Le contraddizioni del Cardinal Müller

Colpisce l’intervista al Cardinal Müller pubblicata la scorsa settimana da “il Giornale”. Colpisce anzitutto per le sue contraddizioni: è difficile comprendere ad esempio come, dopo un esordio in cui sentenzia “Tanti vogliono che la Chiesa parli solo di questioni della vita sociale, della politica […] ma la sua missione primaria è predicare il Vangelo”, Müller possa più avanti serenamente affermare che “gli Stati hanno tutto il diritto di fare un regolamento per l’immigrazione illegale e proteggere la propria popolazione magari da criminali che arrivano da altri Paesi”.
Ma, andando più in profondità, colpisce, nelle parole di Müller, l’esplicitazione di un modo di pensare la fede del tutto sganciato dalla storia, che contraddice inequivocabilmente la tradizione cattolica.

C’è un passaggio dell’intervista emblematico in tal senso: quando Müller, contesta chi, in occasione del Giubileo, “arriva qui in pellegrinaggio per introdurre questioni che riguardano i conflitti tra palestinesi e israeliani”, perché “la Porta Santa non può essere usata per questioni politiche”; e si chiede: “Questo cosa ha a che vedere con la loro fede?”. Ora, sull’opportunità di attraversare la Porta Santa con la bandiera israeliana o palestinese si può discutere, ma affermare che la dimensione politica, il desiderio di giustizia, di diritti e di pace, non abbiano nulla a che vedere con la fede, con la Speranza cristiana che questo Giubileo mette al centro, rappresenta una stortura tanto del modo di pensare alla politica, quanto della fede. La dimensione politica viene derubricata a mera ideologia e deve rimanere fuori dal tempio, nel quale ciò che si celebra appartiene a una dimensione che non ha niente a che vedere con ciò che accade nella storia. Il tempio non può essere disturbato, contaminato, dalle grida che vengono da fuori.

La contraddizione con la prospettiva evangelica e la tradizione cristiana è evidente. La Chiesa crede in un Dio che si è incarnato nella storia, un Dio che si fa storia lasciandosi toccare nella carne e nel sangue dal dramma, dalla violenza, dalle grida che si levano da essa. Ma è tutta la storia cristiana a smentire la prospettiva di una fede astorica e disincarnata. Nel bene e nel male, la storia dei popoli cristiani, almeno fino alle soglie della modernità, è stata plasmata da una fede che si è fatta storia, cultura e motore per la costruzione del mondo, e anche in epoca moderna il sorgere della dottrina sociale della Chiesa ha ribadito il radicamento della fede nella storia. Affermare che ciò che accade nella storia non ha niente a che vedere con la fede significa semplicemente porsi fuori dalla prospettiva cristiana.

Il problema di Müller è che, se si accetta di considerare la storia rilevante per la fede, poi con la storia e con la cultura bisogna fare i conti sul serio, sporcandosi le mani. È quello che Papa Francesco diceva attraverso l’immagine della “Chiesa ospedale da campo”, dei “pastori con l’odore delle pecore”. Il problema di Müller è che, se la fede non può prescindere dalla storia, allora non è più possibile limitarsi a proporre una verità predeterminata, vera sempre e comunque, a cui semplicemente si chiede adesione, senza tenere conto della concretezza storica e delle connotazioni culturali. Atteggiamento questo purtroppo diffuso anche nella pastorale ordinaria: non importa chi ho davanti, a chi mi rivolgo, cosa vive, cosa chiede; importa solamente affermare la verità, proporla e spiegarla, e questo basta per essere a posto con la coscienza. Se poi l’altro non la accoglie è affar suo – anzi, è colpa sua! – io quello che dovevo fare l’ho fatto.

È esattamente questo l’atteggiamento con il quale, ad esempio, Müller nell’intervista liquida il grido che le persone LGBTQ+ rivolgono alla Chiesa oggi: non si mette in ascolto, prende subito le distanze definendo ideologica la questione – “non si può strumentalizzare l’Anno Santo e la Porta Santa per un’ideologia di questo tipo” – e si limita a riaffermare la verità di sempre senza alcuna contestualizzazione o confronto con le istanze odierne. Il presupposto è che la storia e la cultura non hanno niente da dire alla fede. Mentre è sotto gli occhi di tutti come, nella realtà dei fatti, sono molti i tratti della fede cristiana che nella storia hanno conosciuto mutamenti ed evoluzioni. A contesti ed epoche storiche diverse corrispondono stili e sensibilità diversi, modi diversi di guardare e giudicare.

