Quello sguardo che hai cercato invano

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La donna adultera (Gv 8,1-11)

Chissà cosa pensavi mentre, ancora mezza svestita, ti trascinavano via. Chissà dove volgevi gli occhi, in quel turbinio di grida, di voci, che urlavano il tuo nome accostandolo ai peggiori epiteti che a una donna possono essere rivolti. Forse li tenevi fissi a terra per la vergogna, o forse, terrorizzata, li alzavi passando disperatamente in rassegna i volti tra folla, cercando il suo… invano.

Ciò che di quel giorno non avresti mai dimenticato erano gli sguardi. Tra le spinte e gli strattoni, intorno a te scorgevi solo occhi carichi di accusa, intrisi di sdegno per quel corpo di donna reo di aver violato la legge di Dio. Sguardi non più tenuti al rispetto e al pudore perché autorizzati dal giudizio divino alla libidine della violenza.

Ma tu, di mezzo alla folla, ti ostinavi a cercare il suo sguardo… Dov’era quel volto che, chissà se per il tempo di una notte o per quello di un’intera vita, avevi amato contro ogni ragione, rischiando tutto? La legge prevedeva che l’uomo e la donna colti in adulterio venissero lapidati. Ma in catene, in cammino verso l’esecuzione, adesso c’eri soltanto tu. Dov’erano quegli occhi che, fin nel peggiore degli incubi, quello in cui venivate scoperti, erano lì e promettevano amore, confermando al tuo cuore che, per lo meno, spendeva i suoi ultimi battiti per qualcosa di vero? Era scappato? Se n’era andato? Forse, per quanto lo amavi, ti confortava saperlo al sicuro. Ma il tarlo del dubbio di una promessa tradita in quell’ora era il tormento più grande. Morire amata lo potevi accettare. Abbandonata era uno strazio.

Mentre ti conducevano al luogo dove, in nome di Dio, il massacro di una donna avrebbe riportato giustizia, passaste di fianco a una piccola folla, nei pressi del tempio. “Guardate là, c’è il Nazareno”, “Portiamola da lui, che si crede il Cristo”, “Vediamo che dice”, “È la volta buona che finisce anche lui lapidato!”. Ti gettarono in mezzo e puntarono il dito.

Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”

L’attenzione di tutti si spostò su quell’uomo. Eri al centro, ma a nessuno importava più nulla di te. Nessuno badava più a quei tuoi occhi, a quelle tue lacrime, a quella bellezza sconvolta che ancora provava a resistere. Per tutti ora eri solo un’adultera, un caso di scuola del quale discutere, l’ultimo esemplare di una categoria di persone su cui dibattere e confrontare opinioni, come migranti in campagna elettorale o adolescenti nei dibattiti in TV.

Dinnanzi a quell’uomo, non osavi nemmeno alzare lo sguardo. Non sapevi chi fosse, ma se era un uomo di Dio, non poteva che confermare la tua condanna. Perché tu della tua colpevolezza eri del tutto cosciente. Non c’era alcuna scusante. L’avevi scelto tu, in mille notti insonni: avevi messo l’amore davanti alla legge, sfidando il giudizio di quel Dio che non lascia impunito chi trasgredisce i suoi comandi. Avevi preferito l’amore a Dio. 

Attendesti, con gli occhi fissi nella polvere, istanti lunghi come millenni. Poi alzasti lo sguardo e scorgesti quel volto. Non fissava te. Guardava per terra con espressione indecifrabile, scrivendo chissà che sulla sabbia. Chi era quel giudice da cui ti avevano portata e perché ci metteva tanto ad emettere la sua scontata sentenza?

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei

Gli sguardi! Furono i loro sguardi a destarti! I volti di quegli uomini, fino a un attimo prima ubriachi della violenta onnipotenza divina, crollarono lapidati nell’orgoglio tra sconcerto e umiliazione. Ti rivolsero un’ultima occhiata famelica, come sciacalli che hanno già assaporato la preda credendola morta, ma all’improvviso viene loro sottratta. E se ne andarono furibondi.

