Dio non punisce! Ma dov’è di fronte al male?

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – Lc 13,1-9

Dov’è Dio di fronte al male? È la grande domanda che attraversa la storia, mandando in crisi qualsiasi teologia provi a balbettare una risposta. Che si tratti dei Galilei trucidati da Pilato – di cui parla il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima – o delle vittime delle guerre dei nostri giorni, dei diciotto su cui crollò la torre di Siloe o dei tanti che quotidianamente muoiono per incidenti, malattie, calamità, la domanda rimane la stessa: perché Dio non fa nulla? Perché non smentisce questa inerzia che per tanti è la prova chiara e semplice della sua non esistenza?

Nella Bibbia troviamo molteplici risposte al problema del male. Nel contesto in cui vive e opera Gesù prevaleva la linea teologica della Torah – che qualche secolo prima l’autore del libro di Giobbe aveva però messo in crisi – per la quale il male è normalmente giustificato in termini retributivi: se sei colpito dal male è perché Dio ha voluto così, per punirti a causa della tua infedeltà; se Pilato ha ucciso quei Galilei e non altri, significa erano “più peccatori di tutti i Galilei”, se la torre è crollata proprio su quelle diciotto persone significa che erano “più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme”.

Mi sconcerta sempre vedere come ancora oggi si trovino cristiani che condividono questo modo di legare Dio e il male, perché Gesù è chiarissimo: afferma senza possibili fraintendimenti che quelle persone non sono più colpevoli di altre per aver subito tale sorte, facendo uscire di scena in modo definitivo il Dio della retribuzione, almeno per quel che concerne l’al di qua del mondo. Il Dio di Gesù “fa sorgere il suo sole suoi buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45)”: nel qui ed ora della storia Dio non fa giustizia premiando i giusti e castigando i malvagi. Certo, Gesù parla di un giudizio, ma lo rimanda sempre al di là della storia, in un oltre che appartiene solo a Dio. Bisogna dunque disgiungere, slegare totalmente Dio e il male che segna la realtà del mondo.

È questa la conversione necessaria di cui Gesù parla: “se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. Non c’è scampo per nessuno se si continua a pensare il male come punizione di Dio, perché in un modo o nell’altro la vita di tutti è segnata dal male. Gesù chiede di convertirsi a un modo diverso di pensare Dio. La teologia ha fatto tante ipotesi sul perché esista il male, ma, quale che sia la risposta, Gesù ci consegna una certezza: Dio non ha niente a che fare col male, il male non proviene da Dio, mai!

Ma se Dio non sta all’origine del male, se non interviene nella storia per fare giustizia, allora, di fronte al male, cosa fa? Dov’è? Dobbiamo seguire Gesù lungo il cammino che lo porta alla croce per provare ad accennare una risposta. La fede cristiana crede che tutto ciò che accade a Gesù, nella sua vicenda, accade a Dio. Nei racconti della passione troviamo Gesù abbandonato, tradito, condannato ingiustamente, flagellato, picchiato, deriso, insultato, inchiodato. Lo troviamo che invoca Dio e non ottiene risposta, lo troviamo che muore gridando “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34)In tutto ciò che Gesù vive, in tutto il dolore e la sofferenza che attraversa, Dio non c’è, non risponde, ma contemporaneamente, in modo paradossale, è Dio stesso che vive tutto questo. È un Dio assente, ma insieme presente, lì in quell’uomo crocifisso.

C’è un passo evangelico illuminante, che permette di collocare correttamente il Dio di Gesù sulla scena del male: quando Gesù, parlando del giudizio universale, dice “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). I piccoli di cui Gesù parla sono gli affamati, gli assetati, gli spogliati, i senza patria, i prigionieri. Dov’è Dio? È ognuno di quei fratelli le cui vite sono segnate dal male e dalla sofferenza. Dio non è chi aiuta, chi libera dal male, è chi soffre.

