Chiesa e LGBTQ+: la dottrina può aspettare, il Vangelo no.

Stanno facendo discutere le parole di Papa Leone inerenti le persone LGBTQ+, riportate negli estratti dell’intervista concessa dal pontefice alla giornalista Elise Ann Allen. Da un lato Leone sottolinea come la Chiesa sia aperta a “tutti, tutti, tutti”; dall’altro afferma: “Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la Dottrina della Chiesa (cambi) i termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio” (citazione da Vatican News).

Personalmente sono tra quelli che ritengono necessario uno sviluppo della dottrina cattolica sul tema LGBTQ+. Sono però consapevole di come la pretesa che sia il Papa a imprimere una sterzata in questa direzione celi una sostanziale incomprensione del ruolo del successore di Pietro. Il Papa, a dispetto di come viene spesso rappresentato, non è un leader che porta la Chiesa dove gli pare: il Papa è il custode dell’unità della Chiesa. Non è colui che, attraverso pronunciamenti magisteriali, strappa in avanti (o all’indietro); è piuttosto colui che cerca di ricucire insieme gli strappi.

Nella Chiesa oggi sulla questione LGBTQ+ vi è una pluralità di visioni, spesso contrapposte; manca cioè un consensus fidelium che la dottrina possa recepire. È quello che Leone ha giustamente sottolineato e mi è parso quanto mai significativo che, in maniera del tutto coerente, abbia espresso la sua posizione in una forma non assoluta: non ha detto – come forse alcuni avrebbero auspicato – che i termini della questione non cambieranno mai, ma ha limitato la sua affermazione al “prossimo futuro”, alle condizioni attuali.

D’altro canto, Leone ha ribadito in modo forte che la Chiesa è aperta a “tutti, tutti, tutti”. Qualcuno, leggendo queste parole, accostate all’indisponibilità a “cambiare” la dottrina, le ha tacciate di ipocrisia, a partire dall’assioma secondo cui, finché la dottrina ufficiale della Chiesa non “evolve”, le sue porte non saranno mai realmente aperte. Personalmente ritengo vero il contrario. Il motivo per cui oggi mancano le condizioni per uno sviluppo dottrinale, a mio parere, è da ritrovarsi esattamente nelle porte delle nostre Chiese che troppo spesso, non in teoria ma nella realtà dei fatti, rimangono chiuse alle persone LGBTQ+.

Se guardiamo con sincerità agli atteggiamenti e alle parole nelle nostre comunità cristiane dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei casi – non sempre, perché esistono esperienze ecclesiali di sincero riconoscimento e accoglienza – le persone omosessuali sono più giudicate che accolte. Certo, la dottrina cattolica chiede – per lo meno – di distinguere tra persone e atti, ma nella realtà concreta, il più delle volte, il giudizio dei cristiani si rivolge alla persona e ferisce; provoca esclusione, autoesclusione o nascondimento, perché la comunità cristiana viene percepita come un contesto in cui ci si sente avversati. Secondo alcuni poi è giusto e doveroso che le persone LGBTQ+, se non si conformano alla dottrina, siano avversate nella Chiesa, perché appartengono a uno schieramento contro il quale siamo in lotta, di cui dobbiamo contrastare l’avanzata…

Ribadendo che la Chiesa è aperta a “tutti, tutti, tutti” Papa Leone chiede, senza fraintendimenti possibili, che questo atteggiamento di contrapposizione – queste porte non solo chiuse ma fortificate – venga superato, perché, esso sì, è inequivocabilmente in contrasto con la dottrina cattolica e il Vangelo! Nei Vangeli Gesù si rivolge, accoglie e chiama in modo privilegiato chi, per motivi diversi, era considerato impuro e lontano, come oggi molti cristiani, di fatto (e, per quanto mi riguarda, a torto), considerano le persone LGBTQ+. Nei Vangeli Gesù non mette mai il giudizio prima dell’accoglienza e del riconoscimento dell’altro come figlio amato, né accoglie per un secondo fine – il cambiamento dell’altro – o dopo aver ricevuto in pegno la disponibilità al cambiamento. Gesù accoglie e basta, ogni persona, così com’è. I giudizi e le invettive, nei Vangeli, li riserva solo a chi vorrebbe mettere limiti e condizioni al suo amore.

