Quella parola di Francesco che ha cambiato il mio sguardo

C’è una parola, un concetto di Papa Francesco che, mi rendo conto, ha segnato in modo indelebile il mio modo di pensare, come una goccia che a poco a poco scava la pietra e plasma tutto in una forma nuova. È uno dei principi indicati nella Evangelii Gaudium, il testo che più mi è rimasto impresso di Francesco, che afferma: la realtà è superiore all’idea. Francesco esplicita questo concetto in tre brevi paragrafi (EG 231-233) nei quali tra la realtà e l’idea, sempre in tensione tra loro, dà priorità alla realtà, a ciò che è, prima di ciò che dovrebbe essere. Questo, dal mio punto di vista, cambia tutto: chiede un’adesione senza scappatoie alla realtà delle cose nella sua ruvida radicalità, ma insieme – e questa è stata per me la scoperta più sorprendente – dischiude una prospettiva carica di Speranza.

Dare priorità alla realtà rispetto all’idea è un principio radicalmente evangelico. È l’approccio che in primis Gesù ha fatto proprio. In ogni incontro, in ogni sguardo, Gesù ha sempre anzitutto accolto l’altro così com’era, mettendo prima la compassione del giudizio. Giudicare significa guardare il mondo dando priorità alla propria idea: se la realtà non corrisponde all’idea scatta il giudizio negativo e la contrapposizione. Dare priorità alla realtà significa sospendere il giudizio, accogliere, dare fiducia, indipendentemente da chi ci si trova davanti. È l’atteggiamento che Papa Francesco ha testimoniato in modo straordinario nei suoi dodici anni di pontificato.

Nella prospettiva dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa, dare priorità alla realtà ha significato per me ribaltare la domanda di partenza, che normalmente era: come faccio a condurre chi ho davanti a condividere, apprezzare, considerare rilevante la prospettiva cristiana (cioè la mia idea)? Una logica che dava priorità all’idea – considerata vera e immutabile a prescindere da tutto – e pretendeva fosse unicamente la realtà a piegarsi, a cambiare. Dare priorità alla realtà ha significato per me invertire lo sguardo e riconoscere ciò che, per la verità, è del tutto lampante oggi: il mondo non sa cosa farsene della stragrande maggioranza delle parole che la Chiesa gli rivolge. Le domande a cui la Chiesa pretende di dare risposta, per la maggior parte sono domande che nessuno si pone più, che non incrociano più la vita reale e concreta delle persone. Dare priorità alla realtà ha significato per me cambiare radicalmente la domanda: non chiedermi più come portare altri a condividere la mia idea, ma se c’è qualcosa del messaggio del Vangelo che può essere fecondo oggi. Partire non dal presupposto che il mondo deve aderire alla fede, ma da uno sguardo sulla realtà carico di compassione, che coglie e apprezza le sensibilità profonde e se ne prende cura, attraverso il quale – chi più di Papa Francesco ce lo ha testimoniato? – si rende tangibile e accessibile l’amore di Dio rivolto a ciascuno, così com’è.

Orientare il mio sguardo a considerare la realtà superiore all’idea ha cambiato anche il mio modo di guardare alla Chiesa. La realtà della Chiesa oggi è ancora per lo più quella descritta dal Cardinal Martini in uno dei suoi ultimi interventi: una Chiesa indietro di 200 anni. È evidente a tutti come lo slancio profetico di Francesco sia stato frenato da questa realtà della Chiesa. In questo senso Francesco si è scontrato con il principio che lui stesso aveva indicato: la realtà di una Chiesa indietro di 200 anni è stata superiore alla pur bellissima idea di una Chiesa in uscita, ospedale da campo, povera per i poveri. Ma dare priorità alla realtà rispetto all’idea significa accogliere ed amare anche questa Chiesa, guardando con compassione e affetto alla sua fragilità, alla sua paura di aprirsi al nuovo, al suo chiudersi a riccio per provare a non perdere quel poco che resta. Perché bruciare le tappe, strappare in avanti, significa mettere l’idea davanti alla realtà, quando è della realtà che la fede in Gesù – e il magistero di Francesco –  chiede di prenderci cura.

