viva, ed è con rassegnazione che vi si rinuncia. Il modo nuovo di essere Chiesa, di aderire e testimoniare Gesù Cristo, di cui parla Repole, non può che passare da qui, avendo il coraggio di ricentrare su questo livello l’annuncio cristiano.

Una precisazione prima di chiudere: è evidente come a questa spiritualità sia possibile giungere a partire da Gesù Cristo (Repole) così come da altre prospettive (Mancuso), coerentemente con quanto affermato da GS 22 riguardo la Salvezza accessibile a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”.

“Cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?”

“Non capisco cosa ci stia ancora a fare la Chiesa nel 2023!”.

È la frase provocatoria che mi sono sentito rivolgere da un mio studente qualche tempo fa (in una forma leggermente più colorita di quella che ho riportato). Lì per lì me la sono cavata con la solita spataffiata sull’“annunciare il Vangelo in ogni tempo”, “permettere l’incontro con Cristo” e altre possibili variazioni sul tema. Una volta però vinta la tentazione di liquidarla semplicemente come esempio di pensiero iperbolico adolescenziale, la provocazione mi è rimasta dentro. E ripensandoci, mi sono reso conto che l’accento non era posto tanto sul ruolo della Chiesa in generale, quanto sul valore, sulla significatività e sensatezza della sua presenza nel contesto odierno. Per come era espressa, potrebbe essere riformulata più o meno così: cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?

Mi è tornata in mente questa domanda leggendo, qualche giorno fa, il messaggio di Mons. Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, in occasione della festa della Madonna di Siponto. Al termine della processione che ha portato la statua di Maria per le vie dalla città, ha pronunciato un discorso che proporrei integralmente in risposta al mio studente, se nel frattempo non si fosse ormai senza dubbio disinteressato della questione.

Ciò che emerge dall’intervento di Mons. Moscone è esattamente il tentativo di indicare un modo di vivere la fede e di essere Chiesa nel qui e ora della storia, incentrato su ciò che la fede e la Chiesa hanno da dire di fecondo per l’oggi. Vale la pena ripercorrerlo, perché troppo spesso, come Chiesa, ci preoccupiamo di fare, senza chiederci se quello che proponiamo sia fecondo, se tocchi davvero qualcosa nella vita concreta delle donne e degli uomini che intercettiamo; accontentandoci molte volte di replicare senza patemi quello che si è sempre fatto, che di questi tempi è già difficile così!

Sono tre le attenzioni che Mons. Moscone suggerisce per edificare una comunità cristiana capace di “sognare una città e Chiesa nuova che generino vita, speranza, futuro”.

– Anzitutto una Chiesa che scelga di portare avanti quello che la tradizione le consegna – nel caso specifico, la festa della Madonna di Siponto – non “a prescindere” (non va bene tutto!), ma a determinate condizioni. “La festa è buona e vera, se…” è il ritornello che scandisce la prima parte del discorso: se rafforza le relazioni, se sa essere occasione per muovere le coscienze, stimolare progetti per la città e la Chiesa, aumentare la responsabilità di ciascuno nel sentirsi tutti cittadini di una sola città, per il bene comune, la legalità… se permette ai cristiani di annunciare il Vangelo e testimoniare la “possibilità di vivere qui e ora le beatitudini”. Niente male come programma per una festa patronale!

– In secondo luogo, una Chiesa che, sull’esempio di “Maria donna del silenzio e dell’ascolto” – come amava definirla don Tonino Bello – sa fare spazio alla parola dell’altro “sia se a parlare è Dio o l’uomo, la trascendenza o la storia”. Una Chiesa capace di riconoscere che “senza ascolto non vi è né scienza, né fede, né autentica vita sociale, non vi è vera democrazia, non si sviluppa la cittadinanza attiva, ma solo delega o indifferenza reciproca”. L’ascolto quindi come atteggiamento ecclesiale primario, a partire dal quale, e non senza il quale, scaturisce tutto il resto.

– Da ultimo, una Chiesa capace di cogliere profeticamente, nella concretezza delle vicende della storia, la voce di Dio a difesa degli ultimi, contro ogni forma di ingiustizia, di sfruttamento, di squilibrio economico, sociale, ambientale. Ma non tramite esortazioni generiche e politicamente corrette, valide ovunque per tutti e quindi rivolte sempre a qualcun altro; soffermando invece lo sguardo sui volti, i nomi, i luoghi, i singoli eventi che hanno segnato la comunità nella sua concretezza. Mons. Moscone non parla genericamente dei poveri, dei migranti, degli scartati: parla di Ibrahim e Queen, di Stefan e Daniel; non accenna banalmente ai “diritti dei lavoratori”, parla concretamente di Caporalato, del 48% di disoccupazione giovanile, delle imprese che chiudono al sud per trasferirsi al nord… Prende sul serio cioè la sfida di guardare con gli occhi del Vangelo la vita vera del popolo a lui affidato, le vicende reali del suo territorio, affinché questo sguardo, ricco di parresia, diventi seme fecondo per un futuro costruito su modello del Regno.

In molti hanno messo in luce come il discorso di Mons. Moscone, pur pronunciato al termine di un momento di preghiera, appaia molto più politico che spirituale, molto più storico che trascendente. Che ci azzecca una processione religiosa con tematiche come il lavoro, la sostenibilità, la legalità? La percezione di trovarci di fronte a una dissonanza però è sintomo di un modo di pensare che evidentemente scinde fede e vita, Vangelo e storia: una fede che in definitiva non interpella l’uomo e il suo agire, ma piuttosto si limita a chiedere a Dio di agire.

Per immaginare una Chiesa feconda e significativa per l’oggi è necessario invece ribaltare lo schema: intendere la fede come ciò che plasma e purifica il pensare e l’agire dell’uomo; vivere il momento della preghiera – la processione – non per implorare l’intervento divino, ma per mettersi in ascolto e lasciarsi orientare il cuore e la mente dallo sguardo d’amore di Dio che lì è possibile (deve essere possibile!) incontrare; cosicché il nostro agire di ogni giorno diventi agire di Dio nella storia.

Ecco, al mio studente oggi risponderei che è questo il motivo per cui, nel 2023, la Chiesa c’è ancora.