La parabola che abbiamo annacquato perché troppo dirompente

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,1-3.11-32)

Abbiamo un problema con la parabola del “figliol prodigo”: l’abbiamo letta e ascoltata talmente tante volte che non ci provoca più. Certo, resta nell’immaginario di tutti la rappresentazione più nitida e chiara del perdono di Dio, ma quello che all’epoca era un messaggio dirompente, oggi appare quasi scontato, qualcosa di già saputo e che in definitiva dice poco o nulla. Eppure, a ben vedere, il racconto di una delle parabole più belle dei Vangeli, se letto con attenzione, offre spunti ancora oggi dirompenti; talmente tanto che, proprio per questo, forse, abbiamo scelto di dimenticarcene. Provo a sottolinearne alcuni nella speranza che questa parabola torni a sconvolgere, almeno un po’.

Partiamo dal contesto in cui la parabola viene raccontata: Gesù, come in molti altri episodi evangelici, è circondato da quelli che il Vangelo chiama “pubblicani e peccatori”. Se ci soffermiamo a riflettere su questo aspetto dovremmo considerare come allora, se Gesù vivesse ai giorni nostri, lo troveremmo percorrere le strade delle nostre città e fermarsi nelle piazze dello spaccio, nei locali notturni, a tavola con i commercianti di armi, i politici corrotti e gli imprenditori fraudolenti… Insieme ai peggiori. E qui ci può essere già una prima provocazione: com’è che allora nell’immaginario di tutti la Chiesa oggi è il luogo “dei bravi”? Com’è che il messaggio di Gesù è creduto e vissuto prevalentemente da chi vive la dimensione religiosa nella propria vita e così raramente riesce a fare breccia in contesti diversi? A Gesù è accaduto di essere rifiutato dalla religione del suo tempo e di essere riconosciuto da coloro che erano considerati in assoluto i più lontani da Dio. Perché oggi avviene l’opposto?

Credo che ciò che contemporaneamente rendeva il messaggio di Gesù attraente per i lontani e problematico per gli uomini religiosi era l’annuncio di un Dio che ama in modo totalmente gratuito. È quello che emerge dalla parabola del Padre misericordioso: il Padre non cerca di trattenere il figlio minore quando sceglie di andarsene, gli dà tutto ciò che chiede, lo riaccoglie così com’è, senza nemmeno chiedere dove è stato, cosa ha fatto, come ha speso tutto il patrimonio che gli era stato dato… Il Padre incarna un amore radicalmente gratuito, che non chiede nulla e dona tutto. Un amore che scandalosamente non dà a ciascuno ciò che si merita, ma dà tutto a tutti.

Questo tratto dell’amore di Dio spesso lo annacquiamo, perché totalmente ingovernabile. Non è semplice mostrare la differenza tra l’amore di Dio che emerge dalla parabola e quello che spesso abbiamo in mente, perché è sottile, ma allo stesso tempo fa tutta la differenza del mondo. L’amore del Dio di Gesù non cambia a seconda della nostra condotta morale: Dio non ama di più chi si comporta bene e meno chi si comporta male, di più chi va in Chiesa e meno chi non ci va. Ciò che c’è in gioco nelle nostre scelte e azioni è la nostra risposta a questo amore, ma l’amore di Dio resta gratuito e infinito sempre. È questo il tratto sconvolgente e ingovernabile dell’amore di Dio predicato da Gesù, così difficile da accettare: Dio ama indistintamente, allo stesso modo, il femminicida e il buon padre di famiglia, il ladro e il volontario della Caritas, la suora e la prostituta. Era questo messaggio ad essere dirompente, a sciogliere il cuore dei pubblicani e dei peccatori che si accalcano per ascoltare Gesù.

