Quello sguardo che hai cercato invano

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La donna adultera (Gv 8,1-11)

Chissà cosa pensavi mentre, ancora mezza svestita, ti trascinavano via. Chissà dove volgevi gli occhi, in quel turbinio di grida, di voci, che urlavano il tuo nome accostandolo ai peggiori epiteti che a una donna possono essere rivolti. Forse li tenevi fissi a terra per la vergogna, o forse, terrorizzata, li alzavi passando disperatamente in rassegna i volti tra folla, cercando il suo… invano.

Ciò che di quel giorno non avresti mai dimenticato erano gli sguardi. Tra le spinte e gli strattoni, intorno a te scorgevi solo occhi carichi di accusa, intrisi di sdegno per quel corpo di donna reo di aver violato la legge di Dio. Sguardi non più tenuti al rispetto e al pudore perché autorizzati dal giudizio divino alla libidine della violenza.

Ma tu, di mezzo alla folla, ti ostinavi a cercare il suo sguardo… Dov’era quel volto che, chissà se per il tempo di una notte o per quello di un’intera vita, avevi amato contro ogni ragione, rischiando tutto? La legge prevedeva che l’uomo e la donna colti in adulterio venissero lapidati. Ma in catene, in cammino verso l’esecuzione, adesso c’eri soltanto tu. Dov’erano quegli occhi che, fin nel peggiore degli incubi, quello in cui venivate scoperti, erano lì e promettevano amore, confermando al tuo cuore che, per lo meno, spendeva i suoi ultimi battiti per qualcosa di vero? Era scappato? Se n’era andato? Forse, per quanto lo amavi, ti confortava saperlo al sicuro. Ma il tarlo del dubbio di una promessa tradita in quell’ora era il tormento più grande. Morire amata lo potevi accettare. Abbandonata era uno strazio.

Mentre ti conducevano al luogo dove, in nome di Dio, il massacro di una donna avrebbe riportato giustizia, passaste di fianco a una piccola folla, nei pressi del tempio. “Guardate là, c’è il Nazareno”, “Portiamola da lui, che si crede il Cristo”, “Vediamo che dice”, “È la volta buona che finisce anche lui lapidato!”. Ti gettarono in mezzo e puntarono il dito.

Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”

L’attenzione di tutti si spostò su quell’uomo. Eri al centro, ma a nessuno importava più nulla di te. Nessuno badava più a quei tuoi occhi, a quelle tue lacrime, a quella bellezza sconvolta che ancora provava a resistere. Per tutti ora eri solo un’adultera, un caso di scuola del quale discutere, l’ultimo esemplare di una categoria di persone su cui dibattere e confrontare opinioni, come migranti in campagna elettorale o adolescenti nei dibattiti in TV.

Dinnanzi a quell’uomo, non osavi nemmeno alzare lo sguardo. Non sapevi chi fosse, ma se era un uomo di Dio, non poteva che confermare la tua condanna. Perché tu della tua colpevolezza eri del tutto cosciente. Non c’era alcuna scusante. L’avevi scelto tu, in mille notti insonni: avevi messo l’amore davanti alla legge, sfidando il giudizio di quel Dio che non lascia impunito chi trasgredisce i suoi comandi. Avevi preferito l’amore a Dio. 

Attendesti, con gli occhi fissi nella polvere, istanti lunghi come millenni. Poi alzasti lo sguardo e scorgesti quel volto. Non fissava te. Guardava per terra con espressione indecifrabile, scrivendo chissà che sulla sabbia. Chi era quel giudice da cui ti avevano portata e perché ci metteva tanto ad emettere la sua scontata sentenza?

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei

Gli sguardi! Furono i loro sguardi a destarti! I volti di quegli uomini, fino a un attimo prima ubriachi della violenta onnipotenza divina, crollarono lapidati nell’orgoglio tra sconcerto e umiliazione. Ti rivolsero un’ultima occhiata famelica, come sciacalli che hanno già assaporato la preda credendola morta, ma all’improvviso viene loro sottratta. E se ne andarono furibondi.

