Una Messa imprevista, e Dio era racchiuso in un sorriso…

Con l’Epifania si conclude il periodo delle feste e ci si predispone a tornare alla routine quotidiana. Prima di chiudere alberi e presepi negli scatoloni vorrei però rivolgere un ultimo sguardo al dono che questo Natale mi ha consegnato, per aiutare, anzitutto me stesso, a non abbandonarlo troppo in fretta nel cassetto di ciò che ormai appartiene al passato, ma provare a farlo diventare fecondo nella vita di ogni giorno.

Con la mia famiglia, quest’anno, abbiamo trascorso il Natale in montagna. La vigilia l’idea era andare alla Messa di mezzanotte nella chiesa del paese, ma una forte nevicata ha reso impraticabili le strade fino al pomeriggio del giorno successivo. In parrocchia non erano previste celebrazioni serali. Abbiamo cercato online ed è saltata fuori una Messa alle ore 20.00 della sera di Natale in un paesino poco distante, dove non eravamo mai stati.

Stanchi per la giornata ormai al termine, ci siamo messi in viaggio, e dopo mezz’ora di macchina, infreddoliti per il vento e la neve, abbiamo varcato la porta della chiesina. Sarà stato il contrasto fra il freddo fuori e il tepore dentro la chiesa, fatto sta che una sensazione di calore e accoglienza ci ha subito pervaso. All’interno poche file di panche e il tipico altare di legno dorato delle chiese di montagna. Al centro, ad accoglierci, un grande Gesù bambino con le braccia spalancate. Poi è iniziata la celebrazione. E siamo rimasti incantati.

Un piccolo coro, semplice ma curato, cantava a più voci, accompagnato da un organetto, i tipici canti della tradizione di Natale. Il prete, più volte, durante la celebrazione, alzava lo sguardo, e sorrideva… guardando verso il coro o verso i bambini, che all’inizio della Messa non c’era modo di tenere fermi e alla fine non riuscivano a tenere gli occhi aperti per la stanchezza. Un’omelia semplice, a ricordare, senza filosofia e retorica, che il Natale è riconoscere Dio in un bambino. E poi, come sempre ma, se possibile, più consistente del solito, il pane spezzato, il calice alzato, corpo e sangue di quel neonato divenuto il crocifisso, offerta che, nella fragranza di un’ostia, qui, oggi, ci raggiunge e nutre.

Un profumo di vin brulé ci ha accompagnato all’uscita. Un parrocchiano vestito da Babbo Natale, con un’asina visibilmente incinta, distribuiva a tutti i bambini piccoli sacchetti trasparenti, preparati con cura, contenenti caramelle, noccioline e mandarini. Le signore che offrivano the e panettone sorridevano con una gioia genuina, a noi, che eravamo lì per caso, estranei a quella comunità, facendoci sentire accolti in un modo del tutto gratuito e inatteso.

Sono tornato a casa con la percezione chiara, epidermica, di aver fatto esperienza di qualcosa di grande, nella sua più assoluta semplicità. Qualcosa di autentico, di vero, di profondamente umano. Una bellezza umile e silenziosa, capace di scaldare e illuminare l’anima. E da frequentatore della teologia quale sono, abituato ad analisi, interpretazioni, riflessioni, mi sono chiesto se il problema della Chiesa e dei cristiani oggi non sia forse quello di aver troppe volte trasformato la fede in qualcosa su cui discutere e ragionare; trascurando di incarnarla, ogni giorno, nella semplicità di un sorriso, nella spontaneità di un gesto che accoglie e fa sentire a casa; bellezza genuina e silenziosa che diventa dono prezioso per chi la incontra. E mi sono detto che forse, se le nostre comunità cristiane fossero semplicemente luoghi in cui, nella gratuità, si sorride, si accoglie, si canta; se il nostro parlare di Dio si limitasse a indicarlo in un bambino appena nato, in un pane spezzato, in un uomo sofferente; senza pretese, senza coprire queste evidenze semplici e concrete di attributi teologici, economie salvifiche e attese escatologiche; forse allora, davvero, i cristiani sarebbero ancora un dono per l’umanità oggi.

