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Che ce ne facciamo di un Dio crocifisso?

13 Apr 202510 Gen 2026GCossovich Lascia un commento

DOMENICA DELLE PALME, ANNO C – La Passione secondo Luca (Lc 22,14-23,56)

Sullo sfondo dominano le tenebre. Avanzano, sempre più fitte, fino a riempire tutto di un’ombra angosciante e insensata. Poco importa se al centro della scena si staglia il Calvario, con tre croci conficcate nel terreno grondanti di sangue, o scorrono immagini che, come titoli di telegiornale, da ogni parte del mondo raccontano di guerre, fame, squilibri, distruzione: sul fondale e nel cuore di chi assiste incombe la stessa oscurità.

Il racconto della Passione, che il Vangelo della Domenica delle Palme ogni anno ripropone nella sua interezza, narra la vicenda accaduta a un uomo duemila anni fa – uomo che i cristiani si ostinano a chiamare Dio – ma in quella storia possiamo ritrovare il travaglio dell’umanità di ogni tempo: discussioni infinite su chi è il più grande, l’incomprensione da parte delle persone più vicine e fidate, il tradimento di un amico, gesti d’amore svuotati e trasformati nel loro opposto, la solitudine, l’abbandono… Quanti quotidianamente vivono tutto questo?

Un arresto clandestino, non per una colpa precisa ma perché dava fastidio, mettendo in discussione l’ordine e il potere vigente; un processo farsa, con capi d’accusa inventati, volti a giustificare una condanna predeterminata; una folla chiamata ad esprimersi, condizionata con metodi subdoli affinché assecondi il volere di pochi; un magistrato che invece di fare giustizia condanna l’innocente e mette in libertà il colpevole; un potere che sceglie ciò che conviene invece di quello che è giusto, preferisce una fake news premiata dai sondaggi a una verità impopolare; persone schernite, derise, insultate, oggetto di una violenza gratuita e crudele, picchiate, violentate, uccise senza pietà, senza rimorso, senza alcuna compassione. In quante parti del mondo ogni giorno si rinnova tutto questo?

E poi c’è quella parola, Dio. Il grande assente, nel Vangelo della Passione come nel nostro mondo. Gesù prega, grida, implora, così intensamente da sudare sangue. Ma Dio non risponde. L’ingiustizia, la violenza, la morte attraversate da Gesù avvengono nel più totale silenzio di Dio. Quel Dio nel quale Gesù ha sempre confidato, come un Figlio nel Padre suo, ma che nel momento di maggiore bisogno non c’è. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” grida Gesù un istante prima di morire, nei Vangeli di Marco e Matteo. È solo Luca a provare ad alleviare lo scandalo di un Messia che muore gridando contro Dio, mettendo in bocca a Gesù le parole di un estremo affidamento: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Quanti di noi nella sofferenza abbiamo gridato a Dio e non abbiamo avuto risposta? In quanti, ogni giorno, sperimentiamo l’assenza di Dio, ci sentiamo abbandonati da lui?

Di fronte alla croce, davanti alla scena del Calvario, tutti – scribi, farisei, discepoli, apostoli – concordano su una cosa: lì non c’era nessun Dio. La stessa percezione che abbiamo noi ogni giorno sfogliando un quotidiano o guardando un telegiornale. Lo scandalo che ha vissuto chi era sotto la croce è lo stesso che proviamo osservando il male che segna la storia. Lo scandalo di un Messia e di un mondo che sembrano abbandonati da Dio.

Ci sono tanti modi attraverso i quali i cristiani hanno cercato di alleviare il peso di questo scandalo. Considerandolo parte di un progetto divino, di un meccanismo che si nutre di sofferenza, attraverso il quale Dio salverebbe l’umanità: ma che Dio è un Dio che chiede dolore e sangue innocente come prezzo per la salvezza? Oppure passando subito alla pagina successiva del Vangelo, dando poca rilevanza alla croce, mettendo subito l’accento sulla Risurrezione: visione che porta a considerare la realtà del mondo e della storia solamente come un momento di passaggio, una prova in vista della vita futura. Se la croce ci lascia interdetti, è sufficiente leggere il capitolo successivo per trovare un lieto fine; se il mondo è segnato dal male, la soluzione è uscire dal mondo, rimanere puri di fronte al marcio della storia, separando i buoni dai cattivi, gli eletti dai dannati, in attesa di essere premiati nell’aldilà. Ma non è l’esatto contrario di quanto Gesù Cristo ha fatto e insegnato?