Quello che più di ogni altra cosa faceva la differenza nel modo con il quale Gesù parlava ai peccatori era la totale assenza di giudizio: nella parabola il Padre non esprime alcun giudizio nei confronti del figlio, ama e basta. Nei Vangeli gli unici giudizi che Gesù emette sono contro coloro che hanno la pretesa di mettere limiti all’amore di Dio.  Avere lo stesso sguardo di Gesù – essere cristiani – allora significa questo: guardare a ogni uomo e ogni donna senza giudizio, solo con quella compassione che contraddistingue l’amore di Dio. È su questo che facciamo in assoluto più fatica. Perché spontaneamente siamo portati sempre a mettere al primo posto il giudizio morale sull’altro. Certo, lo sappiamo dai tempi del catechismo che Dio ama e accoglie tutti, ma che di fronte a Dio non vi sia differenza tra la suora e la prostituta suona del tutto stonato ai nostri orecchi.

Sono tanti i modi attraverso i quali, più o meno consapevolmente, abbiamo tentato di ammorbidire la portata dirompente di questo messaggio: ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio nei confronti dei peccatori sia finalizzato alla conversione, sia cioè uno strumento, una tecnica amorevole per raggiungere uno scopo, quando invece è totalmente gratuito: sono pochissimi i peccatori del Vangelo che si convertono, tutti gli altri con ogni probabilità non l’hanno fatto, ma l’amore di Gesù l’hanno ricevuto allo stesso modo. Ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio in qualche modo vada guadagnato, almeno attraverso il pentimento: Dio ti perdona se ti riconosci colpevole e ti umili davanti a lui. Ma anche questo è un modo per provare ad arginare, attraverso una logica di do ut des, la gratuità dell’amore di Dio, mentre, a ben vedere, nella parabola del Padre misericordioso il motivo che spinge il figlio a tornare dal Padre non è assolutamente il pentimento per le proprie azioni, ma un mero calcolo utilitaristico: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”.

Dio ama e basta, ed è la cosa più difficile da accettare, perché totalmente disarmante. Di fronte a Dio non abbiamo meriti da vantare, nessun potere contrattuale, perché la relazione con Dio non è regolata dalla logica dello scambio ma da quella del dono. Vivere come Dio desidera non è un modo per guadagnarsi il favore di Dio ma una risposta d’amore gratuita all’amore gratuito di Dio. Se il nostro impegno è finalizzato a ottenere una qualche forma di “capretto per fare festa” non siamo ancora entrati nella logica di Dio. È quello che il fratello maggiore, e noi con lui, facciamo così fatica ad accettare. Per quanto ci siamo abituati a chiamare Dio col nome di Padre, rischiamo – preferiamo – considerarlo un padrone di cui essere servi. Perché essere servi è molto più semplice: basta seguire alla lettera i comandi del padrone – da quelli morali a quelli liturgici – e ci siamo guadagnati il favore di Dio. Molto più difficile è ricevere su di sé e far proprio lo stesso sguardo di Dio testimoniato da Gesù, che guarda ogni uomo e ogni donna con compassione, senza trattenere, senza giudicare, nella totale gratuità. Che ama e basta.

Dio non punisce! Ma dov’è di fronte al male?

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – Lc 13,1-9

Dov’è Dio di fronte al male? È la grande domanda che attraversa la storia, mandando in crisi qualsiasi teologia provi a balbettare una risposta. Che si tratti dei Galilei trucidati da Pilato – di cui parla il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima – o delle vittime delle guerre dei nostri giorni, dei diciotto su cui crollò la torre di Siloe o dei tanti che quotidianamente muoiono per incidenti, malattie, calamità, la domanda rimane la stessa: perché Dio non fa nulla? Perché non smentisce questa inerzia che per tanti è la prova chiara e semplice della sua non esistenza?

Nella Bibbia troviamo molteplici risposte al problema del male. Nel contesto in cui vive e opera Gesù prevaleva la linea teologica della Torah – che qualche secolo prima l’autore del libro di Giobbe aveva però messo in crisi – per la quale il male è normalmente giustificato in termini retributivi: se sei colpito dal male è perché Dio ha voluto così, per punirti a causa della tua infedeltà; se Pilato ha ucciso quei Galilei e non altri, significa erano “più peccatori di tutti i Galilei”, se la torre è crollata proprio su quelle diciotto persone significa che erano “più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme”.