Ne è un chiaro esempio il tema della pena di morte, su cui Müller si esprime nell’intervista, replicando a Papa Leone che, a una televisione americana, ha affermato che è contradditorio essere contrari all’aborto ma favorevoli alla pena capitale. Sulla questione è recente il mutamento di prospettiva della dottrina cattolica; nello Stato Vaticano la pena di morte è stata abolita da Paolo VI nel 1969, mentre è solo nel 1995, con la Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, che un testo magisteriale propone una visione critica sul tema, in controtendenza rispetto alla tradizione cattolica precedente. È chiaramente il mutato contesto culturale ad aver permesso alla Chiesa di riconoscere, dopo quasi duemila anni di storia, la contraddizione esistente tra pena di morte e fede cristiana.

La posizione di Müller sul tema è sintomatica. La sua difficoltà a concepire una dottrina che cambia in conseguenza di un mutamento culturale lo porta a essere qui sorprendentemente ambiguo e relativista: “Io sono personalmente contrario a questa pena, ma ricordiamo che tra gli insegnamenti della Chiesa era accettato, entro certi limiti e in casi estremi, che l’autorità civile potesse applicarlaE su questa base, correggendo in una volta sola il Papa e il Vangelo, afferma che aborto e pena di morte non possono essere messi sullo stesso piano, ossia che la vita di alcuni ha più valore di quella di altri.

Il grande teologo Karl Barth diceva che i cristiani devono tenere “in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”. Vangelo e storia. Serve ripartire da qui.

“Cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?”

“Non capisco cosa ci stia ancora a fare la Chiesa nel 2023!”.

È la frase provocatoria che mi sono sentito rivolgere da un mio studente qualche tempo fa (in una forma leggermente più colorita di quella che ho riportato). Lì per lì me la sono cavata con la solita spataffiata sull’“annunciare il Vangelo in ogni tempo”, “permettere l’incontro con Cristo” e altre possibili variazioni sul tema. Una volta però vinta la tentazione di liquidarla semplicemente come esempio di pensiero iperbolico adolescenziale, la provocazione mi è rimasta dentro. E ripensandoci, mi sono reso conto che l’accento non era posto tanto sul ruolo della Chiesa in generale, quanto sul valore, sulla significatività e sensatezza della sua presenza nel contesto odierno. Per come era espressa, potrebbe essere riformulata più o meno così: cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?

Mi è tornata in mente questa domanda leggendo, qualche giorno fa, il messaggio di Mons. Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, in occasione della festa della Madonna di Siponto. Al termine della processione che ha portato la statua di Maria per le vie dalla città, ha pronunciato un discorso che proporrei integralmente in risposta al mio studente, se nel frattempo non si fosse ormai senza dubbio disinteressato della questione.

Ciò che emerge dall’intervento di Mons. Moscone è esattamente il tentativo di indicare un modo di vivere la fede e di essere Chiesa nel qui e ora della storia, incentrato su ciò che la fede e la Chiesa hanno da dire di fecondo per l’oggi. Vale la pena ripercorrerlo, perché troppo spesso, come Chiesa, ci preoccupiamo di fare, senza chiederci se quello che proponiamo sia fecondo, se tocchi davvero qualcosa nella vita concreta delle donne e degli uomini che intercettiamo; accontentandoci molte volte di replicare senza patemi quello che si è sempre fatto, che di questi tempi è già difficile così!

Sono tre le attenzioni che Mons. Moscone suggerisce per edificare una comunità cristiana capace di “sognare una città e Chiesa nuova che generino vita, speranza, futuro”.

– Anzitutto una Chiesa che scelga di portare avanti quello che la tradizione le consegna – nel caso specifico, la festa della Madonna di Siponto – non “a prescindere” (non va bene tutto!), ma a determinate condizioni. “La festa è buona e vera, se…” è il ritornello che scandisce la prima parte del discorso: se rafforza le relazioni, se sa essere occasione per muovere le coscienze, stimolare progetti per la città e la Chiesa, aumentare la responsabilità di ciascuno nel sentirsi tutti cittadini di una sola città, per il bene comune, la legalità… se permette ai cristiani di annunciare il Vangelo e testimoniare la “possibilità di vivere qui e ora le beatitudini”. Niente male come programma per una festa patronale!

