Le contraddizioni del Cardinal Müller

Colpisce l’intervista al Cardinal Müller pubblicata la scorsa settimana da “il Giornale”. Colpisce anzitutto per le sue contraddizioni: è difficile comprendere ad esempio come, dopo un esordio in cui sentenzia “Tanti vogliono che la Chiesa parli solo di questioni della vita sociale, della politica […] ma la sua missione primaria è predicare il Vangelo”, Müller possa più avanti serenamente affermare che “gli Stati hanno tutto il diritto di fare un regolamento per l’immigrazione illegale e proteggere la propria popolazione magari da criminali che arrivano da altri Paesi”.
Ma, andando più in profondità, colpisce, nelle parole di Müller, l’esplicitazione di un modo di pensare la fede del tutto sganciato dalla storia, che contraddice inequivocabilmente la tradizione cattolica.

C’è un passaggio dell’intervista emblematico in tal senso: quando Müller, contesta chi, in occasione del Giubileo, “arriva qui in pellegrinaggio per introdurre questioni che riguardano i conflitti tra palestinesi e israeliani”, perché “la Porta Santa non può essere usata per questioni politiche”; e si chiede: “Questo cosa ha a che vedere con la loro fede?”. Ora, sull’opportunità di attraversare la Porta Santa con la bandiera israeliana o palestinese si può discutere, ma affermare che la dimensione politica, il desiderio di giustizia, di diritti e di pace, non abbiano nulla a che vedere con la fede, con la Speranza cristiana che questo Giubileo mette al centro, rappresenta una stortura tanto del modo di pensare alla politica, quanto della fede. La dimensione politica viene derubricata a mera ideologia e deve rimanere fuori dal tempio, nel quale ciò che si celebra appartiene a una dimensione che non ha niente a che vedere con ciò che accade nella storia. Il tempio non può essere disturbato, contaminato, dalle grida che vengono da fuori.

La contraddizione con la prospettiva evangelica e la tradizione cristiana è evidente. La Chiesa crede in un Dio che si è incarnato nella storia, un Dio che si fa storia lasciandosi toccare nella carne e nel sangue dal dramma, dalla violenza, dalle grida che si levano da essa. Ma è tutta la storia cristiana a smentire la prospettiva di una fede astorica e disincarnata. Nel bene e nel male, la storia dei popoli cristiani, almeno fino alle soglie della modernità, è stata plasmata da una fede che si è fatta storia, cultura e motore per la costruzione del mondo, e anche in epoca moderna il sorgere della dottrina sociale della Chiesa ha ribadito il radicamento della fede nella storia. Affermare che ciò che accade nella storia non ha niente a che vedere con la fede significa semplicemente porsi fuori dalla prospettiva cristiana.

Il problema di Müller è che, se si accetta di considerare la storia rilevante per la fede, poi con la storia e con la cultura bisogna fare i conti sul serio, sporcandosi le mani. È quello che Papa Francesco diceva attraverso l’immagine della “Chiesa ospedale da campo”, dei “pastori con l’odore delle pecore”. Il problema di Müller è che, se la fede non può prescindere dalla storia, allora non è più possibile limitarsi a proporre una verità predeterminata, vera sempre e comunque, a cui semplicemente si chiede adesione, senza tenere conto della concretezza storica e delle connotazioni culturali. Atteggiamento questo purtroppo diffuso anche nella pastorale ordinaria: non importa chi ho davanti, a chi mi rivolgo, cosa vive, cosa chiede; importa solamente affermare la verità, proporla e spiegarla, e questo basta per essere a posto con la coscienza. Se poi l’altro non la accoglie è affar suo – anzi, è colpa sua! – io quello che dovevo fare l’ho fatto.