Il Dio di Gesù non interviene a togliere il male dal nostro cammino (eppure quante volte le nostre preghiere vanno ancora in questa direzione!). Il Dio di Gesù chiede di essere riconosciuto sulla scena del male non assente, non lontano e indifferente, ma presente nel volto di chi soffre. Chiede di essere venerato prendendoci cura di quel volto. Chiede di riconoscere che, quando la mia vita è segnata dal male, Dio non è lontano, è talmente vicino da non essere qualcosa di diverso da me e mi libera dal male attraverso lo sguardo di quei fratelli che, consapevolmente o no, si prendono cura di Dio attraverso la mia umanità sofferente.

Come ha fatto Gesù a sopravvivere digiuno quaranta giorni nel deserto?

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA, ANNO C – Le tentazioni (Lc 4,1-13)

Come è possibile che Gesù sia sopravvissuto nel deserto quaranta giorni senza mangiare nulla e senza nemmeno sentire la fame? È la prima e più immediata domanda che un bambino si farebbe leggendo il brano di Vangelo di questa prima domenica di Quaresima. Le domande dei bambini hanno una caratteristica eccezionale: chiedono conto di ciò che noi adulti diamo ormai per scontato. Per questo è difficile rispondere. Come ha fatto Gesù a digiunare quaranta giorni nel deserto? È un problema che non ci poniamo più: è chiaro, Gesù è Dio e in quanto tale ha poteri eccezionali. Fine.

A ben vedere non ci chiediamo nemmeno più come sia possibile, se Gesù possiede poteri eccezionali che evidentemente rendono il suo vissuto totalmente dissimile dal nostro, considerarlo oltre che pienamente Dio anche pienamente uomo, come afferma il dogma. Non ce lo chiediamo più perché, grazie al cielo, c’è una parola che viene in soccorso a tutti i nostri dubbi: mistero. Anche ai bambini affascina questa parola, perché sono curiosi e dove c’è un mistero vedono la possibilità di un’esplorazione. Il problema sorge quando crescono un po’ e si rendono conto che questo mistero non è più di tanto esplorabile – come può Gesù, che digiuna quaranta giorni nel deserto senza sentire la fame, essere pienamente uomo, come me e come te che senza cibo non resistiamo mezza giornata? – va solo accettato così com’è perché alla ragione risulta incomprensibile: non è questo che il più delle volte chiamiamo fede? E così smettiamo di porci domande: o accogliamo il mistero, oppure lo rifiutiamo.

Personalmente credo esista una terza via, capace di sostenere una fede che non è credere un mistero ma mettersi alla sequela di una proposta credibile. Una via resa possibile esattamente da un atteggiamento che torni a porsi domande prendendole sul serio, a partire da quella sull’umanità di Gesù: se, come il dogma afferma, Gesù è pienamente uomo, non può aver vissuto in una forma, a delle condizioni, diverse da quelle che caratterizzano l’esistenza di ognuno di noi!

Cosa succede se si leggono i Vangeli da questa prospettiva – come cercherò di fare commentando i Vangeli domenicali di questa Quaresima – partendo cioè dal presupposto che il vissuto umano di Gesù di Nazareth sia stato in tutto simile al nostro? Diminuisce o aumenta, cresce o perde di consistenza la portata di ciò che il Vangelo ci comunica rispetto alla rivelazione di Dio compiuta da Gesù? Lascio la risposta a chi legge, limitandomi ora ad applicare questa prospettiva al Vangelo delle tentazioni.