Ciò che può e deve cambiare oggi allora non è la dottrina, ma la coerenza dei cristiani al Vangelo che chiede accoglienza indiscriminata, riconoscimento dell’altro e compassione evangelica. Le condizioni per uno sviluppo della dottrina si realizzeranno quando uno sguardo che ama avrà preso il posto di quello giudicante, quando la reciproca confidenza e frequentazione avrà reso possibile per le persone LGBTQ+ condividere nelle comunità cristiane “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”,  e i cristiani riconosceranno nelle loro parole e nel loro vissuto Cristo che grida “ho sete”. Senza prima questa conversione, se anche, per assurdo, il Papa cambiasse la dottrina, non farebbe altro che accentuare contrapposizioni e divisioni. Il vero cambiamento non lo fa il Papa, ma ciascuno di noi, con i nostri atteggiamenti e il nostro sguardo purificato dal Vangelo, nella comunità cristiana, ogni giorno.

Papa Francesco a Sanremo? Una provocazione per la Chiesa

Papa Francesco ci ha ormai abituato a interventi e apparizioni in contesti e con modalità inedite per un Pontefice, nella logica della Chiesa in uscita; una logica che purtroppo a livello ecclesiale facciamo ancora troppa fatica a recepire. Ma Francesco insiste, continuando a provocarci, e credo che il breve messaggio inviato a Carlo Conti e andato in onda nel corso della prima serata di Sanremo 2025 possa essere letto anche così: una provocazione alla Chiesa.

La scelta stessa di rivolgere anche in quel contesto un appello alla pace e una riflessione sul contributo che la musica può dare in questo senso appare a ben vedere provocatoria: eravamo abituati a un atteggiamento molto diverso da parte della Chiesa nei confronti della kermesse sanremese, fatto di accuse di blasfemia da parte dei vescovi locali e di risentimenti per l’utilizzo indebito di simboli religiosi. Se si torna con la memoria a tutte le polemiche degli scorsi anni, il gesto di Francesco appare drasticamente in contraddizione con quell’atteggiamento contrappositivo e ostile.

C’è poi un altro aspetto, passato sottotraccia, ma che a mio parere è significativo. Negli stessi giorni del Festival, ormai da quattro anni, si svolge, in collaborazione con diverse testate cattoliche, il Sanremo Cristian Music, il Festival della canzone cristiana che, come si legge nel sito internet dell’evento, “si prefigge di promuovere la Nuova Evangelizzazione e trasmettere i valori Cristiani mediante la canzone e la lode a Dio”. Non ho trovato commenti in merito, ma la scelta di Francesco di inviare un videomessaggio a Carlo Conti preferendo il palco dell’Ariston a quello della kermesse cristiana non può non far riflettere.

Personalmente vi leggo l’ennesimo tentativo di Francesco di contraddire un modello di Chiesa – ancora troppo diffuso – in cui la separazione con il mondo è drastica e insuperabile. Quel modello che ha nostalgia del tempo in cui la Chiesa era una società alternativa al mondo: c’erano i cinema cattolici e quelli non cattolici, le associazioni sportive cattoliche e quelle non cattoliche, e così per i centri di aggregazione, i libri, i partiti, i festival… Oggi le strutture che rendevano concretamente possibile quel modello di Chiesa si sono ormai quasi del tutto sgretolate, ma il modo di pensare nelle comunità cristiane spesso rimane quello di un tempo. La tentazione di costruire una Chiesa fatta di piccoli gruppi chiusi e identitari, in cui si parla un linguaggio proprio, incomprensibile agli altri, e ci si rivolge all’esterno solo in un’ottica di “conquista”, è presentissima. Il rischio che il futuro della Chiesa sia rappresentato da piccole comunità chiuse in sé stesse, completamente sganciate dalla realtà del mondo, in cui i discepoli si tramutino in adepti, è reale.

Papa Francesco ci richiama ancora – e questa volta, a mio parere, con una forza particolare – a un cristianesimo che non ha timore di mescolarsi con il mondo, arrivando finanche dove il mondano non sembra lasciare spazio ad altro – cosa c’è di più mondano di Sanremo? – non per riempire spazi o fare proseliti, ma per condividere davvero “le gioie e le speranze – la musica, la pace –, le tristezze e le angosce – la divisione, le guerre – degli uomini d’oggi” (GS 1). Nel solco del Concilio, ma prima ancora alla sequela di un Gesù che veniva rimproverato dai farisei per il suo stile mondano – “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” Mt 11,19 – credendo in un Dio che sceglie di prendere su di sé fino in fondo e per davvero la nostra natura, abbattendo così una volta per sempre il muro tra sacro e profano.