Mi sconcerta sempre vedere come ancora oggi si trovino cristiani che condividono questo modo di legare Dio e il male, perché Gesù è chiarissimo: afferma senza possibili fraintendimenti che quelle persone non sono più colpevoli di altre per aver subito tale sorte, facendo uscire di scena in modo definitivo il Dio della retribuzione, almeno per quel che concerne l’al di qua del mondo. Il Dio di Gesù “fa sorgere il suo sole suoi buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45)”: nel qui ed ora della storia Dio non fa giustizia premiando i giusti e castigando i malvagi. Certo, Gesù parla di un giudizio, ma lo rimanda sempre al di là della storia, in un oltre che appartiene solo a Dio. Bisogna dunque disgiungere, slegare totalmente Dio e il male che segna la realtà del mondo.

È questa la conversione necessaria di cui Gesù parla: “se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. Non c’è scampo per nessuno se si continua a pensare il male come punizione di Dio, perché in un modo o nell’altro la vita di tutti è segnata dal male. Gesù chiede di convertirsi a un modo diverso di pensare Dio. La teologia ha fatto tante ipotesi sul perché esista il male, ma, quale che sia la risposta, Gesù ci consegna una certezza: Dio non ha niente a che fare col male, il male non proviene da Dio, mai!

Ma se Dio non sta all’origine del male, se non interviene nella storia per fare giustizia, allora, di fronte al male, cosa fa? Dov’è? Dobbiamo seguire Gesù lungo il cammino che lo porta alla croce per provare ad accennare una risposta. La fede cristiana crede che tutto ciò che accade a Gesù, nella sua vicenda, accade a Dio. Nei racconti della passione troviamo Gesù abbandonato, tradito, condannato ingiustamente, flagellato, picchiato, deriso, insultato, inchiodato. Lo troviamo che invoca Dio e non ottiene risposta, lo troviamo che muore gridando “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34)In tutto ciò che Gesù vive, in tutto il dolore e la sofferenza che attraversa, Dio non c’è, non risponde, ma contemporaneamente, in modo paradossale, è Dio stesso che vive tutto questo. È un Dio assente, ma insieme presente, lì in quell’uomo crocifisso.

C’è un passo evangelico illuminante, che permette di collocare correttamente il Dio di Gesù sulla scena del male: quando Gesù, parlando del giudizio universale, dice “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). I piccoli di cui Gesù parla sono gli affamati, gli assetati, gli spogliati, i senza patria, i prigionieri. Dov’è Dio? È ognuno di quei fratelli le cui vite sono segnate dal male e dalla sofferenza. Dio non è chi aiuta, chi libera dal male, è chi soffre.

Il Dio di Gesù non interviene a togliere il male dal nostro cammino (eppure quante volte le nostre preghiere vanno ancora in questa direzione!). Il Dio di Gesù chiede di essere riconosciuto sulla scena del male non assente, non lontano e indifferente, ma presente nel volto di chi soffre. Chiede di essere venerato prendendoci cura di quel volto. Chiede di riconoscere che, quando la mia vita è segnata dal male, Dio non è lontano, è talmente vicino da non essere qualcosa di diverso da me e mi libera dal male attraverso lo sguardo di quei fratelli che, consapevolmente o no, si prendono cura di Dio attraverso la mia umanità sofferente.

Trasfigurazione: la scelta più difficile di Gesù

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La trasfigurazione (Lc 9,28b-36)

La trasfigurazione è senza dubbio uno degli episodi più enigmatici di tutto Vangelo e per coglierne il senso è importante contestualizzarla dentro lo sviluppo del racconto evangelico. La troviamo nei Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) che la collocano sempre in un momento ben preciso della vicenda di Gesù: appena prima dell’inizio del viaggio verso Gerusalemme, dove verrà ucciso.

