Trasfigurazione: la scelta più difficile di Gesù

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – La trasfigurazione (Lc 9,28b-36)

La trasfigurazione è senza dubbio uno degli episodi più enigmatici di tutto Vangelo e per coglierne il senso è importante contestualizzarla dentro lo sviluppo del racconto evangelico. La troviamo nei Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) che la collocano sempre in un momento ben preciso della vicenda di Gesù: appena prima dell’inizio del viaggio verso Gerusalemme, dove verrà ucciso.

Riavvolgiamo il nastro per un momento e ripercorriamo brevemente il cammino percorso da Gesù prima di salire sul monte della trasfigurazione. Dopo il Battesimo e le tentazioni Gesù inizia ad attraversare la Galilea predicando, guarendo e radunando attorno a sé seguaci. L’inizio è un successo: Gesù è descritto circondato da folle che vengono da lontano e si accalcano per ascoltarlo. È chiaro fin da subito però come alcuni tratti delle parole e delle scelte di questo predicatore della Galilea appaiano problematici agli occhi dei capi religiosi di Israele: le guarigioni in giorno di sabato, l’atteggiamento libero e non legalistico, la frequentazione di pubblicani e peccatori, alcuni dei quali diventano suoi discepoli e apostoli. Accanto al successo inizia quindi ad emergere il sospetto, che ben presto si tramuta in conflitto. Gesù è ed incarna un Dio compassionevole e misericordioso, che non giudica ma accoglie, che antepone l’amore per il prossimo a qualunque altra legge; ma le guide religiose di Israele leggono in questi tratti che Gesù manifesta di Dio la smentita del suo legame con Dio: se anteponi la misericordia al sabato non vieni da Dio; se accogli i peccatori e condividi la tavola con loro non vieni da Dio.

Come mostrare che Dio è amore, solo amore, nient’altro che amore, se la manifestazione di questo volto di Dio viene indicata come contraria alla volontà di Dio? È il dramma che Gesù inizia a vivere. Gesù si interroga, cerca una strada che gli permetta di uscire dall’impasse e un po’ alla volta intuisce che una via c’è… ma è terribile. Se l’amore non viene accolto e creduto, può solo essere testimoniato, mostrando fino a che punto è disposto a spingersi: fino al dono totale di sé. Gesù inizia a scorgere all’orizzonte la prospettiva della croce. Ma la croce, come dirà Paolo, è “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). E lo è anche per Gesù. Come può Dio morire? Come può il Messia, il Figlio di Dio, finire sulla croce? Come può la croce, strumento di morte, trasformarsi (trasfigurarsi) nel segno indelebile dell’amore di Dio? È esattamente di questa trasformazione, di questo “cambiare d’aspetto” che parla l’episodio della trasfigurazione!

Prima di salire sul monte però Gesù vive un momento di crisi profondissima. Tutti e tre i sinottici ci raccontano che, pochi giorni prima della trasfigurazione, Gesù si ritira da solo con i suoi discepoli e chiede loro “Le folle chi dicono che io sia?” (Lc 9,18): domanda quanto mai carica di dubbio e insicurezza. Marco e Matteo ci danno un’indicazione geografica preziosa sul luogo in cui avviene questo episodio: Cesarea di Filippo. Cesarea era una città pagana all’estremo nord di Israele, il che significa che per andarci Gesù ha dovuto prendere esattamente la direzione opposta rispetto a Gerusalemme, dove darà la vita, che è invece a sud della Galilea: di fronte alla prospettiva della morte Gesù scappa! Il racconto prosegue con Pietro che riconosce in Gesù “il Cristo di Dio” (Lc 9,20) e con Gesù che svela per la prima volta ai discepoli l’indicibile che lo sta tormentando: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Lc 9,22): il volto del Dio amore dovrà attraversare la croce per essere manifestato.

Sarà pochi giorni dopo, sul monte della trasfigurazione, che finalmente e definitivamente il volto di Gesù “cambierà d’aspetto” di fronte alla prospettiva della morte. I dettagli del racconto descrivono come avviene questa presa di consapevolezza. Anzitutto attraverso la preghiera, nella relazione di Gesù col Padre suo, nel dialogo con lui. In secondo luogo, nel confronto con le Scritture di Israele che le figure di Mosè ed Elia chiaramente rappresentano. Confrontandosi con le Scritture Gesù comprende quello che, da risorto, spiegherà ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Sul monte Gesù, con una chiarezza espressa dal colore bianco che domina la scena, accoglie finalmente quella fine paradossale come compimento del suo essere Cristo, come manifestazione definitiva della gloria del Dio amore, e la voce dalla nube, la stessa che aveva rassicurato Gesù dopo il Battesimo, conferma l’impensabile: quell’uomo che va a morire è il Figlio amato.