Ma Dio punisce? La risposta poco convincente di Francesco a Fazio

Tra le risposte date da Papa Francesco domenica sera a Che tempo che fa ce n’è una che, a mio parere, risulta poco convincente: quella su “Dio che punisce”. Non perché Francesco non sia stato chiaro nel rispondere, ma perché nel farlo ha dovuto necessariamente tenere conto di come su questo tema la sensibilità ecclesiale sia ancora divisa: da un lato chi ritiene ormai anacronistica e inconciliabile con la misericordia l’immagine del Dio punitore, dall’altro chi, facendo riferimento al dato biblico e tradizionale, crede sia impossibile eliminare questo tratto dal volto del Dio cristiano.

Papa Francesco – dal quale non si poteva evidentemente pretendere in una diretta televisiva una posizione dirimente nei confronti di un dibattito teologico – per tenere insieme il Dio misericordioso e il Dio punitore ricorre alla metafora del genitore che punisce il figlioletto con rammarico e amorevolezza. Posizione che da un lato gli permette di tenere aperta la possibilità di un agire divino interpretabile come “punizione”, ma dall’altro smorza le tonalità minacciose e autoritarie che l’idea del punire porta con sé, soprattutto se attribuita a Dio.

A ben vedere però la metafora non è pacifica, ma apre a una molteplicità di interrogativi. Tralascio qui le questioni più tecniche dal punto di vista teologico, come l’evidente antropomorfismo nella rappresentazione del Dio punitore, i mutamenti in Dio che tale idea implica, i problemi che pone oggi (dopo Auschwitz, ma anche dopo Buča e Gaza) pensare a un Dio che interviene direttamente nella storia, le difficoltà concrete nell’indicare tali interventi e riconoscerne la linearità.

Mi soffermo invece sul dato culturale, in primis rispetto al modo di pensare il valore pedagogico della punizione oggi: mentre un tempo la punizione – anche fisica – era pacificamente accettata come modalità educativa nei confronti dei bambini, oggi diverse scuole di pensiero la mettono in discussione. Ma quand’anche accettassimo la punizione come strumento educativo, è del tutto evidente come essa avrebbe eventualmente significato dentro un contesto in cui il genitore si rivolge a un bambino o al massimo a un adolescente – ed è esattamente a questa dinamica infantile che Papa Francesco fa riferimento. Quando il figlio diventa adulto è chiaro che la punizione, anche se intesa come correzione amorevole, appare del tutto fuori luogo. Un genitore che tenta di correggere un figlio adulto non ricorre alla punizione: verrebbe vista come un’indebita ingerenza nei confronti della libertà del figlio ormai matura e risulterebbe del tutto inefficace.

Certo vi è una forma di “punizione” inflitta all’adulto che è culturalmente accettata nel nostro contesto sociale, ossia le sentenze dei tribunali – per quanto, in linea generale, le pene dovrebbero essere intese in termini rieducativi e non punitivi – ma si tratta di un ambito totalmente diverso rispetto alla forma affettiva e relazionale della punizione indicata da Francesco. L’immagine del Dio giudice che emette sentenze la tradizione cristiana la riserva per la fine dei tempi e rispetto a questa prospettiva Papa Francesco, in un altro passaggio della medesima intervista, esprime l’auspicio – precisandolo come parere esclusivamente personale – che il giudizio non sia punitivo per nessuno, che l’inferno sia vuoto. Non è quindi evidentemente a questa forma di giudizio che Papa Francesco fa riferimento parlando del Dio punitore.

Ciò detto, si fa davvero fatica a comprendere come il Dio che punisce, anche se nella forma amorevole e carica di rammarico tipica del genitore, possa rappresentare un’immagine di Dio apprezzabile e credibile. Delle due una: o Dio ci considera alla stregua di bambini anche quando non lo siamo più, oppure utilizza per gli adulti una modalità di correzione che la società e la cultura hanno ormai irrimediabilmente superato.