Riavvolgiamo il nastro per un momento e ripercorriamo brevemente il cammino percorso da Gesù prima di salire sul monte della trasfigurazione. Dopo il Battesimo e le tentazioni Gesù inizia ad attraversare la Galilea predicando, guarendo e radunando attorno a sé seguaci. L’inizio è un successo: Gesù è descritto circondato da folle che vengono da lontano e si accalcano per ascoltarlo. È chiaro fin da subito però come alcuni tratti delle parole e delle scelte di questo predicatore della Galilea appaiano problematici agli occhi dei capi religiosi di Israele: le guarigioni in giorno di sabato, l’atteggiamento libero e non legalistico, la frequentazione di pubblicani e peccatori, alcuni dei quali diventano suoi discepoli e apostoli. Accanto al successo inizia quindi ad emergere il sospetto, che ben presto si tramuta in conflitto. Gesù è ed incarna un Dio compassionevole e misericordioso, che non giudica ma accoglie, che antepone l’amore per il prossimo a qualunque altra legge; ma le guide religiose di Israele leggono in questi tratti che Gesù manifesta di Dio la smentita del suo legame con Dio: se anteponi la misericordia al sabato non vieni da Dio; se accogli i peccatori e condividi la tavola con loro non vieni da Dio.

Come mostrare che Dio è amore, solo amore, nient’altro che amore, se la manifestazione di questo volto di Dio viene indicata come contraria alla volontà di Dio? È il dramma che Gesù inizia a vivere. Gesù si interroga, cerca una strada che gli permetta di uscire dall’impasse e un po’ alla volta intuisce che una via c’è… ma è terribile. Se l’amore non viene accolto e creduto, può solo essere testimoniato, mostrando fino a che punto è disposto a spingersi: fino al dono totale di sé. Gesù inizia a scorgere all’orizzonte la prospettiva della croce. Ma la croce, come dirà Paolo, è “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). E lo è anche per Gesù. Come può Dio morire? Come può il Messia, il Figlio di Dio, finire sulla croce? Come può la croce, strumento di morte, trasformarsi (trasfigurarsi) nel segno indelebile dell’amore di Dio? È esattamente di questa trasformazione, di questo “cambiare d’aspetto” che parla l’episodio della trasfigurazione!

Prima di salire sul monte però Gesù vive un momento di crisi profondissima. Tutti e tre i sinottici ci raccontano che, pochi giorni prima della trasfigurazione, Gesù si ritira da solo con i suoi discepoli e chiede loro “Le folle chi dicono che io sia?” (Lc 9,18): domanda quanto mai carica di dubbio e insicurezza. Marco e Matteo ci danno un’indicazione geografica preziosa sul luogo in cui avviene questo episodio: Cesarea di Filippo. Cesarea era una città pagana all’estremo nord di Israele, il che significa che per andarci Gesù ha dovuto prendere esattamente la direzione opposta rispetto a Gerusalemme, dove darà la vita, che è invece a sud della Galilea: di fronte alla prospettiva della morte Gesù scappa! Il racconto prosegue con Pietro che riconosce in Gesù “il Cristo di Dio” (Lc 9,20) e con Gesù che svela per la prima volta ai discepoli l’indicibile che lo sta tormentando: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Lc 9,22): il volto del Dio amore dovrà attraversare la croce per essere manifestato.

Sarà pochi giorni dopo, sul monte della trasfigurazione, che finalmente e definitivamente il volto di Gesù “cambierà d’aspetto” di fronte alla prospettiva della morte. I dettagli del racconto descrivono come avviene questa presa di consapevolezza. Anzitutto attraverso la preghiera, nella relazione di Gesù col Padre suo, nel dialogo con lui. In secondo luogo, nel confronto con le Scritture di Israele che le figure di Mosè ed Elia chiaramente rappresentano. Confrontandosi con le Scritture Gesù comprende quello che, da risorto, spiegherà ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Sul monte Gesù, con una chiarezza espressa dal colore bianco che domina la scena, accoglie finalmente quella fine paradossale come compimento del suo essere Cristo, come manifestazione definitiva della gloria del Dio amore, e la voce dalla nube, la stessa che aveva rassicurato Gesù dopo il Battesimo, conferma l’impensabile: quell’uomo che va a morire è il Figlio amato.

Poche righe dopo Luca scrive che Gesù “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). La scelta è fatta, la strada è segnata. Il Dio amore per tutto il resto della storia avrà le sembianze di un corpo straziato; immagine alla quale, forse, noi credenti di oggi ci siamo troppo abituati, ma dalla quale in questa Quaresima possiamo provare a lasciarci nuovamente provocare.