– In secondo luogo, una Chiesa che, sull’esempio di “Maria donna del silenzio e dell’ascolto” – come amava definirla don Tonino Bello – sa fare spazio alla parola dell’altro “sia se a parlare è Dio o l’uomo, la trascendenza o la storia”. Una Chiesa capace di riconoscere che “senza ascolto non vi è né scienza, né fede, né autentica vita sociale, non vi è vera democrazia, non si sviluppa la cittadinanza attiva, ma solo delega o indifferenza reciproca”. L’ascolto quindi come atteggiamento ecclesiale primario, a partire dal quale, e non senza il quale, scaturisce tutto il resto.

– Da ultimo, una Chiesa capace di cogliere profeticamente, nella concretezza delle vicende della storia, la voce di Dio a difesa degli ultimi, contro ogni forma di ingiustizia, di sfruttamento, di squilibrio economico, sociale, ambientale. Ma non tramite esortazioni generiche e politicamente corrette, valide ovunque per tutti e quindi rivolte sempre a qualcun altro; soffermando invece lo sguardo sui volti, i nomi, i luoghi, i singoli eventi che hanno segnato la comunità nella sua concretezza. Mons. Moscone non parla genericamente dei poveri, dei migranti, degli scartati: parla di Ibrahim e Queen, di Stefan e Daniel; non accenna banalmente ai “diritti dei lavoratori”, parla concretamente di Caporalato, del 48% di disoccupazione giovanile, delle imprese che chiudono al sud per trasferirsi al nord… Prende sul serio cioè la sfida di guardare con gli occhi del Vangelo la vita vera del popolo a lui affidato, le vicende reali del suo territorio, affinché questo sguardo, ricco di parresia, diventi seme fecondo per un futuro costruito su modello del Regno.

In molti hanno messo in luce come il discorso di Mons. Moscone, pur pronunciato al termine di un momento di preghiera, appaia molto più politico che spirituale, molto più storico che trascendente. Che ci azzecca una processione religiosa con tematiche come il lavoro, la sostenibilità, la legalità? La percezione di trovarci di fronte a una dissonanza però è sintomo di un modo di pensare che evidentemente scinde fede e vita, Vangelo e storia: una fede che in definitiva non interpella l’uomo e il suo agire, ma piuttosto si limita a chiedere a Dio di agire.

Per immaginare una Chiesa feconda e significativa per l’oggi è necessario invece ribaltare lo schema: intendere la fede come ciò che plasma e purifica il pensare e l’agire dell’uomo; vivere il momento della preghiera – la processione – non per implorare l’intervento divino, ma per mettersi in ascolto e lasciarsi orientare il cuore e la mente dallo sguardo d’amore di Dio che lì è possibile (deve essere possibile!) incontrare; cosicché il nostro agire di ogni giorno diventi agire di Dio nella storia.

Ecco, al mio studente oggi risponderei che è questo il motivo per cui, nel 2023, la Chiesa c’è ancora.

Cara Costanza Miriano, su Michela Murgia dimentichi il Vangelo!

Gent.ma Sig.ra Costanza Miriano,

mi sono imbattuto casualmente nel post pubblicato sul suo profilo Facebook in merito alla scomparsa di Michela Murgia e al modo con il quale i media cattolici hanno commentato la notizia. 

Le chiedo scusa, ma non riesco a rimanere indifferente di fronte alla violenza giudicante di quanto ha scritto, soprattutto dal momento che questa violenza è spacciata per espressione del pensiero cristiano. Per questo ho scelto di scriverle, non per mettere in piedi un’inutile polemica, ma per l’esigenza che sento, dopo aver letto il suo post, di gridare che quel modo di giudicare e di parlare della vita di una donna è il contrario della prospettiva cristiana, non è in nessun modo coerente con essa. Per quale motivo? Perché è l’opposto del Vangelo. 

In poche righe lei fa a pezzi la vita di Michela Murgia. Non le sue idee, sulle quali è legittimo discutere. La sua vita. Questo è il contrario del Vangelo. Affermare che “Aveva avuto un’infanzia oggettivamente difficile e questo ha inevitabilmente condizionato il suo sguardo sulla famiglia. Era uno sguardo ingannato, vedeva patriarcato e violenza maschile anche dove non c’era; forse non aveva conosciuto nemmeno un uomo di quelli che sanno dare la vita per una donna e dei figli, o forse quando li ha visti non li ha saputi riconoscere (era separata e non aveva avuto figli)” da un punto di vista umano è violentare il vissuto di una donna, dal punto di vista cristiano è far proprio uno sguardo opposto a quello che Gesù nei Vangeli riserva ad ogni persona: fosse anche tutto vero, nella prospettiva cristiana anche il vissuto più problematico diventa oggetto di accoglienza compassionevole, mai di giudizio senza appello.