Può Papa Francesco non essersi reso conto che la metafora proposta per tenere insieme misericordia e punizione divine crea più problemi di quelli che risolve? Evidentemente no. Ma di fronte alla spaccatura della sensibilità ecclesiale rispetto a questo tema, non poteva fare altrimenti. Dalle sue parole risulta del tutto evidente come il Dio che ha in mente abbia il volto della misericordia, del rispetto e dell’accoglienza indiscriminata verso tutti; è altrettanto chiaro come l’idea del Dio punitore cozzi decisamente con questo modo di pensare Dio, tanto che Francesco cerca di smorzarla più che può; d’altra parte però, finché la teologia non sarà riuscita ad escluderla in modo convincente e condiviso dalla prospettiva cristiana, il Papa non può esprimersi al di là dell’ambiguità.

Siamo secondo me in presenza di un tema di fronte al quale – come per quanto concerne l’omosessualità, il ruolo delle donne nella Chiesa e altre questioni di stretta attualità ecclesiale – il dato culturale si esprime con chiarezza in una certa direzione (il Dio punitore non è più né credibile né proponibile); la teologia vorrebbe assecondarlo, ma non riesce ancora a rendere pienamente ragione della fede cristiana facendo a meno di ciò che la cultura strutturalmente non può più recepire. E questo perché  l’ambiguità del Dio misericordioso e punitore è insita inequivocabilmente nel dato biblico e tradizionale, rispetto al quale la teologia non ha ancora strumenti abbastanza forti e condivisi per esprimersi in una prospettiva di discontinuità.

Eppure, a ben vedere, è precisamente la scelta della discontinuità ad aver permesso al cristianesimo di rivolgersi nel tempo a popoli e culture diverse. La fatica della teologia nei confronti della discontinuità rischia di bloccare il cristianesimo dentro una forma culturale del passato, rendendolo incapace di rivolgersi alle donne e agli uomini di oggi. Cosa sarebbe successo se Paolo, di fronte alla riluttanza dei greci a farsi circoincidere, avesse adottato un criterio di continuità rispetto a un tema per niente accessorio dal punto di vista teologico, in quanto inerente uno dei tratti distintivi dell’esperienza umana di Cristo? È allora quanto mai necessario che la riflessione teologica si doti di criteri rinnovati, rigorosi e condivisi, in grado di garantire insieme la fedeltà al Vangelo di Gesù, la rilevanza del dato culturale passato e presente, la legittimità e plausibilità di un’interpretazione del dato biblico e tradizionale in un’ottica di discontinuità.

Aiuto! Non so più per cosa devo pregare!

Lo ammetto, ho un problema, non ci dormo la notte e non so come uscirne.

Tutto è iniziato verso la fine di aprile, quando si è diffusa la voce che il Papa avrebbe proposto nel mese di maggio la maratona di preghiera per la fine della pandemia. Lì per lì non ci ho dato molta importanza, il Papa chiede di pregare per un sacco di cose per cui in definitiva una vale l’altra. Poi però è arrivato il fatidico primo maggio e sono iniziati i problemi. No, Fedez non c’entra, è che, da buon cristiano mi sono messo devotamente anch’io a snocciolare la corona e…

Lo so, probabilmente a voi sembreranno questioni di poco conto, cosucce da niente, e sì, certo, se il Papa dice una cosa lo si asseconda senza discutere, come ci insegnano da sempre a fare i più tradizionalis… vabbè, ce lo insegnavano per lo meno. Ma io sono un po’ contorto, mi sorgono dubbi, domande, probabilmente inopportune… A metà della prima decina – era di sabato, misteri gaudiosi – inaspettate come Gabriele in casa di Maria, prendono forma nella mia mente queste poche pungenti parole: per cosa sto pregando?

Certo, il titolo della locandina del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione è chiarissimo: “Recita del rosario per invocare la fine della pandemia e la ripresa delle attività sociali e lavorative”. Ma, mi dicevo, davvero Dio ha bisogno della mia preghiera per cacciar via il virus e ristabilire lo status quo? Cos’è, distratto, addormentato, che non ci pensa lui sua sponte? Mi figurai Dio seduto sul trono della sua gloria, circondato dagli Angeli e dai Santi, che dormiva. Accanto aveva un campanello, collegato a un immenso vaso. Le preghiere di tutte le persone del mondo erano gocce che riempivano il vaso e il campanello sarebbe suonato a svegliare Dio solo quando il vaso si fosse completamente riempito. È così che funzionava? Più ci pensavo più mi sembrava inverosimile, ma non trovando una risposta alternativa feci di tutto per scacciare i miei dubbi e continuare il mio rosario in ossequio al dettame papale.