Infine, considerare la realtà superiore all’idea ha significato per me scoprire una Speranza possibile e inattesa. Se la realtà è superiore all’idea significa che ogni idea sganciata dalla realtà non può avere futuro, è destinata a finire: questo per me è fonte di Speranza, per la Chiesa e per il mondo. La negazione più o meno intenzionale della realtà è uno dei tratti purtroppo distintivi del nostro tempo, una delle maggiori cause di sofferenza e squilibrio. Assistiamo oggi al proliferare di ideologie che negano pezzi di realtà, che provano a piegare la realtà all’idea: dalla negazione del cambiamento climatico alla distorsione della questione migratoria, dalla fatica ad accettare la verità storica quando scomoda al travisamento delle regole dell’economia e della giustizia. Ma tutto ciò che nega la realtà non ha futuro. Certo, quando l’idea è sganciata dalla realtà, un prezzo da pagare c’è e a volte è salato, ma se la realtà è superiore all’idea il futuro appartiene alla realtà. Nessuna ideologia regge alla prova del tempo: è questa la Speranza. La Chiesa del futuro sarà quella avrà trovato la strada per connettersi nuovamente con la realtà, superando i 200 anni di gap, magari proprio riconoscendo a posteriori la profezia insita nel magistero di Papa Francesco; il mondo del futuro sarà quello che avrà smascherato come distorsioni le ideologie di oggi, come oggi quelle di ieri.

Che se poi la realtà più vera di ogni cosa e persona è il suo essere originata, accolta e custodita dallo sguardo d’amore di Dio, come Papa Francesco ha reso evidente a chiunque abbia ascoltato la sua testimonianza, la Speranza resta la prospettiva più vera.

Da Harry Potter a Mercoledì: come è cambiata l’adolescenza

[L’articolo contiene inevitabili spoiler]

Sta spopolando, su Netflix, Mercoledì di Tim Burton – Wednesday nel titolo originale – serie che in poche settimane ha già raggiunto la terza posizione tra le più viste di sempre. La storia ha come protagonista Mercoledì, la figlia di Gomez e Morticia della Famiglia Addams, ormai adolescente. Dopo essere stata espulsa da scuola (per un motivo esilarante che non vi spoilero) finisce alla Nevermore Academy, un collegio per ragazzi con particolarità magiche: sirene, lupi mannari, gorgoni…

Diversi commentatori hanno messo in luce le forti assonanze della serie con la saga di Harry Potter: in entrambe troviamo scuole di magia, creature fantastiche, segreti da sciogliere, minacce da sventare… e soprattutto protagonisti adolescenti. I punti di contatto sono evidenti, ma l’aspetto secondo me più interessante sono le differenze che emergono nel modo in cui sono rappresentati gli adolescenti nell’una e nell’altra saga. Tra Harry Potter e Mercoledì passano esattamente 25 anni. Il primo libro di J. K. Rowling esce nel 1997, prima dell’11 settembre, delle crisi economiche, dei social, di un cambiamento climatico percepito nella sua gravità, del Covid… Un mondo radicalmente diverso da quello in cui sono chiamati a vivere gli adolescenti oggi che, proprio per questo, in Mercoledì sono dipinti con tonalità a tratti opposte rispetto a Harry Potter.
Le caratteristiche che provo a mettere in luce – cinque in particolare – non vogliono descrivere il vissuto specifico di ogni adolescente, che è unico e singolare, ma piuttosto il contesto generale nel quale gli adolescenti crescono, l’aria che respirano intorno a sé, che poi ciascuno assimila e rielabora in modo originale, a partire da ciò che concretamente incontra nel proprio vissuto.

1.     Il posto nella società. Nel mondo di Harry Potter i giovani maghi ricevono una lettera personalizzata che li invita alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, dove vengono accolti e inseriti dentro un percorso che li introdurrà nel mondo magico. Gli adolescenti fanno quindi esperienza di essere chiamati personalmente, ritenuti degni di cura: c’è un investimento importante nei loro confronti. In Mercoledì la Nevermore (come lo stesso nome suggerisce) è una scuola di reietti: i ragazzi che la frequentano sono lì perché anomali, pericolosi a causa delle loro qualità magiche: quello che a Hogwarts è valorizzato, alla Nevermore è posto ai margini e guardato con sospetto. Nessuna fiducia, nessuna cura per i reietti. Sono una seccatura da confinare lì dove danno meno fastidio.

2.     Il futuro. Harry Potter è ambientato in un mondo magico parallelo al mondo reale. In questo mondo esiste una società organizzata, in cui, una volta usciti da Hogwarts, streghe e maghi troveranno la loro collocazione: potranno scegliere se diventare Auror o funzionari del ministero della magia, negozianti di Diagon Alley o professori di arti magiche… In Mercoledì oltre la Nevermore non c’è nulla. Nella serie non si fa alcun accenno al futuro dei reietti una volta terminata la scuola. Sono giovani senza prospettiva, senza futuro: quasi che gli sceneggiatori abbiano preso sul serio i programmi sulle politiche giovanili dei nostri partiti politici.