Come ha fatto Gesù a sopravvivere digiuno quaranta giorni nel deserto?

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – Le tentazioni (Lc 4,1-13)

Come è possibile che Gesù sia sopravvissuto nel deserto quaranta giorni senza mangiare nulla e senza nemmeno sentire la fame? È la prima e più immediata domanda che un bambino si farebbe leggendo il brano di Vangelo di questa prima domenica di Quaresima. Le domande dei bambini hanno una caratteristica eccezionale: chiedono conto di ciò che noi adulti diamo ormai per scontato. Per questo è difficile rispondere. Come ha fatto Gesù a digiunare quaranta giorni nel deserto? È un problema che non ci poniamo più: è chiaro, Gesù è Dio e in quanto tale ha poteri eccezionali. Fine.

A ben vedere non ci chiediamo nemmeno più come sia possibile, se Gesù possiede poteri eccezionali che evidentemente rendono il suo vissuto totalmente dissimile dal nostro, considerarlo oltre che pienamente Dio anche pienamente uomo, come afferma il dogma. Non ce lo chiediamo più perché, grazie al cielo, c’è una parola che viene in soccorso a tutti i nostri dubbi: mistero. Anche ai bambini affascina questa parola, perché sono curiosi e dove c’è un mistero vedono la possibilità di un’esplorazione. Il problema sorge quando crescono un po’ e si rendono conto che questo mistero non è più di tanto esplorabile – come può Gesù, che digiuna quaranta giorni nel deserto senza sentire la fame, essere pienamente uomo, come me e come te che senza cibo non resistiamo mezza giornata? – va solo accettato così com’è perché alla ragione risulta incomprensibile: non è questo che il più delle volte chiamiamo fede? E così smettiamo di porci domande: o accogliamo il mistero, oppure lo rifiutiamo.

Personalmente credo esista una terza via, capace di sostenere una fede che non è credere un mistero ma mettersi alla sequela di una proposta credibile. Una via resa possibile esattamente da un atteggiamento che torni a porsi domande prendendole sul serio, a partire da quella sull’umanità di Gesù: se, come il dogma afferma, Gesù è pienamente uomo, non può aver vissuto in una forma, a delle condizioni, diverse da quelle che caratterizzano l’esistenza di ognuno di noi!

Cosa succede se si leggono i Vangeli da questa prospettiva – come cercherò di fare commentando i Vangeli domenicali di questa Quaresima – partendo cioè dal presupposto che il vissuto umano di Gesù di Nazareth sia stato in tutto simile al nostro? Diminuisce o aumenta, cresce o perde di consistenza la portata di ciò che il Vangelo ci comunica rispetto alla rivelazione di Dio compiuta da Gesù? Lascio la risposta a chi legge, limitandomi ora ad applicare questa prospettiva al Vangelo delle tentazioni.

Questo episodio è, nei Vangeli che ce ne parlano – Marco, Matteo e Luca – sempre immediatamente successivo a quello del Battesimo, ossia al primo gesto che ci viene raccontato di Gesù adulto, con il quale inaugura il suo ministero pubblico. Soffermiamoci un momento su questo inizio: Gesù si mette in fila tra la folla compiendo un rito il cui significato è confessare i propri peccati, riconoscendosi bisognoso del perdono di Dio. Avete mai riflettuto su quanto questo sia paradossale? Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, per prima cosa va a chiedere perdono come un peccatore qualsiasi! Qual è il senso di questo gesto? La prospettiva della Quaresima ci viene in aiuto: sulla croce Gesù concluderà la sua vicenda terrena e il suo ministero morendo come un peccatore, così come, col Battesimo, dà inizio al suo ministero come un peccatore. Nel Vangelo troviamo moltissimi episodi in cui Gesù è circondato da pubblicani e prostitute, mangia con loro, subendo la stessa disapprovazione e lo stesso giudizio che era loro riservato; non dimentichiamoci che anche quando Gesù si accosta ai malati, per il modo di pensare dell’epoca, si sta rivolgendo a dei peccatori. Potremmo allora dire che il farsi prossimo ai peccatori, farsi come i peggiori, rappresenti la cifra sintetica del modo con cui Gesù sceglie di svolgere il suo ministeroGesù compie la sua missione, realizza il suo essere Messia e Figlio di Dio, condividendo la vita e la sorte dei peccatori. Dopo il Battesimo la misteriosa voce dal cielo – “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Lc 3,22) – conferma la paradossale scelta di Gesù: quell’uomo che chiede perdono per i peccati è il Figlio di Dio, così come lo sarà quell’uomo crocifisso.