Ma c’è di più. Nel post lei dipinge Michela Murgia come l’opposto di tutto ciò che il cattolicesimo professa. Mi ha colpito la totale assenza di una benché minima nota positiva. Solo giudizio e opposizione. Sintomo di un modo di pensare che non è cristiano, è manicheo. Da un lato il mondo, dall’altro la Chiesa, da un lato il bene, dall’altro il male, distinti con una chiarezza netta e precisa, catechismo alla mano. Dimenticandosi del Vangelo, dove Gesù parla di un campo in cui grano e zizzania crescono assieme, in modo quasi indistinto; tanto che il padrone, per evitare di far confusione tra bene e male, sospende il giudizio. Lo sguardo cristiano non ha fretta di usare la falce; cerca invece sempre di cogliere il grano buono che c’è e di non perderlo, fosse anche un solo piccolo stelo. L’incapacità di lasciarsi almeno interrogare da una figura come quella di Michela Murgia, il fastidio verso chi invece, dentro la Chiesa, coglie in lei grano buono, denotano inequivocabilmente l’assenza di uno sguardo autenticamente cristiano sulla realtà. 

Ci tengo a precisare come affermare questo non significhi da parte mia mettere in discussione in alcun modo la sua fede personale, come lei invece non si fa scrupolo di fare nei confronti di Michela Murgia al termine del post, sentenziando che “La fede non è solo sapere che esiste Dio. Magari l’ha riacquistata nell’ultimo momento, ma perderla l’aveva persa”. E questo perché personalmente credo non ci sia un unico modo prestabilito di essere cristiani, ma sia possibile dentro la Chiesa la coesistenza di una molteplicità di prospettive che si arricchiscono a vicenda: quelle tradizionali alle quali lei è più vicina, che custodiscono indubbiamente ricchezze da non perdere, insieme a tante altre, tra le quali, ad esempio, quelle in cui lo Spirito suscita modalità originali di vivere lo stesso amore di Gesù in contesti dove l’uomo e la donna, la famiglia, il matrimonio e la generazione sono pensati in modo differente.

Ho indirizzato questa lettera a lei con l’intenzione di raggiungere tutte quelle persone che dopo aver letto il suo post hanno pensato, come me: “se questo è essere cristiani io non voglio avere niente a che fare con la fede e con la Chiesa!”. A loro vorrei dire che, grazie al cielo, la Chiesa è anche altro, e avere uno sguardo autenticamente cristiano, fondato sul Vangelo, significa tutto l’opposto! Nella Chiesa c’è spazio e c’è bisogno, oggi più che mai, di gente capace di pensare liberamente, al di là degli schemi e col Vangelo in mano, affinché lo Spirito possa continuare a suscitare forme sempre nuove di vita cristiana.

Risposta a Enzo Bianchi, sulla crisi della fede

L’articolo di Enzo Bianchi apparso lo scorso 23 maggio su Repubblica ha il pregio di mettere in luce in poche righe gli elementi realmente in gioco nella crisi che il cristianesimo e la Chiesa in Italia stanno vivendo.

Di fronte allo smarrimento prodotto dalle chiese vuote, che caratterizzano la (non) ripresa della vita comunitaria ecclesiale dopo lo stop impostato dalla pandemia, fratel Enzo ha il coraggio di riconoscere che le argomentazioni con le quali veniva normalmente spiegato il calo della partecipazione dei fedeli alla vita della Chiesa, da sole non reggono più: “secolarizzazione, mutamento di vita nella società del benessere, consumismo, relativismo morale” non sono sufficienti a spiegare un’accelerazione così dirompente nell’abbandono della pratica religiosa, soprattutto nella fascia giovanile e adulta. C’è in atto qualcosa di più serio e profondo, che lui identifica in una crisi di fede dentro la Chiesa, in particolare riguardo la risurrezione e la vita oltre la morte: “Se non si crede che Gesù Cristo è vivente, è risorto da morte e ha vinto la morte, che ragione c’è a professarsi cristiani? Se non si crede che la morte è solo un esodo, che ci saranno un giudizio sull’operato umano e una vita oltre la morte, perché si dovrebbe diventare cristiani e perseverare in questa appartenenza?” scrive.