Di fronte allo scandalo della croce e del male nella storia, i tentativi di ricollocare Dio per salvarlo da questa assurdità, si rivelano immediatamente delle forzature non credibili. Ma ciò che gli apostoli scandalosamente compresero dopo la Risurrezione è che Dio era su quella croce. Non che Dio ha usato la croce per i suoi scopi, né che Dio era in un luogo diverso, in un aldilà differente rispetto a quella croce. Dio era su quella croce, così come è presente nella storia di oggi e di ogni altra epoca. E su quella croce, come nel nostro mondo, Dio è amore che non finisce.

La croce, come ci conferma il gesto dell’Eucaristia, è scelta da Gesù come luogo dell’amore. Non come luogo del sacrificio – l’idea del sacrificio (parola che non a caso nei racconti della passione non c’è) risponde alla logica utilitaristica di chi cerca di accaparrarsi il favore di Dio: io ti offro qualcosa e tu mi dai qualcosa in cambio – ma come luogo del dono. Gesù dopo aver subito ogni sorta di tradimento e di ingiustizia, sulla croce dona sé stesso gridando a Giuda, a Pietro, a Caifa, a Pilato: io continuo ad amarti! È questa la risposta di Dio al male: di fronte a questa nostra storia, segnata dall’odio e dalla sofferenza, alla vittima più innocente come al carnefice più efferato, all’umanità intera Dio ripete: io continuo ad amarti!

Non c’è sofferenza, dolore, tradimento, abbandono da parte di Dio e degli uomini che esista al di fuori dell’abbraccio di Dio, “né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,38-39). È questa la salvezza che Gesù offre dalla croce. Parafrasando una famosa espressione di Teresa di Lisieux, Gesù ci consegna un Dio che, nel cuore del mondo e della storia, sceglie di essere l’amore.

È poco? Avremmo preferito un Dio che, pregato a dovere, interviene magicamente eliminando il dolore e la sofferenza dalla nostra vita? È deludente questo Dio che lascia tutto così com’è, senza fare distinzioni tra buoni e cattivi, tra giusti e malvagi? Che ama e basta?

Sullo sfondo dominano le tenebre. Avanzano, sempre più fitte, fino a riempire tutto di un’ombra angosciante e insensata. Ma dentro a questa oscurità il volto del crocifisso ci ricorda che tutto quello che accade a noi e nella storia è accompagnato dallo sguardo d’amore di un Dio che non abbandona. E l’amore ricevuto possiamo a nostra volta donarlo. Contribuendo così a scrivere un futuro di speranza.

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Cosa insegna il conflitto Fedez-Ravagnani?

26 Ott 2022GCossovich Lascia un commento

La settimana scorsa è andata in scena l’ultima puntata della telenovela Fedez-Ravagnani, il famoso rapper e il “prete influencer”, che abbiamo peraltro ospitato su Vinonuovo.it nel nostro primo webinar. Nell’ultimo episodio di Muschio Selvaggio, noto format di Fedez su Youtube, al quale Ravagnani partecipò come ospite, il rapper e i suoi interlocutori hanno rivolto una serie di insulti gratuiti a don Alberto, mandati in onda bippati ma del tutto comprensibili. Don Alberto ha risposto col suo stile, attraverso un video che prova a dare un risvolto educativo alla vicenda, portando la riflessione sul tema del bullismo online. Ma come si è arrivati a questo punto? E soprattutto – più interessante – cosa dice questa vicenda dell’esperimento coraggioso realizzato da don Alberto di esportare nel mondo degli influencer il dialogo/dibattito intorno alla fede e alla religione? Azzardo qualche riflessione, precisando subito che ciò che prendo qui in considerazione è solo ed esclusivamente quella parentesi dell’attività di don Alberto – nel complesso molto più variegata e ricca di progetti interessanti (si veda ad esempio “LabOratorium”, presentato qualche settimana fa) – nella quale provò ad aprire un dialogo con Fedez.

Ho seguito con molto interesse questo esperimento. Mi ha sempre intrigato la sfida dell’inculturazione digitale del cristianesimo, ossia l’utilizzo di internet e in particolare dei social network come strumento di evangelizzazione. Da questo punto di vista Ravagnani è senza dubbio un pioniere, non tanto per il fatto di esserci sul web come prete ed evangelizzatore, quanto per il linguaggio e lo stile che ha messo in campo, ispirato ai più efficaci comunicatori social (lui stesso in un’intervista disse di aver preso spunto in primis da Marco Montemagno).

Fu don Alberto, all’inizio della sua avventura di prete-youtuber, a contattare Fedez su Instagram, chiedendogli la disponibilità a collaborare, avviando così uno scambio su tematiche inerenti la religione; inizialmente a distanza, tramite stories di Instagram e video su Youtube, poi dal vivo, a Muschio Selvaggio e su Twitch. Per motivazioni non del tutto chiare (le versioni dei protagonisti divergono) si arrivò, nel maggio del 2021, a una rottura tra i due piuttosto traumatica, i cui strascichi, come testimonia la vicenda degli ultimi giorni, permangono e pongono la legittima domanda sull’opportunità di questa collaborazione.