Le lacrime rigavano ancora il tuo viso quando ti rendesti conto, tremante, di essere rimasta sola, davanti a quell’uomo. Gli volgesti lo sguardo. E fu in quel momento che, per la prima volta, i tuoi occhi incontrarono i suoi. Ti colse un senso di vertigine, battesti le palpebre incredula. Ti aspettavi il volto severo di un giudice, quello violento di un carnefice. Invece è in quegli occhi che lo trovasti: lo sguardo che avevi cercato invano tra la folla. Quello sguardo che dava luce ai tuoi sogni più neri, che, nel colmo della tua follia, avevi scelto e messo prima di tutto, finanche prima di Dio e la sua legge. Quell’amore per cui dovevi essere condannata e che invece ti aveva sorprendentemente salvata. Non avevi mai visto prima quell’uomo ma, in quegli occhi, era come se ti avesse amata da sempre. Chi era? Quello sguardo… non poteva venire da Dio! O forse sì?

Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?

Nessuno, Signore

Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La parabola che abbiamo annacquato perché troppo dirompente

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,1-3.11-32)

Abbiamo un problema con la parabola del “figliol prodigo”: l’abbiamo letta e ascoltata talmente tante volte che non ci provoca più. Certo, resta nell’immaginario di tutti la rappresentazione più nitida e chiara del perdono di Dio, ma quello che all’epoca era un messaggio dirompente, oggi appare quasi scontato, qualcosa di già saputo e che in definitiva dice poco o nulla. Eppure, a ben vedere, il racconto di una delle parabole più belle dei Vangeli, se letto con attenzione, offre spunti ancora oggi dirompenti; talmente tanto che, proprio per questo, forse, abbiamo scelto di dimenticarcene. Provo a sottolinearne alcuni nella speranza che questa parabola torni a sconvolgere, almeno un po’.

Partiamo dal contesto in cui la parabola viene raccontata: Gesù, come in molti altri episodi evangelici, è circondato da quelli che il Vangelo chiama “pubblicani e peccatori”. Se ci soffermiamo a riflettere su questo aspetto dovremmo considerare come allora, se Gesù vivesse ai giorni nostri, lo troveremmo percorrere le strade delle nostre città e fermarsi nelle piazze dello spaccio, nei locali notturni, a tavola con i commercianti di armi, i politici corrotti e gli imprenditori fraudolenti… Insieme ai peggiori. E qui ci può essere già una prima provocazione: com’è che allora nell’immaginario di tutti la Chiesa oggi è il luogo “dei bravi”? Com’è che il messaggio di Gesù è creduto e vissuto prevalentemente da chi vive la dimensione religiosa nella propria vita e così raramente riesce a fare breccia in contesti diversi? A Gesù è accaduto di essere rifiutato dalla religione del suo tempo e di essere riconosciuto da coloro che erano considerati in assoluto i più lontani da Dio. Perché oggi avviene l’opposto?

Credo che ciò che contemporaneamente rendeva il messaggio di Gesù attraente per i lontani e problematico per gli uomini religiosi era l’annuncio di un Dio che ama in modo totalmente gratuito. È quello che emerge dalla parabola del Padre misericordioso: il Padre non cerca di trattenere il figlio minore quando sceglie di andarsene, gli dà tutto ciò che chiede, lo riaccoglie così com’è, senza nemmeno chiedere dove è stato, cosa ha fatto, come ha speso tutto il patrimonio che gli era stato dato… Il Padre incarna un amore radicalmente gratuito, che non chiede nulla e dona tutto. Un amore che scandalosamente non dà a ciascuno ciò che si merita, ma dà tutto a tutti.

Questo tratto dell’amore di Dio spesso lo annacquiamo, perché totalmente ingovernabile. Non è semplice mostrare la differenza tra l’amore di Dio che emerge dalla parabola e quello che spesso abbiamo in mente, perché è sottile, ma allo stesso tempo fa tutta la differenza del mondo. L’amore del Dio di Gesù non cambia a seconda della nostra condotta morale: Dio non ama di più chi si comporta bene e meno chi si comporta male, di più chi va in Chiesa e meno chi non ci va. Ciò che c’è in gioco nelle nostre scelte e azioni è la nostra risposta a questo amore, ma l’amore di Dio resta gratuito e infinito sempre. È questo il tratto sconvolgente e ingovernabile dell’amore di Dio predicato da Gesù, così difficile da accettare: Dio ama indistintamente, allo stesso modo, il femminicida e il buon padre di famiglia, il ladro e il volontario della Caritas, la suora e la prostituta. Era questo messaggio ad essere dirompente, a sciogliere il cuore dei pubblicani e dei peccatori che si accalcano per ascoltare Gesù.