È esattamente questo l’atteggiamento con il quale, ad esempio, Müller nell’intervista liquida il grido che le persone LGBTQ+ rivolgono alla Chiesa oggi: non si mette in ascolto, prende subito le distanze definendo ideologica la questione – “non si può strumentalizzare l’Anno Santo e la Porta Santa per un’ideologia di questo tipo” – e si limita a riaffermare la verità di sempre senza alcuna contestualizzazione o confronto con le istanze odierne. Il presupposto è che la storia e la cultura non hanno niente da dire alla fede. Mentre è sotto gli occhi di tutti come, nella realtà dei fatti, sono molti i tratti della fede cristiana che nella storia hanno conosciuto mutamenti ed evoluzioni. A contesti ed epoche storiche diverse corrispondono stili e sensibilità diversi, modi diversi di guardare e giudicare.

Ne è un chiaro esempio il tema della pena di morte, su cui Müller si esprime nell’intervista, replicando a Papa Leone che, a una televisione americana, ha affermato che è contradditorio essere contrari all’aborto ma favorevoli alla pena capitale. Sulla questione è recente il mutamento di prospettiva della dottrina cattolica; nello Stato Vaticano la pena di morte è stata abolita da Paolo VI nel 1969, mentre è solo nel 1995, con la Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, che un testo magisteriale propone una visione critica sul tema, in controtendenza rispetto alla tradizione cattolica precedente. È chiaramente il mutato contesto culturale ad aver permesso alla Chiesa di riconoscere, dopo quasi duemila anni di storia, la contraddizione esistente tra pena di morte e fede cristiana.

La posizione di Müller sul tema è sintomatica. La sua difficoltà a concepire una dottrina che cambia in conseguenza di un mutamento culturale lo porta a essere qui sorprendentemente ambiguo e relativista: “Io sono personalmente contrario a questa pena, ma ricordiamo che tra gli insegnamenti della Chiesa era accettato, entro certi limiti e in casi estremi, che l’autorità civile potesse applicarlaE su questa base, correggendo in una volta sola il Papa e il Vangelo, afferma che aborto e pena di morte non possono essere messi sullo stesso piano, ossia che la vita di alcuni ha più valore di quella di altri.

Il grande teologo Karl Barth diceva che i cristiani devono tenere “in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”. Vangelo e storia. Serve ripartire da qui.

“Cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?”

“Non capisco cosa ci stia ancora a fare la Chiesa nel 2023!”.

È la frase provocatoria che mi sono sentito rivolgere da un mio studente qualche tempo fa (in una forma leggermente più colorita di quella che ho riportato). Lì per lì me la sono cavata con la solita spataffiata sull’“annunciare il Vangelo in ogni tempo”, “permettere l’incontro con Cristo” e altre possibili variazioni sul tema. Una volta però vinta la tentazione di liquidarla semplicemente come esempio di pensiero iperbolico adolescenziale, la provocazione mi è rimasta dentro. E ripensandoci, mi sono reso conto che l’accento non era posto tanto sul ruolo della Chiesa in generale, quanto sul valore, sulla significatività e sensatezza della sua presenza nel contesto odierno. Per come era espressa, potrebbe essere riformulata più o meno così: cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?

Mi è tornata in mente questa domanda leggendo, qualche giorno fa, il messaggio di Mons. Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, in occasione della festa della Madonna di Siponto. Al termine della processione che ha portato la statua di Maria per le vie dalla città, ha pronunciato un discorso che proporrei integralmente in risposta al mio studente, se nel frattempo non si fosse ormai senza dubbio disinteressato della questione.

Ciò che emerge dall’intervento di Mons. Moscone è esattamente il tentativo di indicare un modo di vivere la fede e di essere Chiesa nel qui e ora della storia, incentrato su ciò che la fede e la Chiesa hanno da dire di fecondo per l’oggi. Vale la pena ripercorrerlo, perché troppo spesso, come Chiesa, ci preoccupiamo di fare, senza chiederci se quello che proponiamo sia fecondo, se tocchi davvero qualcosa nella vita concreta delle donne e degli uomini che intercettiamo; accontentandoci molte volte di replicare senza patemi quello che si è sempre fatto, che di questi tempi è già difficile così!