Articolo pubblicato su VinoNuovo.it

Le contraddizioni del Cardinal Müller

Colpisce l’intervista al Cardinal Müller pubblicata la scorsa settimana da “il Giornale”. Colpisce anzitutto per le sue contraddizioni: è difficile comprendere ad esempio come, dopo un esordio in cui sentenzia “Tanti vogliono che la Chiesa parli solo di questioni della vita sociale, della politica […] ma la sua missione primaria è predicare il Vangelo”, Müller possa più avanti serenamente affermare che “gli Stati hanno tutto il diritto di fare un regolamento per l’immigrazione illegale e proteggere la propria popolazione magari da criminali che arrivano da altri Paesi”.
Ma, andando più in profondità, colpisce, nelle parole di Müller, l’esplicitazione di un modo di pensare la fede del tutto sganciato dalla storia, che contraddice inequivocabilmente la tradizione cattolica.

C’è un passaggio dell’intervista emblematico in tal senso: quando Müller, contesta chi, in occasione del Giubileo, “arriva qui in pellegrinaggio per introdurre questioni che riguardano i conflitti tra palestinesi e israeliani”, perché “la Porta Santa non può essere usata per questioni politiche”; e si chiede: “Questo cosa ha a che vedere con la loro fede?”. Ora, sull’opportunità di attraversare la Porta Santa con la bandiera israeliana o palestinese si può discutere, ma affermare che la dimensione politica, il desiderio di giustizia, di diritti e di pace, non abbiano nulla a che vedere con la fede, con la Speranza cristiana che questo Giubileo mette al centro, rappresenta una stortura tanto del modo di pensare alla politica, quanto della fede. La dimensione politica viene derubricata a mera ideologia e deve rimanere fuori dal tempio, nel quale ciò che si celebra appartiene a una dimensione che non ha niente a che vedere con ciò che accade nella storia. Il tempio non può essere disturbato, contaminato, dalle grida che vengono da fuori.

La contraddizione con la prospettiva evangelica e la tradizione cristiana è evidente. La Chiesa crede in un Dio che si è incarnato nella storia, un Dio che si fa storia lasciandosi toccare nella carne e nel sangue dal dramma, dalla violenza, dalle grida che si levano da essa. Ma è tutta la storia cristiana a smentire la prospettiva di una fede astorica e disincarnata. Nel bene e nel male, la storia dei popoli cristiani, almeno fino alle soglie della modernità, è stata plasmata da una fede che si è fatta storia, cultura e motore per la costruzione del mondo, e anche in epoca moderna il sorgere della dottrina sociale della Chiesa ha ribadito il radicamento della fede nella storia. Affermare che ciò che accade nella storia non ha niente a che vedere con la fede significa semplicemente porsi fuori dalla prospettiva cristiana.

Il problema di Müller è che, se si accetta di considerare la storia rilevante per la fede, poi con la storia e con la cultura bisogna fare i conti sul serio, sporcandosi le mani. È quello che Papa Francesco diceva attraverso l’immagine della “Chiesa ospedale da campo”, dei “pastori con l’odore delle pecore”. Il problema di Müller è che, se la fede non può prescindere dalla storia, allora non è più possibile limitarsi a proporre una verità predeterminata, vera sempre e comunque, a cui semplicemente si chiede adesione, senza tenere conto della concretezza storica e delle connotazioni culturali. Atteggiamento questo purtroppo diffuso anche nella pastorale ordinaria: non importa chi ho davanti, a chi mi rivolgo, cosa vive, cosa chiede; importa solamente affermare la verità, proporla e spiegarla, e questo basta per essere a posto con la coscienza. Se poi l’altro non la accoglie è affar suo – anzi, è colpa sua! – io quello che dovevo fare l’ho fatto.