Questo episodio è, nei Vangeli che ce ne parlano – Marco, Matteo e Luca – sempre immediatamente successivo a quello del Battesimo, ossia al primo gesto che ci viene raccontato di Gesù adulto, con il quale inaugura il suo ministero pubblico. Soffermiamoci un momento su questo inizio: Gesù si mette in fila tra la folla compiendo un rito il cui significato è confessare i propri peccati, riconoscendosi bisognoso del perdono di Dio. Avete mai riflettuto su quanto questo sia paradossale? Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, per prima cosa va a chiedere perdono come un peccatore qualsiasi! Qual è il senso di questo gesto? La prospettiva della Quaresima ci viene in aiuto: sulla croce Gesù concluderà la sua vicenda terrena e il suo ministero morendo come un peccatore, così come, col Battesimo, dà inizio al suo ministero come un peccatore. Nel Vangelo troviamo moltissimi episodi in cui Gesù è circondato da pubblicani e prostitute, mangia con loro, subendo la stessa disapprovazione e lo stesso giudizio che era loro riservato; non dimentichiamoci che anche quando Gesù si accosta ai malati, per il modo di pensare dell’epoca, si sta rivolgendo a dei peccatori. Potremmo allora dire che il farsi prossimo ai peccatori, farsi come i peggiori, rappresenti la cifra sintetica del modo con cui Gesù sceglie di svolgere il suo ministeroGesù compie la sua missione, realizza il suo essere Messia e Figlio di Dio, condividendo la vita e la sorte dei peccatori. Dopo il Battesimo la misteriosa voce dal cielo – “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Lc 3,22) – conferma la paradossale scelta di Gesù: quell’uomo che chiede perdono per i peccati è il Figlio di Dio, così come lo sarà quell’uomo crocifisso.

Ora, se il Battesimo è il primo passo che Gesù compie in questa direzione, cosa sono le tentazioni, sempre raccontate subito dopo, come in un dittico? Il brano si apre con il riferimento al digiuno nel deserto e al numero quaranta che nella prospettiva biblica richiamano immediatamente l’esperienza dei quarant’anni vissuti da Israele dopo la liberazione dall’Egitto: tempo in cui il popolo sperimenta la fame, la prova, il dubbio. Il contesto in cui l’episodio delle tentazioni è ambientato esprime quello che Gesù vive interiormente. Immedesimiamoci nel suo vissuto: ha finalmente preso una decisione. Ci ha messo tanto, trent’anni, nei quali ha vagliato tutte le possibilità, ma alla fine si è deciso: il modo attraverso il quale svelerà il volto di Dio sarà condividere la sorte dei peggiori e degli ultimi. Ma nella sua umanità, come accade a ciascuno di noi, subito dopo aver fatto il primo passo, Gesù viene assalito dall’inquietudine e dal dubbio: è la scelta giusta? È veramente questo il modo autentico di essere Messia, così diverso da quello che tutti si aspettano? È davvero questo il vero volto di Dio, così paradossale?

È esattamente su queste domande che vertono le tre tentazioni che Gesù respinge. Nella prima è proposta l’immagine di un Dio, di un Messia, tappabuchi, che risolve i problemi quasi per magia. Nella seconda un Dio, un Messia, potente e glorioso prostrato in adorazione e quindi assoggettato alle logiche demoniache del potere. Da ultimo, un Dio, un Messia, che manifesta la propria grandezza attraverso segni e prodigi grandiosi invece che nel farsi prossimo degli ultimi, degli scartati, dei sofferenti. Gesù resiste alle tentazioni rifiutando immagini di Dio certamente più comode e attraenti di quella che ha scelto di incarnare. E provoca noi a chiederci, all’inizio di questa Quaresima, quale Dio crediamo; se sappiamo riconoscere e respingere in noi immagini di Dio diverse da quell’uomo crocifisso.

Repole-Mancuso: il problema è cosa si intende per “Salvezza”

Aggiungo anch’io qualche parola al dibattito tra Roberto Repole e Vito Mancuso, sul quale in molti hanno scritto – non ultimo Stefano Fenaroli qui su Vinonuovo.it – provando a riflettere sulle questioni e tralasciando i giudizi sulle persone.