Personalmente condivido l’intuizione di Enzo Bianchi, ma credo vada approfondita. La mancanza di fede che denuncia, credo nasconda una questione più radicale, che riguarda la capacità del cristianesimo di presentarsi come opzione credibile e significativa per l’umanità di oggi, dentro e fuori la Chiesa. Il tema vero non è la mancanza di fede nella risurrezione e nella vita oltre la morte ma che dimensioni proprie della fede, quali risurrezione e vita oltre la morte, non siano più percepite da parte delle donne e degli uomini di oggi come rilevanti nel contribuire a dare significato alla vita. Di fronte ad esse la questione oggi non è credere o non credere, ma una domanda ancor più radicale: fosse anche vero, cosa me ne faccio?

Il tema serio che, a mio avviso, la Chiesa non si è ancora davvero posta è la constatazione di come il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo porti con sé un mutamento dei luoghi esistenziali in cui uomini e donne cercano e trovano il senso per la propria vita. La domanda di senso non è sopita – come teme Enzo Bianchi – ma si esprime e si indirizza altrove rispetto a prima, facendo sì che le risposte di un tempo risultino non più pertinenti. Da questo punto di vista la proposta di fede cristiana, ad esempio per quel che concerne il tema della risurrezione e della vita oltre la morte, viene percepita, nelle fasce giovanili e adulte, come risposta a una domanda che non c’è, come offerta di uno strumento utile a qualcosa che nel contesto della vita occupa oggi una posizione irrilevante. Sta qui la radice dell’evidente sterilità di tanti sforzi pur generosamente profusi – riconosciuta lucidamente da Enzo Bianchi – e della riduzione del cristianesimo a etica e spiritualità senza passare per la fede, percepita come superflua.

Il punto critico però non sta nella proposta cristiana in quanto tale: la fede ci consegna la certezza di un Dio che non smette mai di rivolgere alle donne e agli uomini di ogni tempo la sua Parola che feconda e vivifica. Se ciò che come Chiesa proponiamo risulta sterile e incomprensibile, significa che siamo noi cristiani a non riuscire a cogliere quale Parola Dio stia rivolgendo all’umanità di oggi. Da questo punto di vista serve un cambiamento di prospettiva. Siamo abituati a pensare che essere cristiani significhi credere e condividere qualcosa di fisso e sempre uguale nel tempo. Se questo è vero per i contenuti fondamentali della fede, non lo è per ciò che riguarda l’apporto specifico – la particolare Parola – che la fede offre agli uomini e alle donne in epoche diverse. Lo stesso messaggio in contesti diversi svela ed assume specificità e significati diversi. La domanda è: quali specificità e significati nuovi svela ed assume il Vangelo di Gesù nel contesto dell’umanità di oggi? Per l’umanità di oggi?

Per rispondere è necessario intraprendere una riflessione che vada a cogliere in profondità le direzioni verso le quali si orienta la domanda di senso delle donne e degli uomini oggi; riflessione che, evidentemente, non può essere condotta in modo teorico, ma attraverso l’immersione nel mondo e nei vissuti delle persone (come non smette di chiedere Papa Francesco). Quale Parola invocano questi vissuti? Quali orizzonti nuovi? Quali speranze? E cosa della fede cristiana è capace di intersecarsi, di intercettare tutto questo?

L’ultimo passaggio di questo percorso sarà il più impegnativo: servirà riformulare senza ambiguità la proposta cristiana mettendo al centro la Parola che Dio rivolge all’umanità oggi; rivedere le prassi, tenendo conto della realtà concrete della vita, al di là di ogni pur bellissima idea non più praticabile; reinventare tutto quello che, a partire dalla liturgia, appare distante e incomprensibile.

Crederesti in Dio se il Paradiso non ci fosse?

Mi ha fatto riflettere la provocazione iniziale con cui Daniele Gianolla apre il suo articolo, su questo blog, a commento dell’ultimo lungometraggio Disney, Soul, ossia la domanda: “Se il Paradiso non esistesse voi credereste ancora in Dio?”. Credo sia una di quelle domande capaci di fare chiarezza. Chiarezza sulla fisionomia della nostra fede e della nostra relazione con Dio.