È esattamente questo l’atteggiamento con il quale, ad esempio, Müller nell’intervista liquida il grido che le persone LGBTQ+ rivolgono alla Chiesa oggi: non si mette in ascolto, prende subito le distanze definendo ideologica la questione – “non si può strumentalizzare l’Anno Santo e la Porta Santa per un’ideologia di questo tipo” – e si limita a riaffermare la verità di sempre senza alcuna contestualizzazione o confronto con le istanze odierne. Il presupposto è che la storia e la cultura non hanno niente da dire alla fede. Mentre è sotto gli occhi di tutti come, nella realtà dei fatti, sono molti i tratti della fede cristiana che nella storia hanno conosciuto mutamenti ed evoluzioni. A contesti ed epoche storiche diverse corrispondono stili e sensibilità diversi, modi diversi di guardare e giudicare.

Ne è un chiaro esempio il tema della pena di morte, su cui Müller si esprime nell’intervista, replicando a Papa Leone che, a una televisione americana, ha affermato che è contradditorio essere contrari all’aborto ma favorevoli alla pena capitale. Sulla questione è recente il mutamento di prospettiva della dottrina cattolica; nello Stato Vaticano la pena di morte è stata abolita da Paolo VI nel 1969, mentre è solo nel 1995, con la Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, che un testo magisteriale propone una visione critica sul tema, in controtendenza rispetto alla tradizione cattolica precedente. È chiaramente il mutato contesto culturale ad aver permesso alla Chiesa di riconoscere, dopo quasi duemila anni di storia, la contraddizione esistente tra pena di morte e fede cristiana.

La posizione di Müller sul tema è sintomatica. La sua difficoltà a concepire una dottrina che cambia in conseguenza di un mutamento culturale lo porta a essere qui sorprendentemente ambiguo e relativista: “Io sono personalmente contrario a questa pena, ma ricordiamo che tra gli insegnamenti della Chiesa era accettato, entro certi limiti e in casi estremi, che l’autorità civile potesse applicarlaE su questa base, correggendo in una volta sola il Papa e il Vangelo, afferma che aborto e pena di morte non possono essere messi sullo stesso piano, ossia che la vita di alcuni ha più valore di quella di altri.

Il grande teologo Karl Barth diceva che i cristiani devono tenere “in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”. Vangelo e storia. Serve ripartire da qui.

Chiesa e LGBTQ+: la dottrina può aspettare, il Vangelo no.

Stanno facendo discutere le parole di Papa Leone inerenti le persone LGBTQ+, riportate negli estratti dell’intervista concessa dal pontefice alla giornalista Elise Ann Allen. Da un lato Leone sottolinea come la Chiesa sia aperta a “tutti, tutti, tutti”; dall’altro afferma: “Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la Dottrina della Chiesa (cambi) i termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio” (citazione da Vatican News).

Personalmente sono tra quelli che ritengono necessario uno sviluppo della dottrina cattolica sul tema LGBTQ+. Sono però consapevole di come la pretesa che sia il Papa a imprimere una sterzata in questa direzione celi una sostanziale incomprensione del ruolo del successore di Pietro. Il Papa, a dispetto di come viene spesso rappresentato, non è un leader che porta la Chiesa dove gli pare: il Papa è il custode dell’unità della Chiesa. Non è colui che, attraverso pronunciamenti magisteriali, strappa in avanti (o all’indietro); è piuttosto colui che cerca di ricucire insieme gli strappi.

Nella Chiesa oggi sulla questione LGBTQ+ vi è una pluralità di visioni, spesso contrapposte; manca cioè un consensus fidelium che la dottrina possa recepire. È quello che Leone ha giustamente sottolineato e mi è parso quanto mai significativo che, in maniera del tutto coerente, abbia espresso la sua posizione in una forma non assoluta: non ha detto – come forse alcuni avrebbero auspicato – che i termini della questione non cambieranno mai, ma ha limitato la sua affermazione al “prossimo futuro”, alle condizioni attuali.