Le lacrime rigavano ancora il tuo viso quando ti rendesti conto, tremante, di essere rimasta sola, davanti a quell’uomo. Gli volgesti lo sguardo. E fu in quel momento che, per la prima volta, i tuoi occhi incontrarono i suoi. Ti colse un senso di vertigine, battesti le palpebre incredula. Ti aspettavi il volto severo di un giudice, quello violento di un carnefice. Invece è in quegli occhi che lo trovasti: lo sguardo che avevi cercato invano tra la folla. Quello sguardo che dava luce ai tuoi sogni più neri, che, nel colmo della tua follia, avevi scelto e messo prima di tutto, finanche prima di Dio e la sua legge. Quell’amore per cui dovevi essere condannata e che invece ti aveva sorprendentemente salvata. Non avevi mai visto prima quell’uomo ma, in quegli occhi, era come se ti avesse amata da sempre. Chi era? Quello sguardo… non poteva venire da Dio! O forse sì?

Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?

Nessuno, Signore

Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La parabola che abbiamo annacquato perché troppo dirompente

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,1-3.11-32)

Abbiamo un problema con la parabola del “figliol prodigo”: l’abbiamo letta e ascoltata talmente tante volte che non ci provoca più. Certo, resta nell’immaginario di tutti la rappresentazione più nitida e chiara del perdono di Dio, ma quello che all’epoca era un messaggio dirompente, oggi appare quasi scontato, qualcosa di già saputo e che in definitiva dice poco o nulla. Eppure, a ben vedere, il racconto di una delle parabole più belle dei Vangeli, se letto con attenzione, offre spunti ancora oggi dirompenti; talmente tanto che, proprio per questo, forse, abbiamo scelto di dimenticarcene. Provo a sottolinearne alcuni nella speranza che questa parabola torni a sconvolgere, almeno un po’.

Partiamo dal contesto in cui la parabola viene raccontata: Gesù, come in molti altri episodi evangelici, è circondato da quelli che il Vangelo chiama “pubblicani e peccatori”. Se ci soffermiamo a riflettere su questo aspetto dovremmo considerare come allora, se Gesù vivesse ai giorni nostri, lo troveremmo percorrere le strade delle nostre città e fermarsi nelle piazze dello spaccio, nei locali notturni, a tavola con i commercianti di armi, i politici corrotti e gli imprenditori fraudolenti… Insieme ai peggiori. E qui ci può essere già una prima provocazione: com’è che allora nell’immaginario di tutti la Chiesa oggi è il luogo “dei bravi”? Com’è che il messaggio di Gesù è creduto e vissuto prevalentemente da chi vive la dimensione religiosa nella propria vita e così raramente riesce a fare breccia in contesti diversi? A Gesù è accaduto di essere rifiutato dalla religione del suo tempo e di essere riconosciuto da coloro che erano considerati in assoluto i più lontani da Dio. Perché oggi avviene l’opposto?

Credo che ciò che contemporaneamente rendeva il messaggio di Gesù attraente per i lontani e problematico per gli uomini religiosi era l’annuncio di un Dio che ama in modo totalmente gratuito. È quello che emerge dalla parabola del Padre misericordioso: il Padre non cerca di trattenere il figlio minore quando sceglie di andarsene, gli dà tutto ciò che chiede, lo riaccoglie così com’è, senza nemmeno chiedere dove è stato, cosa ha fatto, come ha speso tutto il patrimonio che gli era stato dato… Il Padre incarna un amore radicalmente gratuito, che non chiede nulla e dona tutto. Un amore che scandalosamente non dà a ciascuno ciò che si merita, ma dà tutto a tutti.

Questo tratto dell’amore di Dio spesso lo annacquiamo, perché totalmente ingovernabile. Non è semplice mostrare la differenza tra l’amore di Dio che emerge dalla parabola e quello che spesso abbiamo in mente, perché è sottile, ma allo stesso tempo fa tutta la differenza del mondo. L’amore del Dio di Gesù non cambia a seconda della nostra condotta morale: Dio non ama di più chi si comporta bene e meno chi si comporta male, di più chi va in Chiesa e meno chi non ci va. Ciò che c’è in gioco nelle nostre scelte e azioni è la nostra risposta a questo amore, ma l’amore di Dio resta gratuito e infinito sempre. È questo il tratto sconvolgente e ingovernabile dell’amore di Dio predicato da Gesù, così difficile da accettare: Dio ama indistintamente, allo stesso modo, il femminicida e il buon padre di famiglia, il ladro e il volontario della Caritas, la suora e la prostituta. Era questo messaggio ad essere dirompente, a sciogliere il cuore dei pubblicani e dei peccatori che si accalcano per ascoltare Gesù.