L’altro giorno però tutti i miei sforzi furono di botto vanificati! Apro il sito di Famiglia Cristiana e leggo il titolo di un’intervista a Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio di cui sopra, che recitava, testuale: “Preghiera, non magia”.

Ora, capiamoci, io non ho mai pensato che il Papa ci chiedesse di pregare per ottenere una magia. Tutt’al più per chiedere, chessò… un miracolo… che Dio cioè intervenga a sistemare le cose, come ha fatto, ad esempio, il 13 maggio di quarant’anni fa salvando Giovanni Paolo II dall’attentato (è sbagliata questa idea?). Che differenza ci sia tra un miracolo e una magia francamente, non essendo un teologo, farei fatica a spiegarlo, ma senz’altro dev’esserci altrimenti si chiamerebbero allo stesso modo. In ogni caso, quell’intervista ha soffiato sul fuoco dei miei dubbi: il Papa ci chiede di pregare affinché Dio faccia finire la pandemia o per qualcos’altro?

Il resto dell’intervista, sarò io, ma non mi è stato di aiuto, anzi se possibile mi ha mandato ancora più in confusione. Si parla della preghiera come “esigenza profonda di spiritualità che è nel cuore di ogni persona” – e d’accordo, ci mancherebbe – come “grido d’amore che va verso Dio” e anche qui nulla da dire; ma tutto questo, se la preghiera non è fine a sé stessa (cosa che escludo), per chiedere cosa?

Verso la fine, mi è parso di capire, si accenna a una risposta, quando SER (Sua Eccellenza Reverendissima n.d.r.) afferma: “si prega per un’intenzione particolare: per l’umanità ferita, per i defunti, per coloro che non hanno potuto salutare i cari, per i contagiati, per le donne che attendono un bambino, per quelle che hanno subito violenza, per gli imprenditori, i lavoratori, gli insegnanti. L’idea di fondo è che dove c’è una situazione di dolore c’è anche il desiderio di chiedere la forza per venirne fuori e, nonostante tutto, riprendere la vita e recuperare il tempo perduto”. Intende dire che pregare per la fine della pandemia non significa chiedere a Dio di farla finire, ma domandare la forza di ripartire per le donne e gli uomini toccati da essa? Non so se ho capito…

In ogni caso alla fine ci ho rinunciato. Sono andato avanti a recitare il rosario ogni giorno pregandone metà perché la pandemia finisca e metà perché Dio dia forza alle persone, consapevole che così facendo però le gocce della mia preghiera sarebbero finite in due diversi vasi al cospetto di Dio, comportando con ciò un inevitabile ritardo per entrambe le intenzioni…

Se qualcuno di voi avesse una risposta da darmi gliene sarei sinceramente grato! Anche perché negli ultimi giorni si è fatta strada in me una paura che, se corrispondesse al vero, sarebbe piuttosto preoccupante: non è che metà dei cristiani crede in un Dio che, se pregato a dovere e comunque per motivazioni sue imperscrutabili, interviene nella storia a sistemare le cose, mentre l’altra metà crede che Dio agisca sì nella storia, ma facendosi presente nel cuore delle donne e degli uomini che con la preghiera si mettono in ascolto della sua Parola e traggono la forza per essere loro presenza di Dio nel mondo? Non è che, consapevoli di questo, i Reverendi Monsignori giochino a dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, nel tentativo di tenere insieme capra e cavoli?

Ma cosa mi viene mai in mente?! Scusate, è senz’altro tutto frutto della mia immaginazione!

Caro Francesco, abbi pietà della Chiesa italiana!

Caro Papa Francesco, sono un cattolico italiano.

Sono un tuo grande estimatore, uno di quelli che, per intenderci, postano ogni giorno le tue citazioni sui social e considerano il pranzo della domenica il migliore della settimana perché viene dopo il tuo augurio al termine dell’Angelus.