3.     Gli adulti. In Harry Potter, pur con i loro limiti, gli adulti hanno una rilevanza, sono di riferimento per gli adolescenti, riescono a trasmettere valori e ideali. Si pensi, su tutti, al rapporto tra Harry e Silente. La rappresentazione del mondo adulto in Mercoledì è tutta riassunta nelle parole che la protagonista pronuncia in apertura del primo episodio:
“Non so bene a chi sia venuta la perversa idea di aggregare centinaia di adolescenti in scuole sottofinanziate, gestite da persone i cui sogni si sono infranti da anni, ma ne ammiro il sadismo”. 
Il mondo adulto in Mercoledì è quanto di più cringe ci possa essere (nello slang giovanile, cringe è utilizzato per descrivere una persona che si comporta in modo imbarazzante senza rendersene conto). Gli adulti non rappresentano neanche lontanamente un modello a cui ispirarsi: sono inaffidabili, opportunisti, persi nel loro mondo incomprensibile. Gli adolescenti sono avanti anni luce, arrivano sempre prima a capire come stanno le cose e a trovare soluzioni. Gli adulti non capiscono, non ascoltano e invece di essere d’aiuto rappresentano un ostacolo in più da superare.
Riguardo la relazione coi genitori è interessante il personaggio di Enid, compagna di stanza di Mercoledì: è una licantropa che non riesce ancora a trasformarsi in lupo mannaro nelle notti di luna piena e viene pressata dalla famiglia perché impari. Il rapporto dell’adolescente col mondo adulto è anche questo: non sentirsi mai all’altezza delle aspettative, non ricevere il rispetto necessario dei tempi di maturazione personale.

4.     Le relazioni. Harry Potter è il trionfo dell’amicizia, della lealtà, del gioco di squadra. Mercoledì è sola e cinica. Non perché nessuno voglia stare con lei. È lei che si isola e respinge chi prova ad avvicinarsi. Quando Enid cerca di abbracciarla, lei si ritrae gelida. Quando uno dei protagonisti le rivela “Vorrei fossimo più che amici…” lei risponde: “Ti passerà, vedrai! Non sono una buona amica, figurarsi una più che buona amica. Ti ignorerò. Ti spezzerò il cuore e metterò sempre prima i miei bisogni e interessi… Stai commettendo un errore!”. Mercoledì cerca gli altri solo quando le servono, solo quando ne ha bisogno. Non perché sia insensibile o indifferente, tutt’altro! È che l’altro destabilizza. Se in Harry Potter le relazioni sono ciò che salva, Mercoledì cerca salvezza dalle relazioni, che rappresentano per lei il problema più grande di tutti. Le relazioni non sono il luogo in cui respirare la vita a pieni polmoni, sono l’inferno dell’insicurezza, della competizione, del giudizio, dell’inadeguatezza, della delusione… la solitudine è decisamente preferibile!

5.     Il male. Harry Potter rifiuta il male. Lo teme: è terrorizzato all’idea di ritrovarlo dentro di sé – come quando scopre di parlare serpentese – e dedica le sue energie a combatterlo. Mercoledì ha familiarità col male, lo ha respirato da sempre e ne ha fatto un compagno. Dopo la solitudine, il sadismo è il suo secondo rifugio. L’ideale di un mondo libero dal male, che troviamo in Harry Potter, cede il posto in Mercoledì a una realtà in cui il male è un ingrediente tra tanti, parte della normalità delle cose. Una malattia che si è cronicizzata, con la quale serve solo imparare a convivere. Anche Mercoledì combatte, ma è una lotta per la sopravvivenza. Mercoledì non cerca il bene. Cerca di restare in vita nonostante tutto; e a volte ci riesce proprio grazie al male, servendosi del male. Dinamica molto simile a quanto avviene nell’autolesionismo e in altri disturbi purtroppo diffusi nel mondo adolescente oggi.

Quale speranza, quale vita possibile per Mercoledì e la sua generazione? È la domanda che interroga quotidianamente chi è chiamato a essere genitore, insegnante, educatore con gli adolescenti oggi. E chiede anzitutto di prendere consapevolezza che gli adolescenti di oggi non sono quelli di ieri; che obbiettivi, percorsi e linguaggi educativi vanno ripensati se non vogliono correre il rischio di rivolgersi a un adolescente che non esiste più.