Quello che più di ogni altra cosa faceva la differenza nel modo con il quale Gesù parlava ai peccatori era la totale assenza di giudizio: nella parabola il Padre non esprime alcun giudizio nei confronti del figlio, ama e basta. Nei Vangeli gli unici giudizi che Gesù emette sono contro coloro che hanno la pretesa di mettere limiti all’amore di Dio.  Avere lo stesso sguardo di Gesù – essere cristiani – allora significa questo: guardare a ogni uomo e ogni donna senza giudizio, solo con quella compassione che contraddistingue l’amore di Dio. È su questo che facciamo in assoluto più fatica. Perché spontaneamente siamo portati sempre a mettere al primo posto il giudizio morale sull’altro. Certo, lo sappiamo dai tempi del catechismo che Dio ama e accoglie tutti, ma che di fronte a Dio non vi sia differenza tra la suora e la prostituta suona del tutto stonato ai nostri orecchi.

Sono tanti i modi attraverso i quali, più o meno consapevolmente, abbiamo tentato di ammorbidire la portata dirompente di questo messaggio: ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio nei confronti dei peccatori sia finalizzato alla conversione, sia cioè uno strumento, una tecnica amorevole per raggiungere uno scopo, quando invece è totalmente gratuito: sono pochissimi i peccatori del Vangelo che si convertono, tutti gli altri con ogni probabilità non l’hanno fatto, ma l’amore di Gesù l’hanno ricevuto allo stesso modo. Ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio in qualche modo vada guadagnato, almeno attraverso il pentimento: Dio ti perdona se ti riconosci colpevole e ti umili davanti a lui. Ma anche questo è un modo per provare ad arginare, attraverso una logica di do ut des, la gratuità dell’amore di Dio, mentre, a ben vedere, nella parabola del Padre misericordioso il motivo che spinge il figlio a tornare dal Padre non è assolutamente il pentimento per le proprie azioni, ma un mero calcolo utilitaristico: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”.

Dio ama e basta, ed è la cosa più difficile da accettare, perché totalmente disarmante. Di fronte a Dio non abbiamo meriti da vantare, nessun potere contrattuale, perché la relazione con Dio non è regolata dalla logica dello scambio ma da quella del dono. Vivere come Dio desidera non è un modo per guadagnarsi il favore di Dio ma una risposta d’amore gratuita all’amore gratuito di Dio. Se il nostro impegno è finalizzato a ottenere una qualche forma di “capretto per fare festa” non siamo ancora entrati nella logica di Dio. È quello che il fratello maggiore, e noi con lui, facciamo così fatica ad accettare. Per quanto ci siamo abituati a chiamare Dio col nome di Padre, rischiamo – preferiamo – considerarlo un padrone di cui essere servi. Perché essere servi è molto più semplice: basta seguire alla lettera i comandi del padrone – da quelli morali a quelli liturgici – e ci siamo guadagnati il favore di Dio. Molto più difficile è ricevere su di sé e far proprio lo stesso sguardo di Dio testimoniato da Gesù, che guarda ogni uomo e ogni donna con compassione, senza trattenere, senza giudicare, nella totale gratuità. Che ama e basta.

Cara Costanza Miriano, su Michela Murgia dimentichi il Vangelo!

Gent.ma Sig.ra Costanza Miriano,

mi sono imbattuto casualmente nel post pubblicato sul suo profilo Facebook in merito alla scomparsa di Michela Murgia e al modo con il quale i media cattolici hanno commentato la notizia. 