Ora, se il Battesimo è il primo passo che Gesù compie in questa direzione, cosa sono le tentazioni, sempre raccontate subito dopo, come in un dittico? Il brano si apre con il riferimento al digiuno nel deserto e al numero quaranta che nella prospettiva biblica richiamano immediatamente l’esperienza dei quarant’anni vissuti da Israele dopo la liberazione dall’Egitto: tempo in cui il popolo sperimenta la fame, la prova, il dubbio. Il contesto in cui l’episodio delle tentazioni è ambientato esprime quello che Gesù vive interiormente. Immedesimiamoci nel suo vissuto: ha finalmente preso una decisione. Ci ha messo tanto, trent’anni, nei quali ha vagliato tutte le possibilità, ma alla fine si è deciso: il modo attraverso il quale svelerà il volto di Dio sarà condividere la sorte dei peggiori e degli ultimi. Ma nella sua umanità, come accade a ciascuno di noi, subito dopo aver fatto il primo passo, Gesù viene assalito dall’inquietudine e dal dubbio: è la scelta giusta? È veramente questo il modo autentico di essere Messia, così diverso da quello che tutti si aspettano? È davvero questo il vero volto di Dio, così paradossale?

È esattamente su queste domande che vertono le tre tentazioni che Gesù respinge. Nella prima è proposta l’immagine di un Dio, di un Messia, tappabuchi, che risolve i problemi quasi per magia. Nella seconda un Dio, un Messia, potente e glorioso prostrato in adorazione e quindi assoggettato alle logiche demoniache del potere. Da ultimo, un Dio, un Messia, che manifesta la propria grandezza attraverso segni e prodigi grandiosi invece che nel farsi prossimo degli ultimi, degli scartati, dei sofferenti. Gesù resiste alle tentazioni rifiutando immagini di Dio certamente più comode e attraenti di quella che ha scelto di incarnare. E provoca noi a chiederci, all’inizio di questa Quaresima, quale Dio crediamo; se sappiamo riconoscere e respingere in noi immagini di Dio diverse da quell’uomo crocifisso.

Papa Francesco a Sanremo? Una provocazione per la Chiesa

Papa Francesco ci ha ormai abituato a interventi e apparizioni in contesti e con modalità inedite per un Pontefice, nella logica della Chiesa in uscita; una logica che purtroppo a livello ecclesiale facciamo ancora troppa fatica a recepire. Ma Francesco insiste, continuando a provocarci, e credo che il breve messaggio inviato a Carlo Conti e andato in onda nel corso della prima serata di Sanremo 2025 possa essere letto anche così: una provocazione alla Chiesa.

La scelta stessa di rivolgere anche in quel contesto un appello alla pace e una riflessione sul contributo che la musica può dare in questo senso appare a ben vedere provocatoria: eravamo abituati a un atteggiamento molto diverso da parte della Chiesa nei confronti della kermesse sanremese, fatto di accuse di blasfemia da parte dei vescovi locali e di risentimenti per l’utilizzo indebito di simboli religiosi. Se si torna con la memoria a tutte le polemiche degli scorsi anni, il gesto di Francesco appare drasticamente in contraddizione con quell’atteggiamento contrappositivo e ostile.