La serie però non è senza speranza, come Harry Potter anche Mercoledì ha un lieto fine: i malvagi vengono smascherati, i mostri sono sconfitti. Alla fine Mercoledì vince. E non vince da sola. Non ce l’avrebbe fatta da sola: “nessuno si salva da solo”. Ha bisogno dell’aiuto di compagni e adulti. E quando finalmente la vita ha avuto il sopravvento sulle forze che volevano distruggerla, arriva il tanto atteso abbraccio con Enid. Un abbraccio liberatorio, incredulo, a cui Mercoledì si abbandona abbattendo il muro di protezione che si era costruita. Lasciando finalmente scorrere la vita.

C’è una speranza anche per gli adulti. Quando tutto è finito, Mercoledì riconosce la testimonianza della preside della Nevermore, che muore difendendo la scuola: “Detesto ammetterlo, ma mi mancherà la preside Weems” commenta con Enid “Era un vero tormento, ma era in gamba. Ed è morta per l’unica cosa che amava davvero: questa scuola. La rispetto immensamente“. “Era una di noi“.

Gli adolescenti non sono insensibili o indifferenti. Partono normalmente dal presupposto che l’adulto non abbia nulla di importante da dire, nulla che valga davvero la pena ascoltare, ma quando incontrano una testimonianza vera, autentica, la sanno riconoscere. Come ai tempi di Harry Potter anche la generazione di Mercoledì desidera come non mai la vita. Vive spesso però in contesti che fanno apparire questo desiderio un’utopia irrealizzabile. Hanno più che mai bisogno di adulti che prendano sul serio il loro vissuto e che, dentro le complessità del mondo, siano testimoni credibili di una vita possibile, una vita ancora desiderabile.

La fatica di guardare avanti

Nell’oratorio in cui lavoro come responsabile laico un giorno incontro un signore piuttosto anziano che non avevo mai visto. Iniziamo a chiacchierare e scopro che, anni addietro, è stato membro del consiglio pastorale, ha preso parte attivamente alla vita della parrocchia e dell’oratorio, ha partecipato e contribuito a diverse iniziative. Poi basta: cambiato il prete dell’oratorio, ormai due coadiutori fa, in parrocchia non ha messo più piede.

«Quando c’era il mio don – così diceva – non sai com’era questo oratorio! La domenica pomeriggio c’erano centinaia di ragazzi, alle uscite si andava con otto pullman… adesso invece…» e inizia a dirmi tutto il male possibile degli attuali preti. Continua a leggere “La fatica di guardare avanti”

Io ho fiducia!

Guardare_orizzonte

Sono tanti i sentimenti con cui ci si può accostare al nuovo anno che inizia. Io voglio iniziare questo nuovo anno con fiducia! Io ho fiducia!

Ho fiducia nelle persone, nel desiderio innato che ognuno porta con sé che spinge a non accontentarsi, a cercare nuovi orizzonti e ripartire, a cambiare!

Ho fiducia nella forza dell’amore, della solidarietà, della comprensione, del perdono, che curano le ferite, che danno conforto nelle difficoltà, che danno senso alla notte, che fanno rialzare e proseguire il cammino, che ci sono molto più di quanto sembri.

Ho fiducia nei giovani, nella loro energia, nella loro sete di senso e di verità, nella loro creatività, nella loro capacità di non fermarsi e trovare strade nuove.

Ho fiducia nella Chiesa, che nell’anno passato ha ricevuto in dono Papa Francesco, Chiesa che non cessa mai di essere guidata dallo Spirito che suscita novità, suscita santità, suscita modalità sempre nuove di vivere il Vangelo capaci di rendere presente Gesù nel mondo di oggi, all’uomo di oggi!

Ho fiducia nell’Italia e in chi la governa, ho fiducia in quei politici, tanti ma spesso nascosti, che hanno davvero a cuore la sorte del nostro paese, dei più deboli, dei più poveri, di chi non ce la fa più ad andare avanti.

Ho fiducia nel nostro mondo, ho fiducia che non stiamo andando indietro ma in avanti, ho fiducia che sono molti di più gli alberi che crescono nel silenzio di quelli che cadono nel frastuono.

Ho fiducia nel futuro, che deve e può essere meglio del passato. Forse diverso da come ce lo siamo immaginati, certamente altro da ciò che è stato fino a ieri, ma deve e può essere migliore!

Auguro a tutti un anno pieno di fiducia! Perché solo la fiducia sa aprirci davanti orizzonti nuovi, dove ciò che è stato vero risplenderà ancora più intensamente, dove ciò che è stato falso non esisterà più.

E’ possibile, io ci credo!