Oggi però ti scrivo un po’ disorientato. Ho letto su un gruppo Facebook che hai esortato la Chiesa italiana a indire un Sinodo, secondo le indicazioni emerse nel 2015 al Convegno di Firenze. E, devo dirti, mi è venuto il dubbio che quel tuo sorriso nasconda in realtà un istinto sadico.

Cerca di capire. A parte il fatto che farci tornare alla mente la figura di palta di Firenze è stato un vero colpo basso. Ci avevamo messo cinque anni e una pandemia per dimenticare l’imbarazzo di quando ci hai chiesto di “avviare un approfondimento della Evangelii Gaudium”, che era uscita ormai da due anni, lasciandoci intendere che avevi in qualche modo intuito – prima o poi ci spiegherai come hai fatto – che qui nessuno l’aveva mai presa in considerazione…

E poi, un Sinodo… “Sinodo” è una parola grossa. Non potevi chiederci, che so, una convocazione interdiocesana dei consigli pastorali e presbiterali riuniti con il coinvolgimento dei rappresentati di associazioni e movimenti coordinati dagli uffici di curia? Sarebbe stato meno destabilizzante. Oppure di istituire una bella e sana Commissione col mandato di mettere in discussione tutto, così da non cambiare nulla. Di commissioni del genere in Italia siamo espertissimi: si selezionano i componenti, ci si trova tre o quattro volte per stendere un documento che non leggerà mai nessuno e fine della faccenda. Possono partecipare anche i laici e le donne, per cui, vedi, non siamo poi così indietro.

Ma un Sinodo… un Sinodo è impegnativo. Qui noi facciamo fatica a trovare un ordine del giorno sensato per il Consiglio parrocchiale… E poi, troppa attenzione, troppa esposizione mediatica. E se venissero fuori pareri diversi? In Italia noi ce ne andiamo ancora in giro con la calda coperta della Comunione ecclesiale addosso: sotto ci si accoltella, ma sopra resta sempre bella morbida e linda! Un Sinodo spuzzolerebbe tutto… E poi io lo so dove vuoi andare a parare con ‘sta cosa, torni sempre lì: la rivoluzione pastorale, la Chiesa in uscita, la realtà che è superiore all’idea… ma noi qui siamo in oggettiva difficoltà. Abbiamo passato decenni a cercare di tirar dentro più persone possibile e tu te ne arrivi a dirci di uscire. Permetti lo sconcerto. Per giunta non è che noi ce ne stiamo qui a smacchiare le casule. Abbiamo un sacco di cose che si son sempre fatte così da continuare a organizzare, e sai che fatica adesso con la pandemia? E d’altra parte non puoi non riconoscere che i nostri passi verso l’innovazione li abbiamo fatti: non hai visto come abbiamo di recente rivoluzionato il Messale? Pensa che, nonostante siano cambiate non più di dieci parole, adesso abbiamo da gestire i nostalgici del “non ci indurre in tentazione” da un lato e gli abolizionisti dell’“offerto in sacrificio per voi” dall’altro. Avrai inoltre apprezzato il nostro ultimo faticoso sforzo di inculturazione liturgica nel contesto della pandemia: dopo appena un anno di riflessione siamo riusciti a introdurre e approvare ufficialmente lo “sguardo di pace”!

Probabilmente questo Sinodo ormai si farà, perché sarebbe piuttosto imbarazzante sottrarci ancora a questo tuo nuovamente ripetuto invito. Però, te lo chiedo per il futuro: abbi pietà di questa nostra Chiesa italiana, sii un po’ più delicato, non ostinarti a infierire. La prossima volta, ti prego, mettiti una mano sul cuore, rivolgici uno sguardo compassionevole, ricordaci nella preghiera, e lasciaci morire in pace.

Con la riconoscenza e l’affetto di sempre.

Un cattolico italiano.

“Dio non ti ama perché ti comporti bene”

“Dio non ti ama perché ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te.”

È un tweet che Papa Francesco ha postato qualche giorno fa. Niente di sconvolgente a prima vista: l’amore gratuito di Dio che previene ogni nostra azione e la nostra stessa vita, è una verità che la fede cristiana ci consegna da sempre. Ma andando scorrere le risposte sotto il post mi sono reso conto di quanta fatica facciamo a credere in un amore gratuito che non chiede niente in cambio.

“Scusi ma allora se faccio del bene o del male è la stessa cosa? Che incentivo ho a fare del bene?”