Vi è un certo modo di pensare al cristianesimo tutto centrato sull’aldilà. Si pensa cioè alla vita cristiana come una preparazione, un esame, in vista di ciò che verrà dopo, in vista di un giudizio che decreterà se ci siamo meritati il Paradiso o meno. Per quanto la teologia insista sulla dimensione gratuita della salvezza, quindi sganciata dalla mera logica del merito, nel sentire comune, tra i non addetti ai lavori potremmo dire, è ancora questa l’idea normalmente più diffusa: essere cristiani significa obbedire a Dio, rinunciando a sé stessi per fare la sua volontà, affinché dopo la morte ci accolga nel suo regno.

Per capire se anche noi pensiamo alla vita cristiana sostanzialmente in questi termini è sufficiente fare questo piccolo test: provate a pensare al personaggio peggiore che vi viene in mente, immaginate che nonostante tutto quello che ha compiuto, in punto di morte si converta, chieda perdono e, come da catechismo cristallino, ottenga la salvezza: che reazione avete? (Quella istintiva, non quella ossequiosa!).

Se vi sale un moto di rabbia nei confronti di un Dio così ingiusto (“io ho rinunciato a così tante cose per poter guadagnare il Paradiso e questo che ne ha fatte di tutti i colori viene trattato come me?”) potreste essere ottimi amici del fratello maggiore della famosa parabola, quello che non vuole entrare a far festa per il ritorno del fratello minore. Il problema di questo fratello – cui spesso ci sentiamo così solidali – non è tanto non riuscire a perdonare e non accettare l’illogico amore del Padre, ma è ritenere che il suo rimaner fedele non abbia valore in sé, ma solo in vista di una futura ricompensa. Il fratello maggiore pensa alla relazione col Padre come obbedienza finalizzata a un guadagno (“io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici” Lc 15,29). Se non ci fosse ricompensa, oppure se la ricompensa per la quale ho tanto faticato la ottiene anche chi non ha fatto nulla, che senso ha tutto questo impegno?

Da questa obiezione – che, per intenderci, non ha niente di insensato – se ne esce solo cambiando prospettiva. Finché continueremo a pensare alla vita cristiana come un sacrificio, una vita di rinunce, di abnegazione, continueremo a invidiare chi si gode la vita, e se ci verrà detto che ha ottenuto la nostra stessa ricompensa, proveremo questa ineccepibile sensazione di ingiustizia. Cambiare prospettiva significa due cose: smettere di avere come obiettivo (solo) la ricompensa finale e riconoscere che la vita cristiana per sé stessa – anche se il paradiso non ci fosse – varrebbe la pena lo stesso di essere vissuta.

La vita cristiana è la possibilità di vivere ogni momento, ogni situazione non da soli ma nell’abbraccio di Dio. È l’opportunità di vivere non per sé ma per gli altri, non perché così ci guadagni qualcosa domani, ma perché sperimenti che quello è il modo più bello di stare al mondo. È la possibilità di vivere rifiutando tutto ciò che degrada e rende schiava la vita, non per obbedienza coatta ad un comando, ma per il gusto di essere liberi e rendere liberi. La vita cristiana è anzitutto per l’oggi, per il qui e ora. Così come lo è la vocazione. Quando si parla di vocazioni (alla vita religiosa, ma anche al matrimonio) troppe volte si sottolinea la dimensione di rinuncia rispetto a quella della bellezza. Chi sceglie una vocazione con autenticità non lo fa sottomettendosi al volere di un Dio che chiede obbedienza, ma perché ha scoperto che non c’è niente di meglio per la propria vita che vivere così. E dentro lì i vincoli – quelli che all’esterno appaiono rinunce – non sono vissuti come ostacoli, ma come ciò che permette di vivere davvero in pienezza.

È solo in questa prospettiva che appare comprensibile, non ingiusto, un Dio che accoglie chi si pente all’ultimo secondo: se crediamo davvero che una vita senza Dio – e, più difficile, senza Chiesa – non è un guadagno ma una perdita. Che il male non è un’opportunità che Dio ci vuole negare, ma un limite a una vita piena. Che la vita cristiana vale la pena di essere vissuta per sé stessa, così com’è, anche se il Paradiso non ci fosse. Certo che speriamo e crediamo nella vita eterna, ma forse la vita cristiana è genuina quando a muoverci non è anzitutto la promessa per il dopo, ma la consapevolezza del centuplo che abbiamo già qui e ora. Quello di cui abbiamo più bisogno è di gente capace di darne testimonianza.