Sono tre le attenzioni che Mons. Moscone suggerisce per edificare una comunità cristiana capace di “sognare una città e Chiesa nuova che generino vita, speranza, futuro”.

– Anzitutto una Chiesa che scelga di portare avanti quello che la tradizione le consegna – nel caso specifico, la festa della Madonna di Siponto – non “a prescindere” (non va bene tutto!), ma a determinate condizioni. “La festa è buona e vera, se…” è il ritornello che scandisce la prima parte del discorso: se rafforza le relazioni, se sa essere occasione per muovere le coscienze, stimolare progetti per la città e la Chiesa, aumentare la responsabilità di ciascuno nel sentirsi tutti cittadini di una sola città, per il bene comune, la legalità… se permette ai cristiani di annunciare il Vangelo e testimoniare la “possibilità di vivere qui e ora le beatitudini”. Niente male come programma per una festa patronale!

– In secondo luogo, una Chiesa che, sull’esempio di “Maria donna del silenzio e dell’ascolto” – come amava definirla don Tonino Bello – sa fare spazio alla parola dell’altro “sia se a parlare è Dio o l’uomo, la trascendenza o la storia”. Una Chiesa capace di riconoscere che “senza ascolto non vi è né scienza, né fede, né autentica vita sociale, non vi è vera democrazia, non si sviluppa la cittadinanza attiva, ma solo delega o indifferenza reciproca”. L’ascolto quindi come atteggiamento ecclesiale primario, a partire dal quale, e non senza il quale, scaturisce tutto il resto.

– Da ultimo, una Chiesa capace di cogliere profeticamente, nella concretezza delle vicende della storia, la voce di Dio a difesa degli ultimi, contro ogni forma di ingiustizia, di sfruttamento, di squilibrio economico, sociale, ambientale. Ma non tramite esortazioni generiche e politicamente corrette, valide ovunque per tutti e quindi rivolte sempre a qualcun altro; soffermando invece lo sguardo sui volti, i nomi, i luoghi, i singoli eventi che hanno segnato la comunità nella sua concretezza. Mons. Moscone non parla genericamente dei poveri, dei migranti, degli scartati: parla di Ibrahim e Queen, di Stefan e Daniel; non accenna banalmente ai “diritti dei lavoratori”, parla concretamente di Caporalato, del 48% di disoccupazione giovanile, delle imprese che chiudono al sud per trasferirsi al nord… Prende sul serio cioè la sfida di guardare con gli occhi del Vangelo la vita vera del popolo a lui affidato, le vicende reali del suo territorio, affinché questo sguardo, ricco di parresia, diventi seme fecondo per un futuro costruito su modello del Regno.

In molti hanno messo in luce come il discorso di Mons. Moscone, pur pronunciato al termine di un momento di preghiera, appaia molto più politico che spirituale, molto più storico che trascendente. Che ci azzecca una processione religiosa con tematiche come il lavoro, la sostenibilità, la legalità? La percezione di trovarci di fronte a una dissonanza però è sintomo di un modo di pensare che evidentemente scinde fede e vita, Vangelo e storia: una fede che in definitiva non interpella l’uomo e il suo agire, ma piuttosto si limita a chiedere a Dio di agire.

Per immaginare una Chiesa feconda e significativa per l’oggi è necessario invece ribaltare lo schema: intendere la fede come ciò che plasma e purifica il pensare e l’agire dell’uomo; vivere il momento della preghiera – la processione – non per implorare l’intervento divino, ma per mettersi in ascolto e lasciarsi orientare il cuore e la mente dallo sguardo d’amore di Dio che lì è possibile (deve essere possibile!) incontrare; cosicché il nostro agire di ogni giorno diventi agire di Dio nella storia.

Ecco, al mio studente oggi risponderei che è questo il motivo per cui, nel 2023, la Chiesa c’è ancora.