Nell’oratorio in cui lavoro come responsabile laico un giorno incontro un signore piuttosto anziano che non avevo mai visto. Iniziamo a chiacchierare e scopro che, anni addietro, è stato membro del consiglio pastorale, ha preso parte attivamente alla vita della parrocchia e dell’oratorio, ha partecipato e contribuito a diverse iniziative. Poi basta: cambiato il prete dell’oratorio, ormai due coadiutori fa, in parrocchia non ha messo più piede.

«Quando c’era il mio don – così diceva – non sai com’era questo oratorio! La domenica pomeriggio c’erano centinaia di ragazzi, alle uscite si andava con otto pullman… adesso invece…» e inizia a dirmi tutto il male possibile degli attuali preti.

Al momento non ho avuto la prontezza di ribattere. Quella breve conversazione però mi è rimasta dentro e mi ha fatto riflettere. Non perché la domenica in oratorio le centinaia di ragazzi e gli otto pullman non li vedo neanche col binocolo. Quello che mi ha rattristato è il modo di pensare la Chiesa che ho intravisto sotteso a quella conversazione e che purtroppo mi rendo conto essere piuttosto diffuso nelle nostre comunità cristiane. Tre sono i suoi tratti distintivi:

Lo sguardo rivolto nostalgicamente ad un passato mitizzato: tutto ciò che si faceva una volta, quando c’era quel prete, quando c’era quella suora, è idealizzato ed epurato di qualsiasi imperfezione. Le esperienze vissute sono quel paradiso da cui siamo decaduti, ma che rappresenta ancora l’orizzonte verso cui tende ogni aspettativa e ogni possibilità di futuro.

La ricerca del colpevole: se non siamo più nel paradiso dev’essere colpa di qualcuno. Normalmente la colpa è di chi è venuto dopo i mitici condottieri di allora, che diventa quindi il bersaglio preferito, il responsabile di ogni nefandezza.

L’attesa di un salvatore. Rimane la speranza, il sogno, che finalmente giunga qualcuno a riportarci gli antichi fasti, capace con la sua forza e il suo carisma di farci tornare in paradiso.

Mi preoccupa molto questo modo di pensare, che per fortuna non è di tutti. Mi preoccupa perché è il contrario rispetto alla visione cristiana della storia e alla visione di Chiesa del Concilio. Questa aspettativa di ritorno al passato è la stessa che impedì a tanti contemporanei di Gesù di riconoscere in lui il Figlio di Dio, perché non si poneva l’obiettivo di sconfiggere la dominazione romana e restaurare il Regno di Davide ma quello di recuperare le “pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15,24).

Mi preoccupa l’incapacità, la paura, di guardare in faccia alla realtà e comprendere la reale portata dei problemi che ci troviamo davanti come Chiesa. Certo, è più facile dare la colpa al prete di turno piuttosto che affrontare il fatto che una pastorale del tempo libero potrebbe risultare fuori luogo nell’epoca dei quattro sport per ragazzo, dei corsi di musica, dei corsi di teatro, dei corsi di chissà cosa… È più facile piuttosto che affrontare il problema di famiglie che hanno, quando va bene, solo la domenica per stare insieme, o di ragazzi che aspettano il fine settimana per vedere il proprio papà perché passano la settimana con la mamma e il compagno della mamma e i figli del compagno della mamma… Star dentro la realtà complessa di oggi è difficile, costa fatica. Per questo cerchiamo il modo di semplificarla, per non doverci mettere in discussione e non doverci porre domande a cui non sappiamo dare una risposta. Troviamo un colpevole, ce la prendiamo con lui, e non ci pensiamo più.

Mi preoccupa un laicato che, cinquant’anni dopo il Concilio, fa ancora così fatica ad assumersi le proprie responsabilità, fa ancora così fatica a farsi carico della propria comunità cristiana, rimanendo invece inerte in attesa di qualcuno che sia sopra le parti e metta ordine. Mi preoccupa perché non è questa la dinamica di un’autentica fraternità. È infantile correre sempre dal Padre perché sia lui a risolverci i problemi. Se questo accade da adulti abbiamo confuso il Padre con il giudice ed è il contrario della logica cristiana: è proprio per risolvere questa confusione che Gesù è morto sulla croce.

Abbiamo bisogno di guadare in faccia la realtà. I fasti antichi non torneranno e, se hanno prodotto questa mentalità, oserei dire per fortuna. Non ci saranno salvatori carismatici che ci restituiranno il paradiso, perché è la realtà a non essere più quella di una volta. Dobbiamo toglierci dalla testa il mito del passato, dobbiamo smettere di desiderare che torni ciò che è stato. Perché la Chiesa è guidata dallo Spirito e lo Spirito è novità, è vivacità, è freschezza. Il grandioso passato è finito, serve abbandonare il rimpianto ed aprirsi al futuro, desiderando, attendendo, costruendo l’inedito. Quell’inedito che ancora non intravvediamo ma che sarà la forma futura della Chiesa. Una Chiesa che dovrà avere, se non altro per necessità visto il sempre minor numero di sacerdoti, una forte trazione laicale. Laici adulti e consapevoli, genuinamente pervasi di spirito evangelico, che si assumano la responsabilità di costruire la Chiesa senza aspettare che siano altri a farlo.

Rimaniamo in ascolto fiducioso dello Spirito, senza paletti e aspettative, solo col desiderio di essere autenticamente per l’uomo di oggi luce del mondo e sale della terra. Allora l’inedito inizierà a prendere forma.

Articolo scritto e pubblicato su Vinonuovo.it