Le chiedo scusa, ma non riesco a rimanere indifferente di fronte alla violenza giudicante di quanto ha scritto, soprattutto dal momento che questa violenza è spacciata per espressione del pensiero cristiano. Per questo ho scelto di scriverle, non per mettere in piedi un’inutile polemica, ma per l’esigenza che sento, dopo aver letto il suo post, di gridare che quel modo di giudicare e di parlare della vita di una donna è il contrario della prospettiva cristiana, non è in nessun modo coerente con essa. Per quale motivo? Perché è l’opposto del Vangelo. 

In poche righe lei fa a pezzi la vita di Michela Murgia. Non le sue idee, sulle quali è legittimo discutere. La sua vita. Questo è il contrario del Vangelo. Affermare che “Aveva avuto un’infanzia oggettivamente difficile e questo ha inevitabilmente condizionato il suo sguardo sulla famiglia. Era uno sguardo ingannato, vedeva patriarcato e violenza maschile anche dove non c’era; forse non aveva conosciuto nemmeno un uomo di quelli che sanno dare la vita per una donna e dei figli, o forse quando li ha visti non li ha saputi riconoscere (era separata e non aveva avuto figli)” da un punto di vista umano è violentare il vissuto di una donna, dal punto di vista cristiano è far proprio uno sguardo opposto a quello che Gesù nei Vangeli riserva ad ogni persona: fosse anche tutto vero, nella prospettiva cristiana anche il vissuto più problematico diventa oggetto di accoglienza compassionevole, mai di giudizio senza appello.

Ma c’è di più. Nel post lei dipinge Michela Murgia come l’opposto di tutto ciò che il cattolicesimo professa. Mi ha colpito la totale assenza di una benché minima nota positiva. Solo giudizio e opposizione. Sintomo di un modo di pensare che non è cristiano, è manicheo. Da un lato il mondo, dall’altro la Chiesa, da un lato il bene, dall’altro il male, distinti con una chiarezza netta e precisa, catechismo alla mano. Dimenticandosi del Vangelo, dove Gesù parla di un campo in cui grano e zizzania crescono assieme, in modo quasi indistinto; tanto che il padrone, per evitare di far confusione tra bene e male, sospende il giudizio. Lo sguardo cristiano non ha fretta di usare la falce; cerca invece sempre di cogliere il grano buono che c’è e di non perderlo, fosse anche un solo piccolo stelo. L’incapacità di lasciarsi almeno interrogare da una figura come quella di Michela Murgia, il fastidio verso chi invece, dentro la Chiesa, coglie in lei grano buono, denotano inequivocabilmente l’assenza di uno sguardo autenticamente cristiano sulla realtà. 

Ci tengo a precisare come affermare questo non significhi da parte mia mettere in discussione in alcun modo la sua fede personale, come lei invece non si fa scrupolo di fare nei confronti di Michela Murgia al termine del post, sentenziando che “La fede non è solo sapere che esiste Dio. Magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa”. E questo perché personalmente credo non ci sia un unico modo prestabilito di essere cristiani, ma sia possibile dentro la Chiesa la coesistenza di una molteplicità di prospettive che si arricchiscono a vicenda: quelle tradizionali alle quali lei è più vicina, che custodiscono indubbiamente ricchezze da non perdere, insieme a tante altre, tra le quali, ad esempio, quelle in cui lo Spirito suscita modalità originali di vivere lo stesso amore di Gesù in contesti dove l’uomo e la donna, la famiglia, il matrimonio e la generazione sono pensati in modo differente.

Ho indirizzato questa lettera a lei con l’intenzione di raggiungere tutte quelle persone che dopo aver letto il suo post hanno pensato, come me: “se questo è essere cristiani io non voglio avere niente a che fare con la fede e con la Chiesa!”. A loro vorrei dire che, grazie al cielo, la Chiesa è anche altro, e avere uno sguardo autenticamente cristiano, fondato sul Vangelo, significa tutto l’opposto! Nella Chiesa c’è spazio e c’è bisogno, oggi più che mai, di gente capace di pensare liberamente, al di là degli schemi e col Vangelo in mano, affinché lo Spirito possa continuare a suscitare forme sempre nuove di vita cristiana.