Quello che più di ogni altra cosa faceva la differenza nel modo con il quale Gesù parlava ai peccatori era la totale assenza di giudizio: nella parabola il Padre non esprime alcun giudizio nei confronti del figlio, ama e basta. Nei Vangeli gli unici giudizi che Gesù emette sono contro coloro che hanno la pretesa di mettere limiti all’amore di Dio.  Avere lo stesso sguardo di Gesù – essere cristiani – allora significa questo: guardare a ogni uomo e ogni donna senza giudizio, solo con quella compassione che contraddistingue l’amore di Dio. È su questo che facciamo in assoluto più fatica. Perché spontaneamente siamo portati sempre a mettere al primo posto il giudizio morale sull’altro. Certo, lo sappiamo dai tempi del catechismo che Dio ama e accoglie tutti, ma che di fronte a Dio non vi sia differenza tra la suora e la prostituta suona del tutto stonato ai nostri orecchi.

Sono tanti i modi attraverso i quali, più o meno consapevolmente, abbiamo tentato di ammorbidire la portata dirompente di questo messaggio: ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio nei confronti dei peccatori sia finalizzato alla conversione, sia cioè uno strumento, una tecnica amorevole per raggiungere uno scopo, quando invece è totalmente gratuito: sono pochissimi i peccatori del Vangelo che si convertono, tutti gli altri con ogni probabilità non l’hanno fatto, ma l’amore di Gesù l’hanno ricevuto allo stesso modo. Ci siamo abituati a pensare che l’amore di Dio in qualche modo vada guadagnato, almeno attraverso il pentimento: Dio ti perdona se ti riconosci colpevole e ti umili davanti a lui. Ma anche questo è un modo per provare ad arginare, attraverso una logica di do ut des, la gratuità dell’amore di Dio, mentre, a ben vedere, nella parabola del Padre misericordioso il motivo che spinge il figlio a tornare dal Padre non è assolutamente il pentimento per le proprie azioni, ma un mero calcolo utilitaristico: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”.

Dio ama e basta, ed è la cosa più difficile da accettare, perché totalmente disarmante. Di fronte a Dio non abbiamo meriti da vantare, nessun potere contrattuale, perché la relazione con Dio non è regolata dalla logica dello scambio ma da quella del dono. Vivere come Dio desidera non è un modo per guadagnarsi il favore di Dio ma una risposta d’amore gratuita all’amore gratuito di Dio. Se il nostro impegno è finalizzato a ottenere una qualche forma di “capretto per fare festa” non siamo ancora entrati nella logica di Dio. È quello che il fratello maggiore, e noi con lui, facciamo così fatica ad accettare. Per quanto ci siamo abituati a chiamare Dio col nome di Padre, rischiamo – preferiamo – considerarlo un padrone di cui essere servi. Perché essere servi è molto più semplice: basta seguire alla lettera i comandi del padrone – da quelli morali a quelli liturgici – e ci siamo guadagnati il favore di Dio. Molto più difficile è ricevere su di sé e far proprio lo stesso sguardo di Dio testimoniato da Gesù, che guarda ogni uomo e ogni donna con compassione, senza trattenere, senza giudicare, nella totale gratuità. Che ama e basta.

Repole-Mancuso: il problema è cosa si intende per “Salvezza”

Aggiungo anch’io qualche parola al dibattito tra Roberto Repole e Vito Mancuso, sul quale in molti hanno scritto – non ultimo Stefano Fenaroli qui su Vinonuovo.it – provando a riflettere sulle questioni e tralasciando i giudizi sulle persone.