D’altro canto, Leone ha ribadito in modo forte che la Chiesa è aperta a “tutti, tutti, tutti”. Qualcuno, leggendo queste parole, accostate all’indisponibilità a “cambiare” la dottrina, le ha tacciate di ipocrisia, a partire dall’assioma secondo cui, finché la dottrina ufficiale della Chiesa non “evolve”, le sue porte non saranno mai realmente aperte. Personalmente ritengo vero il contrario. Il motivo per cui oggi mancano le condizioni per uno sviluppo dottrinale, a mio parere, è da ritrovarsi esattamente nelle porte delle nostre Chiese che troppo spesso, non in teoria ma nella realtà dei fatti, rimangono chiuse alle persone LGBTQ+.

Se guardiamo con sincerità agli atteggiamenti e alle parole nelle nostre comunità cristiane dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei casi – non sempre, perché esistono esperienze ecclesiali di sincero riconoscimento e accoglienza – le persone omosessuali sono più giudicate che accolte. Certo, la dottrina cattolica chiede – per lo meno – di distinguere tra persone e atti, ma nella realtà concreta, il più delle volte, il giudizio dei cristiani si rivolge alla persona e ferisce; provoca esclusione, autoesclusione o nascondimento, perché la comunità cristiana viene percepita come un contesto in cui ci si sente avversati. Secondo alcuni poi è giusto e doveroso che le persone LGBTQ+, se non si conformano alla dottrina, siano avversate nella Chiesa, perché appartengono a uno schieramento contro il quale siamo in lotta, di cui dobbiamo contrastare l’avanzata…

Ribadendo che la Chiesa è aperta a “tutti, tutti, tutti” Papa Leone chiede, senza fraintendimenti possibili, che questo atteggiamento di contrapposizione – queste porte non solo chiuse ma fortificate – venga superato, perché, esso sì, è inequivocabilmente in contrasto con la dottrina cattolica e il Vangelo! Nei Vangeli Gesù si rivolge, accoglie e chiama in modo privilegiato chi, per motivi diversi, era considerato impuro e lontano, come oggi molti cristiani, di fatto (e, per quanto mi riguarda, a torto), considerano le persone LGBTQ+. Nei Vangeli Gesù non mette mai il giudizio prima dell’accoglienza e del riconoscimento dell’altro come figlio amato, né accoglie per un secondo fine – il cambiamento dell’altro – o dopo aver ricevuto in pegno la disponibilità al cambiamento. Gesù accoglie e basta, ogni persona, così com’è. I giudizi e le invettive, nei Vangeli, li riserva solo a chi vorrebbe mettere limiti e condizioni al suo amore.

Ciò che può e deve cambiare oggi allora non è la dottrina, ma la coerenza dei cristiani al Vangelo che chiede accoglienza indiscriminata, riconoscimento dell’altro e compassione evangelica. Le condizioni per uno sviluppo della dottrina si realizzeranno quando uno sguardo che ama avrà preso il posto di quello giudicante, quando la reciproca confidenza e frequentazione avrà reso possibile per le persone LGBTQ+ condividere nelle comunità cristiane “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”,  e i cristiani riconosceranno nelle loro parole e nel loro vissuto Cristo che grida “ho sete”. Senza prima questa conversione, se anche, per assurdo, il Papa cambiasse la dottrina, non farebbe altro che accentuare contrapposizioni e divisioni. Il vero cambiamento non lo fa il Papa, ma ciascuno di noi, con i nostri atteggiamenti e il nostro sguardo purificato dal Vangelo, nella comunità cristiana, ogni giorno.