C’è poi un altro aspetto, passato sottotraccia, ma che a mio parere è significativo. Negli stessi giorni del Festival, ormai da quattro anni, si svolge, in collaborazione con diverse testate cattoliche, il Sanremo Cristian Music, il Festival della canzone cristiana che, come si legge nel sito internet dell’evento, “si prefigge di promuovere la Nuova Evangelizzazione e trasmettere i valori Cristiani mediante la canzone e la lode a Dio”. Non ho trovato commenti in merito, ma la scelta di Francesco di inviare un videomessaggio a Carlo Conti preferendo il palco dell’Ariston a quello della kermesse cristiana non può non far riflettere.

Personalmente vi leggo l’ennesimo tentativo di Francesco di contraddire un modello di Chiesa – ancora troppo diffuso – in cui la separazione con il mondo è drastica e insuperabile. Quel modello che ha nostalgia del tempo in cui la Chiesa era una società alternativa al mondo: c’erano i cinema cattolici e quelli non cattolici, le associazioni sportive cattoliche e quelle non cattoliche, e così per i centri di aggregazione, i libri, i partiti, i festival… Oggi le strutture che rendevano concretamente possibile quel modello di Chiesa si sono ormai quasi del tutto sgretolate, ma il modo di pensare nelle comunità cristiane spesso rimane quello di un tempo. La tentazione di costruire una Chiesa fatta di piccoli gruppi chiusi e identitari, in cui si parla un linguaggio proprio, incomprensibile agli altri, e ci si rivolge all’esterno solo in un’ottica di “conquista”, è presentissima. Il rischio che il futuro della Chiesa sia rappresentato da piccole comunità chiuse in sé stesse, completamente sganciate dalla realtà del mondo, in cui i discepoli si tramutino in adepti, è reale.

Papa Francesco ci richiama ancora – e questa volta, a mio parere, con una forza particolare – a un cristianesimo che non ha timore di mescolarsi con il mondo, arrivando finanche dove il mondano non sembra lasciare spazio ad altro – cosa c’è di più mondano di Sanremo? – non per riempire spazi o fare proseliti, ma per condividere davvero “le gioie e le speranze – la musica, la pace –, le tristezze e le angosce – la divisione, le guerre – degli uomini d’oggi” (GS 1). Nel solco del Concilio, ma prima ancora alla sequela di un Gesù che veniva rimproverato dai farisei per il suo stile mondano – “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” Mt 11,19 – credendo in un Dio che sceglie di prendere su di sé fino in fondo e per davvero la nostra natura, abbattendo così una volta per sempre il muro tra sacro e profano.

Caro Ministro Valditara, sicuro che la Bibbia a scuola sia una buona idea?

Egregio Signor Ministro Valditara,

le scrivo dopo aver letto la notizia dei nuovi programmi scolastici da lei presentati la scorsa settimana, che prevedono, tra le novità, l’introduzione della lettura della Bibbia nelle scuole elementari. In quanto insegnante di religione non posso che rallegrarmene! Tuttavia, avendo io moltissimo a cuore non solo la diffusione della cultura cristiana, ma anche la stabilità del governo del mio paese, in via del tutto confidenziale mi permetto di domandarle: prima di questo annuncio si è confrontato con i partiti che sostengono il suo governo? Ha avuto il placet dei leader della sua maggioranza? Hanno dato l’ok tutti? Tutti, tutti, tutti?

Perché sa, io capisco che di primo acchito leggere la Bibbia a scuola suoni molto identitario e quindi decisamente in linea con il vostro orientamento politico: i simboli religiosi per contrastare la deriva laicista, le radici cristiane, la battaglia culturale… Tuttavia, è del tutto evidente – e mi pare francamente impossibile che nessuno nella maggioranza l’abbia fatto notare – come la Bibbia presenti alcuni passaggi che propongono una visione del mondo qua e là poco coerente con talune posizioni e slogan spesso utilizzati da esponenti della suo governo.

Ora, io lo so che, citazioni come, ad esempio, “ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35), ve le hanno rinfacciate talmente tante volte che le avete legittimamente derubricate a mere provocazioni cattocomuniste; il fatto è che l’invito a prendersi cura dello straniero nella Bibbia non è uno scivolone isolato, non è un’infelice uscita fuori contesto di Gesù Cristo che – diciamocelo – qualche sbandata a sinistra a volte la accusa… è purtroppo l’intera Bibbia ad esserne percorsa, manco fosse stata scritta da Carola Rackete in persona!