Mi pare che l’oggetto della discussione, su impulso di Mancuso, si sia spostato dal tema centrale dell’articolo di Repole, ossia il futuro della fede cristiana e della Chiesa a fronte della crisi attuale, a quello dell’esclusività della Salvezza attraverso Gesù Cristo. Questo spostamento nasce, a mio parere, da un fraintendimento da parte di Mancuso (e di Fenaroli): nel suo testo Repole non affronta il tema dell’esclusività della Salvazza cristiana. La frase incriminata – “Io sono cristiano perché credo fermissimamente ciò che dice Pietro nel libro degli Atti: che non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo” – è una citazione (evidentemente fraintendibile) posta a conclusione di un testo la cui tesi fondamentale è che l’adesione a Gesù Cristo permette, ancora oggi, di accedere alla vicinanza di Dio, alla bellezza di una vita buona e umanizzante, e che da qui la Chiesa deve ripartire. Come sottolineato da Maurizio Gronchi nella sua replica a Mancuso, Repole, citando At 4, non può aver voluto dire qualcosa di diverso da quanto il Concilio Vaticano II ha affermato in merito alla Salvezza, aprendola a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (Gaudium et Spes 22). Nessuna affermazione di esclusività dunque. Non è questo quindi, a mio parere, il tema sul quale vale la pena soffermarsi.

La questione vera posta da Repole è la crisi che incontrano la Chiesa e la fede cristiana oggi e come affrontarla, ed è su questo che vorrei spendere qualche parola provando ad approfondire e facendo qualche rilievo alla prospettiva del Vescovo di Torino. Nella sua disamina ciò che Repole individua come causa della situazione attuale è il venir meno di un’adesione convinta e testimoniale a Gesù Cristo da parte dei cristiani: “oggi non mi preoccupa che la Chiesa diventi minoranza, ma che non si percepisca che il Dna della Chiesa è Gesù Cristo”; “io credo che molti cristiani non sentano più l’urgenza o la bellezza di annunciare e testimoniare Gesù Cristo agli altri”. La sua proposta è quindi suscitare un nuovo radicamento in Gesù Cristo per costruire comunità cristiane che, pur se minoritarie, siano presenze significative nella società, per l’umanità. Il passaggio che Repole però non chiarisce – e che a mio parare è decisivo – è il motivo di questo venir meno oggi, anche tra i cristiani, del riferimento a Gesù Cristo. Da cosa è causato? Nel testo afferma di credere che “molti cristiani facciano proprio il nichilismo contemporaneo”, ma perché di fronte al nichilismo la proposta cristiana risulta essere così poco attraente, così poco convincente e competitiva? Perché in un mondo in cui “c’è poca fiducia nella vita e nel futuro, […] una cultura che non offre spiragli di speranza” la fede e la speranza cristiana non riescono ad essere delle risposte credibili? Un tempo senza speranza non dovrebbe essere un terreno fertile per chi si professa portatore di speranza, come i cristiani?

Da questo punto di vista sono d’accordo con quanto afferma Mancuso: “il problema, sia chiaro, non è del mondo, che va per la sua strada, ma del cristianesimo, le cui chiese rimangono vuote”. Il problema non è un mondo in cui “una cosa vale l’altra” ma una proposta cristiana che non riesce a farsi percepire come qualcosa che vale davvero. E qui, secondo me, è decisivo il tema della Salvezza cristiana, di cui tanto si è discusso rispetto all’esclusività, ma della quale né Repole, né Mancuso danno una definizione precisa. La Salvezza è ciò che la fede cristiana offre come possibilità al credente, ciò che Gesù Cristo, morto e risorto, e la fede in lui rendono possibile per i suoi discepoli. In cosa consiste questa Salvezza? Tenendo come riferimento GS 22 potremmo sintetizzare dicendo che Gesù Cristo salva l’uomo dal peccato, dalla morte e, potremmo dire, dalla “separazione con Dio”. Ora, è del tutto evidente come nel contesto attuale l’offerta di Salvezza dal peccato (con tutte le controversie che porta con sé rispetto al tema della grazia, del peccato originale, del sacrificio espiatorio…) e dalla morte risultano essere risposte a domande che non ci sono. Perché – sintetizzando male temi che chiederebbero molto più approfondimento – l’uomo di oggi percepisce come un’ingiustizia l’idea che si nasca già segnati dal peccato; vive il senso di colpa, il pentimento, la richiesta di perdono nel contesto delle relazioni interpersonali, non nel rapporto con Dio; focalizza la sua attenzione e la sua preoccupazione sulla vita concreta di ogni giorno, non su ciò che accadrà dopo la morte; non trova alcun valore in un’esistenza vissuta nel sacrificio o nell’aderire a prescrizioni morali in vista di una vita futura; percepisce come infantile e poco credibile la descrizione dell’aldilà propria dell’immaginario cristiano (giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) preferendovi piuttosto, anche tra i credenti, descrizioni derivate da altri contesti culturali. Questo, prima di essere qualcosa con cui si è più o meno d’accordo, rappresenta un dato di fatto di cui prendere atto. Se la Salvezza cristiana è questo, se ciò che la relazione con Gesù Cristo offre è questo – che è quello che afferma la dottrina cristiana, che si insegna a catechismo, che si ripete nelle formule delle nostre liturgie deserte – è chiaro che il cristianesimo non ha nulla da offrire al mondo di oggi. (Con questo non sto affermando che questi temi debbano essere rimossi o che non siano veri per un credente, ma che qui l’uomo di oggi non trova nulla di interessante e desiderabile per la propria vita).