Da un lato è innegabile che se don Alberto ha ottenuto il seguito e la rilevanza che ha da un punto di vista mediatico, lo deve anche all’effetto traino che la collaborazione con Fedez gli ha garantito. Interloquire su Instagram con un personaggio da 14 milioni di follower, comparire sui suoi canali, ha certamente contribuito a dare a Ravagnani la visibilità necessaria per emergere sui social. Indipendentemente da come è andata a finire è indubbio che l’operazione Fedez per Ravagnani abbia rappresentato un investimento importante dal punto di vista mediatico e va dato atto al giovane prete milanese di possedere e saper utilizzare bene quella scaltrezza evangelica, elogiata da Gesù, propria di chi sa “farsi amici (follower in questo caso) con la ricchezza disonesta”.

Ciò detto, personalmente credo che nel tentativo riuscito di approcciare Fedez, l’intenzione di don Alberto non fosse primariamente quella di intentare un’operazione mediatica. Credo fosse sinceramente mosso dal desiderio di testimoniare la fede in Gesù nel dialogo con Fedez, di mostrare con la sua testimonianza che una certa rappresentazione della fede cristiana, che Fedez più volte ha esternato, è caricaturale, non coglie l’essenza e la bellezza che un’esperienza di fede genuina porta con sé. Ma l’obiettivo di far risuonare nella sua genuinità l’annuncio cristiano attraverso un dibattito mediato dalle piattaforme social, personalmente credo che don Alberto, nel dialogo con Fedez, non sia riuscito a raggiungerlo. Per un motivo che è anzitutto strutturale.

Il desiderio di dialogo si scontra con degli strumenti – i social – che invece di aiutare la convergenza tra punti di vista diversi, favoriscono la contrapposizione. Nei dibattiti con Fedez e gli altri ospiti (si veda la puntata n. 35 di Muschio Selvaggio o la diretta che lo ha visto ospite su Twich) don Alberto appare risucchiato dalla necessità di controbattere alle affermazioni degli altri protagonisti, e le tematiche sulle quali viene interpellato, prevedibilmente, non riguardano il cuore della testimonianza cristiana (l’incontro con Gesù), ma ciò che la mentalità comune è curiosa di sapere parlando con un prete: quello che pensa sul celibato, sul sesso, sull’omosessualità, sulle bestemmie… Don Alberto non riesce quasi mai in questo contesto a parlare di Gesù e del suo incontro personale con lui. È costretto dai suoi interlocutori a discutere e difendere “quello che dice la Chiesa”, senza avere la possibilità di fare un passo in una direzione diversa, sostanzialmente perché il format non lo consente.

Di più: lo strumento non permette di argomentare e approfondire come sarebbe necessario nemmeno le tematiche trattate. La posizione della Chiesa sulla sessualità, ad esempio, è complessa e articolata. Tale complessità, i tempi stretti e il controbattere costante tipico di questo genere di format, non danno la possibilità di percorrerla. Il livello della discussione rimane inevitabilmente, per così dire, sul piano della “logica del mondo”: perché se mi piace una persona non posso andarci a letto liberamente? Perché una donna non può scegliere di abortire? Perché la pornografia non va bene? Una risposta autenticamente cristiana a questi interrogativi non può limitarsi a mostrare che “è giusto così” per ragioni sociali, psicologiche, etiche… Deve mettere in gioco la dimensione della fede: io sono cristiano perché nella mia vita ho incontrato lo sguardo d’amore di Gesù che ha suscitato in me il desiderio di amare come lui ha amato: questo motiva la morale cristiana. Ma a questo livello di profondità, i dibattiti tra don Alberto e Fedez non possono arrivare, rendendo perciò impossibile far emergere il senso autentico dell’essere cristiani e far percepire agli interlocutori di don Alberto la radice profonda delle sue convinzioni. Le sue affermazioni appaiono così come semplici opinioni, che per definizione sono opinabili.

Evangelizzazione è testimonianza dell’incontro personale con Gesù e di come questo incontro cambi la vita, rendendola evangelicamente ricca e feconda. Gli evangelisti per tradurre questa testimonianza in un testo scritto dovettero inventare un genere letterario nuovo, che non esisteva – il Vangelo – ritenendo verosimilmente inadatti allo scopo i generi letterari preesistenti. Personalmente credo sia importante e fecondo esplorare i social sperimentandoli come strumento di evangelizzazione, ma la traduzione della testimonianza cristiana in questo tipo di linguaggio chiede probabilmente a sua volta l’invenzione un format nuovo, adatto allo scopo, diverso da quelli esistenti. Un format che a mio parare ancora non c’è.

*L’immagine di apertura è presa dal profilo Instagram @donalberto_rava

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