Quella parola di Francesco che ha cambiato il mio sguardo

C’è una parola, un concetto di Papa Francesco che, mi rendo conto, ha segnato in modo indelebile il mio modo di pensare, come una goccia che a poco a poco scava la pietra e plasma tutto in una forma nuova. È uno dei principi indicati nella Evangelii Gaudium, il testo che più mi è rimasto impresso di Francesco, che afferma: la realtà è superiore all’idea. Francesco esplicita questo concetto in tre brevi paragrafi (EG 231-233) nei quali tra la realtà e l’idea, sempre in tensione tra loro, dà priorità alla realtà, a ciò che è, prima di ciò che dovrebbe essere. Questo, dal mio punto di vista, cambia tutto: chiede un’adesione senza scappatoie alla realtà delle cose nella sua ruvida radicalità, ma insieme – e questa è stata per me la scoperta più sorprendente – dischiude una prospettiva carica di Speranza.

Dare priorità alla realtà rispetto all’idea è un principio radicalmente evangelico. È l’approccio che in primis Gesù ha fatto proprio. In ogni incontro, in ogni sguardo, Gesù ha sempre anzitutto accolto l’altro così com’era, mettendo prima la compassione del giudizio. Giudicare significa guardare il mondo dando priorità alla propria idea: se la realtà non corrisponde all’idea scatta il giudizio negativo e la contrapposizione. Dare priorità alla realtà significa sospendere il giudizio, accogliere, dare fiducia, indipendentemente da chi ci si trova davanti. È l’atteggiamento che Papa Francesco ha testimoniato in modo straordinario nei suoi dodici anni di pontificato.

Nella prospettiva dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa, dare priorità alla realtà ha significato per me ribaltare la domanda di partenza, che normalmente era: come faccio a condurre chi ho davanti a condividere, apprezzare, considerare rilevante la prospettiva cristiana (cioè la mia idea)? Una logica che dava priorità all’idea – considerata vera e immutabile a prescindere da tutto – e pretendeva fosse unicamente la realtà a piegarsi, a cambiare. Dare priorità alla realtà ha significato per me invertire lo sguardo e riconoscere ciò che, per la verità, è del tutto lampante oggi: il mondo non sa cosa farsene della stragrande maggioranza delle parole che la Chiesa gli rivolge. Le domande a cui la Chiesa pretende di dare risposta, per la maggior parte sono domande che nessuno si pone più, che non incrociano più la vita reale e concreta delle persone. Dare priorità alla realtà ha significato per me cambiare radicalmente la domanda: non chiedermi più come portare altri a condividere la mia idea, ma se c’è qualcosa del messaggio del Vangelo che può essere fecondo oggi. Partire non dal presupposto che il mondo deve aderire alla fede, ma da uno sguardo sulla realtà carico di compassione, che coglie e apprezza le sensibilità profonde e se ne prende cura, attraverso il quale – chi più di Papa Francesco ce lo ha testimoniato? – si rende tangibile e accessibile l’amore di Dio rivolto a ciascuno, così com’è.

Orientare il mio sguardo a considerare la realtà superiore all’idea ha cambiato anche il mio modo di guardare alla Chiesa. La realtà della Chiesa oggi è ancora per lo più quella descritta dal Cardinal Martini in uno dei suoi ultimi interventi: una Chiesa indietro di 200 anni. È evidente a tutti come lo slancio profetico di Francesco sia stato frenato da questa realtà della Chiesa. In questo senso Francesco si è scontrato con il principio che lui stesso aveva indicato: la realtà di una Chiesa indietro di 200 anni è stata superiore alla pur bellissima idea di una Chiesa in uscita, ospedale da campo, povera per i poveri. Ma dare priorità alla realtà rispetto all’idea significa accogliere ed amare anche questa Chiesa, guardando con compassione e affetto alla sua fragilità, alla sua paura di aprirsi al nuovo, al suo chiudersi a riccio per provare a non perdere quel poco che resta. Perché bruciare le tappe, strappare in avanti, significa mettere l’idea davanti alla realtà, quando è della realtà che la fede in Gesù – e il magistero di Francesco –  chiede di prenderci cura.