Questo è il motivo per cui oggi, anche tra i cristiani, viene meno l’adesione a Gesù Cristo, perché ciò che lui offre è associato nella maggioranza dei casi a qualcosa di cui nel contesto odierno non si sente alcuna esigenza. Di questo sembra essere consapevole anche Repole, che non a caso (ma sorprendentemente, a ben vedere) nel suo intervento, quando parla di ciò che Gesù Cristo rende possibile, non fa riferimento alla Salvezza dal peccato o dalla morte, ma alla “consapevolezza che Dio si è fatto vicino”, a un’“etica e a una vita buona che nascono dall’adesione a Gesù Cristo”, al “patrimonio del Vangelo” che motiva l’impegno sociale, la preferenza per i poveri, la lotta contro le ingiustizie… Una prospettiva incentrata sull’oggi, su ciò che di buono e di bello l’uomo Gesù, che la fede cristiana chiama Dio, ci consegna come possibilità di vita. Da questo punto di vista Repole va nella stessa direzione di Mancuso, ossia quella della tanto discussa spiritualità (dove la differenza tra i due permane nel riferimento esplicito ed esclusivo a Gesù Cristo in Repole, che Mancuso integra con altre tradizioni, le quali però, nella sostanza, si muovono nella stessa prospettiva). Coincide questo con il terzo “aspetto” della Salvezza, che ho sinteticamente chiamato “Salvezza dalla separazione con Dio”. GS 22 recita così: “Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato”. In questa prospettiva la Salvezza cristiana consiste nell’essere abitati dallo Spirito di Dio – in questo senso non più separati da Dio –, nell’incontrare e fare proprio l’amore di Dio; quello stesso amore incarnato da Gesù Cristo, così da assumere nella propria vita il suo stesso sguardo, il suo stesso desiderio, i suoi stessi sentimenti. Significa riscoprire nei gesti, negli incontri, nelle parole di Gesù, nella sua tenerezza, nel suo rifiuto dell’ingiustizia, nel suo amare fino alla fine, l’evidenza di una bellezza capace di dare senso alla vita, capace di diventare bussola per gli sguardi e le scelte di ogni giorno.

Questa prospettiva spirituale (della quale ad esempio la teologia di Paolo Gamberini prova a rendere ragione nella prospettiva del post-teismo) è ben lontana dal considerare Dio e lo spirituale “come una realtà amorfa, indistinta, che tutto comprende, […] qualcosa che dovrebbe separarci da questo mondo, da questa realtà, cercando il proprio senso, la propria felicità in un “cielo” spirituale, dove non ci sono più differenze…” come scrive Fenaroli. Dà valore invece a quanto nelle Scritture e nella tradizione cristiana si afferma rispetto all’opera dello Spirito nell’uomo, alla presenza di Dio nel mondo e del mondo in Dio. Non per proporre di vivere al di là del mondo, ma radicati nel mondo, operando guidati dallo Spirito di Dio; non per annullare le differenze ma per affermare ciascuna come manifestazione inevitabilmente finita e parziale dello Spirito. Per rendere accessibile oggi ciò che la tradizione cristiana porta con sé da sempre, ma che è troppo spesso rimasto sepolto dietro una teologia e dei linguaggi che non dicono più nulla.