“Mi spieghi il significato di queste parole pronunciate da Gesù: «Neanche io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Avrebbe potuto dire va’ e pecca quanto ti pare!”.

“Quindi se uccidessi una persona mi amerebbe con la stessa intensità di uno che va sempre in chiesa a pregare”?

Sono alcune delle risposte che mi hanno fatto riflettere. In altre si mette in contrasto il tweet con quello in cui Papa Francesco scrive “Il Signore non può entrare nei cuori duri e ideologici. Il Signore entra nei cuori che sono simili al Suo: cuori aperti e compassionevoli”, oppure con la sua recente affermazione sui migranti: “Dio ci chiederà conto”.

C’è un grande equivoco alla base di queste reazioni, che recepisce un tratto radicato in profondità nell’uomo e che Gesù ha voluto spazzare via: l’idea che l’amore vada meritato, che sia il compenso per le nostre buone azioni e la nostra coerenza di vita. La logica cristiana è diversa. Non è meritocratica, non è il ricatto di un Dio che ti dice: o fai come dico io o io non ti guardo neppure. La logica cristiana all’origine di tutto pone esattamente l’amore incondizionato di Dio per ciascuno. Un amore che non si è meritato, perché esiste da prima che possiamo averne consapevolezza. Dio anzitutto ti ama, ed è questo il punto di partenza della tua relazione con lui, non il punto di arrivo. La morale cristiana non è un modo per propiziarsi i favori di Dio, ma è solo ed esclusivamente risposta d’amore all’amore ricevuto. Ha senso solo in questo contesto d’amore che nasce dall’incontro con Dio. Senza questo riconoscimento, senza questa dinamica che accoglie l’amore ricevuto e vi risponde amando a sua volta, la morale non è cristiana. “Che incentivo ho a fare del bene?”: l’incentivo è l’amore di Dio che ti raggiunge, di fronte al quale il cuore si riempie di gratitudine e non può far altro che contraccambiare.

È evidente allora come affermare che l’amore di Dio non viene mai meno (no, neanche se uccidessi una persona!), non significhi dire che tutto è concesso. L’immagine richiamata in diverse altre risposte per descrivere questa dinamica è quella dell’amore di un genitore per il figlio. Questo amore precede il figlio e non viene mai meno qualunque cosa accada, ma questo non significa che il genitore non chieda conto al figlio delle sue responsabilità. Il fatto che l’amore dei genitori non sia in discussione non autorizza il figlio a compiere le peggiori nefandezze. Anzi, è proprio questo amore a poter motivare il suo impegno a rispondervi con coerenza ed è proprio il suo non venir meno a poterlo risollevare dalle cadute. È la mancanza di amore a produrre il male, non la sua presenza costante. Va però sottolineato un aspetto fondamentale: la risposta all’amore di Dio non ci è chiesta come un dovere. Affinché questo amore entri nella nostra vita e vi porti frutto, la nostra risposta deve avere i tratti dell’esigenza percepita interiormente di ricambiare un dono ricevuto. Una risposta d’amore all’amore, non per necessità. Perché la vita cristiana, la Salvezza, non è adempiere dei doveri, ma vivere dentro una relazione d’amore con Dio e coi fratelli, in quanto si riconosce in ciascuno di loro il volto stesso di Dio.

Un altra risposta mi ha colpito, dice così:

“Allora non ho capito niente fino ad oggi, da piccola mi insegnavano tutt’altro, che stupida, pensavo di attenermi sempre ai 10 comandamenti”.

Già! Quanto nella nostra predicazione e catechesi insistiamo su: “Dio non ti ama perché ti comporti bene”? Quanto invece mettiamo al primo posto i comandamenti, la morale, intesi come dovere, slegati dal contesto di risposta d’amore all’amore ricevuto? Quanto parlando della vita cristiana usiamo più “devi!” di “sei amato”? Forse assumere fino in fondo questa prospettiva è davvero ciò di cui abbiamo bisogno. Credo che tante incomprensioni – col mondo LGBT, con le situazioni personali e famigliari definite irregolari – nascano anche dall’incomprensione su questo punto che, come dimostrano le tante reazioni al tweet, è un tratto del messaggio cristiano che può avere ancora oggi una forza dirompente. Sta a noi credenti però non mettere la lampada dell’amore gratuito di Dio sotto il moggio del “si deve”.