Poche righe dopo Luca scrive che Gesù “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51). La scelta è fatta, la strada è segnata. Il Dio amore per tutto il resto della storia avrà le sembianze di un corpo straziato; immagine alla quale, forse, noi credenti di oggi ci siamo troppo abituati, ma dalla quale in questa Quaresima possiamo provare a lasciarci nuovamente provocare.

Parrocchia: le radici di una crisi (irreversibile?)

Provo a dare anch’io un contributo al dibattito scaturito, qui su Vino Nuovo, dagli articoli di Sergio Di Benedetto sulla crisi della parrocchia (li trovate qui e qui). In essi si mettono in luce sette crisi e alcune parole chiave, che mi paiono descrivere bene la situazione nella quale si ritrovano oggi le parrocchie. Provando a proseguire la riflessione, mi sembra che alla radice di tutto si possano riconoscere da un lato alcuni mutamenti del contesto sociale che sul versante ecclesiale non sono mai stati realmente affrontati e metabolizzati. Dall’altro alcune questioni irrisolte riguardanti il modo di pensare la vita cristiana comunitaria e, di conseguenza, il ruolo della parrocchia in riferimento ad essa.

Il primo mutamento mai davvero messo a tema riguarda il modo di vivere il territorio. La parrocchia intesa come “Chiesa che vive in mezzo alle case” (cfr Christifideles Laici, 26rischia di rifarsi a un’immagine di territorio che non esiste più. Oggi, soprattutto giovani e adulti, abitano più luoghi, peraltro suddivisi in reali e virtuali. La nostra casa, il nostro quartiere, il nostro paese o città, non sono più né gli unici né spesso i più significativi (in termini di quantità di tempo speso e di qualità di energie profuse) luoghi in cui viviamo. Passiamo molto più tempo con persone che stanno anche molto distanti di quanto ne spendiamo con chi ci abita accanto, che spesso non conosciamo neppure; ci sono strati di popolazione residenti nello stesso luogo che di fatto non si incontrano mai, e questo è un dato di cui non si può non tener conto. L’idea di parrocchia pensata come cura di uno specifico territorio rischia di scontrarsi con una realtà in cui chi risiede in un luogo spesso non lo abita e viceversa. Non è un caso che le iniziative parrocchiali che riescono a coinvolgere di più siano quelle rivolte ai bambini e agli anziani, le categorie di persone che vivono maggiormente riferendosi ancora a un territorio preciso. Ma chiaramente non possiamo pensare a una Chiesa accessibile solo a loro. Un ripensamento della parrocchia allora passa anzitutto dalla consapevolezza che il riferimento territoriale classico non è più in grado, da solo, di incidere. Potrebbe essere fecondo da questo punto di vista provare a pensare il territorio non più come uno spazio fisico ma come il luogo della quotidianità delle persone: non più una Chiesa che presidia un territorio ma una Chiesa capace di entrare nella quotidianità della gente, attraversando i diversi luoghi, reali e virtuali, nella quale essa si dispiega.

Un secondo mutamento mai metabolizzato è il passaggio dei cristiani da maggioranza a minoranza dentro la società. È un mutamento ancora in corso e per questo presenta tratti di ambiguità. Se da un lato infatti la partecipazione alla vita parrocchiale ordinaria scricchiola ovunque, dall’altro la richiesta dei Sacramenti, ad esempio, è spesso ancora alta. Stiamo vivendo il passaggio da un cristianesimo di convenzione a uno di convinzione, ma in alcuni ambiti la convenzione regge ancora. Siamo a metà del guado e questo genera fraintendimenti. Tanti nostri sforzi frustrati derivano dal mancato riconoscimento di questo mutamento in atto, dall’investire ancora troppe energie e aspettative nello star dietro alle richieste della convenzione, a qualcosa cioè che va inevitabilmente estinguendosi. Di contro facciamo ancora davvero fatica a immaginarci Chiesa di minoranza, Chiesa non più al centro di tante dinamiche e iniziative. Facciamo anzi gli scongiuri affinché non accada. Col rischio, anche stavolta, di cambiare tra i lamenti solo quando non avremo alternativa. Occorrerebbe invece fin da ora mandare avanti lo sguardo, provare a immaginare le nostre parrocchie tra vent’anni, quando non ci saranno più molti dei laici che oggi mandano avanti le Caritas parrocchiali e – anche economicamente – gran parte delle nostre iniziative, frequentano le messe feriali, i vespri della domenica pomeriggio, la catechesi per gli adulti; quando la percentuale di partecipazione alla messa della domenica sarà quella delle fasce giovanili di oggi, quando la crisi delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata avrà mostrato tutti i suoi effetti. Non per deprimerci ma per iniziare a chiederci cosa è necessario salvare e cosa lasciar andare di tutto quello che facciamo, su cosa è necessario già da oggi iniziare a investire, quali scelte anche dolorose non è più tempo di rimandare.