È a questo livello che la vicenda di Gesù può avere, secondo me – ma anche secondo Repole e Mancuso – ancora qualcosa da offrire all’uomo di oggi, perché viviamo in un mondo in cui “una cosa vale l’altra”, ma dove, soprattutto tra i più giovani, la ricerca di qualcosa che abbia senso è presente e viva, ed è con rassegnazione che vi si rinuncia. Il modo nuovo di essere Chiesa, di aderire e testimoniare Gesù Cristo, di cui parla Repole, non può che passare da qui, avendo il coraggio di ricentrare su questo livello l’annuncio cristiano.

Una precisazione prima di chiudere: è evidente come a questa spiritualità sia possibile giungere a partire da Gesù Cristo (Repole) così come da altre prospettive (Mancuso), coerentemente con quanto affermato da GS 22 riguardo la Salvezza accessibile a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”.

Il problema è Benigni o l’eros?

Premessa importante per tranquillizzare tutti: il monologo di Benigni sul Cantico dei Cantici non mi è piacito. Così come personalmente apprezzo molto poco tutto ciò che compare sotto i riflettori di Sanremo: un evento che raccatta qua e là indiscriminatamente un po’ di tutto, ci mette su una bella patina brillante e politically correct e se ne serve per fare audience.

Mi sono però divertito – e un po’ sconfortato – a leggere in questi giorni i vari commenti di provenienza per lo più cattolica, alla presentazione del Cantico da parte di Benigni. Per un momento mi sono sentito catapultato indietro di un paio di mesi, al 18 dicembre per la precisione, quando è uscito l’ultimo film di Star Wars e si sono scatenati i commenti incrociati del fandom: gli entusiasti commossi fino alle lacrime contro i delusi arrabbiati invocanti vendetta.

Mi ha fatto riflettere questa chiamata alle armi dei cattolici a difesa o all’attacco di Benigni. Se è vero che la lingua batte dove il dente duole questa vicenda conferma quello che dal mio punto di vista era peraltro già piuttosto evidente: con l’eros come Chiesa abbiamo un problema. È stato sufficiente a Sanremo accostare la parola Bibbia con la parola eros che siamo saltati su come un Jedi nerd davanti alla risurrezione di Palpatine.

Non serviva certo questa vicenda per dimostrare la fatica che facciamo a parlare dell’eros nel discorso cristiano. Credo sia il punto su cui la divaricazione tra la dottrina e la prassi dei credenti sia in assoluto più marcata, segno anche questo che un problema c’è davvero, e non è solo un problema educativo ma di sostanza.

Quando c’è un problema il primo fondamentale passo è riconoscerlo e non negarlo, il secondo è provare ad affrontarlo. Mi sento di dire che in questo momento nella Chiesa entrambi i passi siano ancora da compiere. È ancora troppo difficile provare a dire una parola in un senso o nell’altro su questo tema – è molto più facile prendersela con Benigni! -, vi è una polarizzazione esasperata che non consente un dialogo, un discernimento. Eppure è quanto mai necessario avviarlo questo discernimento, perché avere un problema sull’eros non è zoppicare su un aspetto di poco conto, ma su uno dei cardini dell’esperienza umana e quindi cristiana. Le giovani generazioni non sono più disposte a tentennamenti su questo tema, il rischio di apparire poco credibili è enormemente alto. Per questo mi chiedo: quando sarà possibile abbandonare le contrapposizioni, porci di fronte alla realtà e insieme riflettere su cosa lo Spirito – che è novità d’amore – ci suggerisce?

Si può rispondere alla violenza con comprensione e gentilezza?

Mi ha molto colpito la vicenda, riportata in questi giorni sui quotidiani, di Sarah Silverman, attrice statunitense, di come ha risposto a un hater che le rivolgeva insulti sui social.

A seguito di un post da lei pubblicato nel quale affermava di voler comprendere le ragioni dei sostenitori di Trump prima di urlare contro accuse, era stata definita “cunt” (troia) da un suo follower, Jeremy Jamrozy. La Silverman, invece di rispondere a tono come avrebbe potuto, è andata a guardarsi il profilo dell’hater, ha scoperto una persona segnata dal dolore, alla schiena in particolare, e ha risposto dicendogli di comprendere e condividere la sua sofferenza, suggerendogli di non rispondere al dolore con l’odio ma con l’amore. Continua a leggere “Si può rispondere alla violenza con comprensione e gentilezza?”