Infine, considerare la realtà superiore all’idea ha significato per me scoprire una Speranza possibile e inattesa. Se la realtà è superiore all’idea significa che ogni idea sganciata dalla realtà non può avere futuro, è destinata a finire: questo per me è fonte di Speranza, per la Chiesa e per il mondo. La negazione più o meno intenzionale della realtà è uno dei tratti purtroppo distintivi del nostro tempo, una delle maggiori cause di sofferenza e squilibrio. Assistiamo oggi al proliferare di ideologie che negano pezzi di realtà, che provano a piegare la realtà all’idea: dalla negazione del cambiamento climatico alla distorsione della questione migratoria, dalla fatica ad accettare la verità storica quando scomoda al travisamento delle regole dell’economia e della giustizia. Ma tutto ciò che nega la realtà non ha futuro. Certo, quando l’idea è sganciata dalla realtà, un prezzo da pagare c’è e a volte è salato, ma se la realtà è superiore all’idea il futuro appartiene alla realtà. Nessuna ideologia regge alla prova del tempo: è questa la Speranza. La Chiesa del futuro sarà quella avrà trovato la strada per connettersi nuovamente con la realtà, superando i 200 anni di gap, magari proprio riconoscendo a posteriori la profezia insita nel magistero di Papa Francesco; il mondo del futuro sarà quello che avrà smascherato come distorsioni le ideologie di oggi, come oggi quelle di ieri.

Che se poi la realtà più vera di ogni cosa e persona è il suo essere originata, accolta e custodita dallo sguardo d’amore di Dio, come Papa Francesco ha reso evidente a chiunque abbia ascoltato la sua testimonianza, la Speranza resta la prospettiva più vera.

Dice ancora qualcosa la Risurrezione oggi?

DOMENICA DI PASQUA –  (Gv 20,1-9)

Un cielo ancora carico di tenebre, sfidate da un lieve chiarore che avanza all’orizzonte. Una donna che non riesce ad aspettare il nuovo giorno. Perché un nuovo giorno così non lo può accattare. Un nuovo giorno senza quello sguardo che aveva cambiato la sua vita per sempre, in un mondo che quello sguardo aveva voluto spegnarlo. Si apre così il racconto del mattino di Pasqua. Il mattino che, per i cristiani, ha cambiato ogni cosa, stravolgendo il volto di Dio e la logica della vita. Il mattino che, dopo l’insensatezza della croce, ha reso nuovamente possibile pronunciare la parola Speranza.

Ci sono molti modi di descrivere la Speranza cristiana che il mattino della Risurrezione ci consegna. Il primo, più comune e immediato, la interpreta come vittoria sulla morte: Gesù risorge mostrando che la morte non è l’ultima parola sulla nostra vita, che esiste una vita futura perché, dopo essere morti, come Gesù risorgeremo ed entreremo nella vita eterna.

Faccio personalmente molta fatica a percepire come significativa e rilevante per la mia vita una speranza che abbia questa fisionomia: sbilanciata sulla vita dopo la morte, rimandata a un altro mondo, a un’altra vita, mentre io è in questo mondo e in questa storia che vivo. Probabilmente questa fatica deriva da un tratto tipico della cultura in cui siamo immersi, che guarda più al presente che al futuro, che teme più la vita che la morte. Se c’è qualcosa che fa paura oggi non è tanto la prospettiva del morire, ma tutta l’incertezza e la fragilità di cui siamo in balia, tutta la violenza insensata che quotidianamente ci viene sbattuta addosso. Ciò di cui andiamo disperatamente alla ricerca è una speranza che allevi la paura di vivere, non quella di morire, che dia senso alla vita, prima che alla morte. Perché dentro una vita senza senso, il desiderio di un’esistenza che prosegua oltre la morte semplicemente non nasce.

Credo sia questo il motivo per cui la Speranza cristiana risulta così poco attraente oggi, riesca così poco a incrociare la sensibilità delle donne e degli uomini del nostro tempo: il suo essere il più delle volte ancora presentata come speranza per la vita dopo la morte. Nell’anno del Giubileo della Speranza credo sia importante porsi la domanda su quale Speranza la fede cristiana rende accessibile all’umanità di oggi. La fede nella Risurrezione dice qualcosa su ciò che sta a cuore alle persone oggi, ossia sulla vita prima che sulla morte? Non perché la Speranza cristiana che salva dalla morte sia meno vera oggi rispetto a ieri, ma perché l’umanità oggi va in cerca di una Speranza e di una Salvezza non per il domani ma per l’oggi.