Ma come indicava Sergio, la crisi della parrocchia non riguarda solo una carenza di persone e un mutamento delle strutture e della società. Vi è in gioco, molto più in profondità, la domanda su cosa significhi essere cristiani oggi ed esserlo non da soli ma insieme, come comunità cristiana. Un tempo – quando nasce la parrocchia così come la conosciamo – la società, nei ritmi e negli usi, portava ancora iscritti i segni della fede. Fede e cultura andavano a braccetto, la società coincideva con la comunità cristiana. In questo contesto la parrocchia poteva limitarsi a nutrire la fede attraverso i Sacramenti e la catechesi, perché la vita cristiana comunitaria non finiva una volta usciti da Messa ma tutta la vita sociale era vita comunitaria cristiana. Oggi viviamo in un contesto in cui la cultura ha perso il legame con la fede ed è un’illusione pensare che si torni indietro. Oggi quando si esce dai cancelli parrocchiali, ci si ritrova spesso a vivere la propria fede da soli, singoli o famiglie, senza alcun sostegno della cultura, della comunità, della società. Il vero problema, irrisolto ormai da tempo, è allora identificare lo spazio e il tempo in cui vivere la comunità cristiana. La parrocchia, e di questo siamo consapevoli, non può più limitarsi ad offrire Sacramenti e catechesi, perché il contesto è mutato, ma il pezzo che manca facciamo davvero fatica a collocarlo. Cosa significa oggi vivere la comunità cristiana? È sufficiente partecipare alla Messa della domenica? Sì, ma ci si deve anche fermare sul sagrato a salutare? No, bisogna anche partecipare alla salamellata in oratorio? Vivere la comunità cristiana a ben vedere è qualcosa di molto più profondo: significa vivere insieme la fede. Come si fa oggi a vivere la fede insieme, non da soli, nel contesto in cui siamo, in un quotidiano che abita contemporaneamente più luoghi nei quali ci ritroviamo spesso soli ad avere uno sguardo credente, dentro una Chiesa che è ormai minoranza sociale e culturale? Vivere insieme la fede significa ascoltare la Parola, celebrare, festeggiare, ma anche custodire una qualità evangelica nelle relazioni; avere un occhio vigile condiviso che si fa prossimità verso chi è escluso, è nel bisogno, è diverso; un desiderio comunitario di andare ai crocicchi delle strade, che si fa pensiero, condivisione e azione corale; un’attenzione alla vita civile, che si fa voce, proposta comune, contributo nella logica del servizio; uno sguardo che raccoglie diverse prospettive, capace di discernimento e di rimettere tutto nelle mani di Dio Padre. Oggi di tutto questo riusciamo a vivere davvero pochissimo.

Sarà in grado la parrocchia di ripensarsi e reggere queste sfide o abbiamo bisogno di altro?

Sulla crisi politica

Sono diversi mesi che non mi esprimo riguardo la situazione politica. Sarà che dopo il referendum del 2016 la mia passione politica si è decisamente arenata, sarà che da lì in poi identificarmi con una delle proposte politiche in campo mi è diventato davvero difficile: non con le liti infinite del PD, non con gli altri schieramenti da cui mi divide una visione politica che non condivido.
Di fronte agli ultimi sviluppi però è difficile stare in silenzio, ed eccomi qui. Non per unire la mia voce a una delle contrapposte tifoserie, il tifo lo faccio solo quando gioca la Juve; ma perché ogni giorno spendo il mio tempo tra i ragazzi della mia scuola, spanati da morire ma belli, e da qualche giorno quando torno a casa c’è un bimbetto di due settimane che mi aspetta e mi guarda con i suoi occhioni aperti. E non posso non chiedermi cosa stiamo costruendo per loro. Cosa vorrei domani per loro. Continua a leggere “Sulla crisi politica”