Si comincia col libro dell’Esodo – “Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.” (Es, 22,20) – si passa per Levitico – “Il forestiero dimorante tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso” (Lv 19,34) – (che poi, se si considera che questi lapidavano le donne adultere – Lv 20,10 – ma trattavano gli stranieri meglio di noi, qualche imbarazzo potrebbe sorgere…), poi Numeri – “Vi sarà una sola legge per l’assemblea, sia per voi sia per lo straniero che dimora in mezzo a voi” (Nm 15,15) – Deuteronomio – “Maledetto chi lede il diritto del forestiero” (Dt 27,19) – e così via, per tutto l’Antico e il Nuovo Testamento!

Ora io lo so che la Bibbia non va presa alla lettera, che gli stranieri di ieri non sono quelli di oggi e mille cose sono cambiate; tuttavia, il rischio che qualcuno – naturalmente fraintendendo o proprio in mala fede – legga queste affermazioni contrapponendole alla politica migratoria del governo, a mio modesto parere esiste. Per questo le chiedo: ne avete parlato bene prima di dare l’annuncio?

Tanto più che, a ben vedere, la Bibbia ha delle affermazioni piuttosto borderline anche su altri temi che, senza nulla togliere, sono tradizionalmente di sinistra. Solo per dirne alcuni: l’equità nei salari – “Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.” (Col 4,1) – la condanna dell’accumulo capitalista – “Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nella terra.” (Is 5,8) – la denuncia dell’ingiustizia sociale – “Sono preda dei leoni gli asini selvatici nel deserto, così pascolo dei ricchi sono i poveri” (Sir 13,19) – la difesa del pianeta – “Le genti fremettero, ma è giunta la tua ira, il tempo […] di annientare coloro che distruggono la terra” (Ap 11,18). – l’insistenza (fin eccessiva francamente, bisogna dirlo) sul dovere di pagare le tasse – “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare” (Mc 12,17)Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta” (Rm 13,7) – e così via. Se qualcuno volesse poi proprio dare una lettura ideologica avrebbe buon gioco nel sostenere, leggendo At 4,32 – “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era in comune” – che la Bibbia esalta modelli economici e sociali simil-comunisti!

Cosa potrebbero mai pensare poi personaggi come Trump, Musk, Orban – tutta gente che il suo governo tiene in gran conto – sapendo che un ministro di quella stessa maggioranza propone di leggere nelle scuole un testo in cui si rende grazie a Dio per aver “rovesciato i potenti dai troni ed innalzato gli umili” (Lc 1,52)? Non c’è il rischio che possa suscitare gesti emulativi e sovversivi? Da ultimo, so che è probabilmente una preoccupazione eccessiva, ma non vede anche lei, leggendo in modo del tutto decontestualizzato e fuori luogo il passo in cui si profetizza che “La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo” (Sal 118,22), il rischio di ringalluzzire le ambizioni di politici come Renzi, Letta, Di Maio e compagni?

È per questi scrupoli, Signor Ministro, che mi permetto per l’ultima volta di raccomandarle di approfondire con i leader del suo governo l’effettiva opportunità di inserire la Bibbia nei programmi scolastici; di valutare se non sia il caso, non dico di ripensarci, ma perlomeno di prendere qualche contromisura, limare qualche dettaglio in parlamento approvando magari quei due o tre emendamenti atti a censurare alcuni passaggi poco consoni. Non vorrei mai, caro Ministro, riponendo io la più completa fiducia nel sicuro impatto che la sua riforma avrà in questo secolo (e forse più!) sulla formazione delle coscienze politiche e morali delle nuove generazioni, che gli elettori di domani, cresciuti grazie a lei a latte e Bibbia, restino abbagliati da tutti questi possibili fraintendimenti e – Dio non voglia! – le elezioni del futuro premino partiti diversi dal suo. E lei, novello Socrate, per questa svista venga accusato di corruzione dei giovani e si ritrovi improvvisamente a condividere la sorte di chi può ormai solo sperare nella profezia della “pietra scartata”.