Credo siano almeno due i segni di Speranza che la fede nella Risurrezione può consegnare alla nostra vita oggi, indipendentemente da quella futura. Il primo segno è uno sguardo: lo sguardo d’amore, compassione e misericordia che Gesù ha rivolto ad ogni persona che ha incontrato nel suo cammino, attraverso il quale ha salvato il cieco, l’adultera, l’indemoniato, il pubblicano. Quello sguardo che non ha smesso di rivolgere nemmeno dalla croce. La croce sembrava aver smentito per sempre ogni legame di Gesù con Dio: se è morto così – concordano tutti, discepoli inclusi – Gesù non aveva nulla a che fare con Dio. La Risurrezione è quell’evento che permette ai discepoli di comprendere ciò che appariva del tutto impensabile: quell’uomo crocifisso è Dio. Sulla croce si mostra in modo definitivo il volto autentico di Dio. È la verità più profonda della fede cristiana, il cuore dell’annuncio della Risurrezione, il kerigma: Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). La Risurrezione permette allora di spazzare via ogni possibile immagine di Dio diversa dallo quello sguardo d’amore manifestato da Gesù nella sua vita e sulla croce. Credere nella Risurrezione – credere cioè che quell’uomo crocifisso è Dio – significa aprirsi alla possibilità di ricevere su di sé, oggi, quello stesso sguardo d’amore: guardare alla propria vita e riconoscerla, prima di ogni altra cosa, nel qui e ora della storia, amata, compresa, accolta, desiderata, affermata come preziosa dallo sguardo d’amore di Dio. Significa guardare ad ogni persona e trovare lo stesso sguardo rivolto a ciascuno; e fare nostro quello stesso sguardo, riconoscendo che la verità più profonda di ogni uomo e di ogni donna è il suo essere amato e amabile.

Il secondo segno di Speranza che la Risurrezione ci consegna per il qui e ora della storia è un’immagine, utilizzata da Gesù per descrivere la logica della vita, l’immagine del seme: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Credere nella Risurrezione significa allora credere nella logica del seme, che è diversa dalla logica del successo, della pubblicità, dell’apparenza che domina il nostro mondo. Significa credere che di fronte a tutto ciò che accade nel mondo non siamo spettatori inermi, ma possiamo essere piccoli semi gettati che, in modo inatteso, daranno frutto. Significa smentire il cinismo di chi dice che “tanto non cambia nulla”, “tanto è tutto superfluo” e riporre fiducia nel poco che possiamo fare, che può cambiare il mondo: come un genitore che non smette di abbracciare suo figlio nonostante i titoli del telegiornale non lascino intravvedere spazi di speranza, come un prete che non smette di spezzare il pane nonostante a riceverlo ci siano sempre meno persone, come un insegnante che si ostina a voler comunicare ai propri studenti la bellezza che ha scoperto, come un ricercatore che accetta di proseguire un lavoro che non ha iniziato e che qualcun altro dopo di lui porterà a termine. Come i tanti che, in silenzio, di fronte all’odio e alla guerra, costruiscono ponti, piantano semi di pace. Perché hanno fiducia nella logica del seme, che in modo silenzioso, porta frutto, e sboccia dove meno ce lo saremmo aspettati, fosse anche su una croce.

Come sarebbe diverso il nostro mondo se guardandoci gli uni gli altri vedessimo anzitutto persone amabili e amate; come sarebbe diverso se avessimo davvero fiducia nel poco che è alla nostra portata, nel seme gettato che porterà frutto a suo tempo. Un mondo di risorti in cui sarebbe bello vivere, anche se – per assurdo – una vita oltre la morte non ci fosse.