Mi pare che l’oggetto della discussione, su impulso di Mancuso, si sia spostato dal tema centrale dell’articolo di Repole, ossia il futuro della fede cristiana e della Chiesa a fronte della crisi attuale, a quello dell’esclusività della Salvezza attraverso Gesù Cristo. Questo spostamento nasce, a mio parere, da un fraintendimento da parte di Mancuso (e di Fenaroli): nel suo testo Repole non affronta il tema dell’esclusività della Salvazza cristiana. La frase incriminata – “Io sono cristiano perché credo fermissimamente ciò che dice Pietro nel libro degli Atti: che non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo” – è una citazione (evidentemente fraintendibile) posta a conclusione di un testo la cui tesi fondamentale è che l’adesione a Gesù Cristo permette, ancora oggi, di accedere alla vicinanza di Dio, alla bellezza di una vita buona e umanizzante, e che da qui la Chiesa deve ripartire. Come sottolineato da Maurizio Gronchi nella sua replica a Mancuso, Repole, citando At 4, non può aver voluto dire qualcosa di diverso da quanto il Concilio Vaticano II ha affermato in merito alla Salvezza, aprendola a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (Gaudium et Spes 22). Nessuna affermazione di esclusività dunque. Non è questo quindi, a mio parere, il tema sul quale vale la pena soffermarsi.

La questione vera posta da Repole è la crisi che incontrano la Chiesa e la fede cristiana oggi e come affrontarla, ed è su questo che vorrei spendere qualche parola provando ad approfondire e facendo qualche rilievo alla prospettiva del Vescovo di Torino. Nella sua disamina ciò che Repole individua come causa della situazione attuale è il venir meno di un’adesione convinta e testimoniale a Gesù Cristo da parte dei cristiani: “oggi non mi preoccupa che la Chiesa diventi minoranza, ma che non si percepisca che il Dna della Chiesa è Gesù Cristo”; “io credo che molti cristiani non sentano più l’urgenza o la bellezza di annunciare e testimoniare Gesù Cristo agli altri”. La sua proposta è quindi suscitare un nuovo radicamento in Gesù Cristo per costruire comunità cristiane che, pur se minoritarie, siano presenze significative nella società, per l’umanità. Il passaggio che Repole però non chiarisce – e che a mio parare è decisivo – è il motivo di questo venir meno oggi, anche tra i cristiani, del riferimento a Gesù Cristo. Da cosa è causato? Nel testo afferma di credere che “molti cristiani facciano proprio il nichilismo contemporaneo”, ma perché di fronte al nichilismo la proposta cristiana risulta essere così poco attraente, così poco convincente e competitiva? Perché in un mondo in cui “c’è poca fiducia nella vita e nel futuro, […] una cultura che non offre spiragli di speranza” la fede e la speranza cristiana non riescono ad essere delle risposte credibili? Un tempo senza speranza non dovrebbe essere un terreno fertile per chi si professa portatore di speranza, come i cristiani?

Da questo punto di vista sono d’accordo con quanto afferma Mancuso: “il problema, sia chiaro, non è del mondo, che va per la sua strada, ma del cristianesimo, le cui chiese rimangono vuote”. Il problema non è un mondo in cui “una cosa vale l’altra” ma una proposta cristiana che non riesce a farsi percepire come qualcosa che vale davvero. E qui, secondo me, è decisivo il tema della Salvezza cristiana, di cui tanto si è discusso rispetto all’esclusività, ma della quale né Repole, né Mancuso danno una definizione precisa. La Salvezza è ciò che la fede cristiana offre come possibilità al credente, ciò che Gesù Cristo, morto e risorto, e la fede in lui rendono possibile per i suoi discepoli. In cosa consiste questa Salvezza? Tenendo come riferimento GS 22 potremmo sintetizzare dicendo che Gesù Cristo salva l’uomo dal peccato, dalla morte e, potremmo dire, dalla “separazione con Dio”. Ora, è del tutto evidente come nel contesto attuale l’offerta di Salvezza dal peccato (con tutte le controversie che porta con sé rispetto al tema della grazia, del peccato originale, del sacrificio espiatorio…) e dalla morte risultano essere risposte a domande che non ci sono. Perché – sintetizzando male temi che chiederebbero molto più approfondimento – l’uomo di oggi percepisce come un’ingiustizia l’idea che si nasca già segnati dal peccato; vive il senso di colpa, il pentimento, la richiesta di perdono nel contesto delle relazioni interpersonali, non nel rapporto con Dio; focalizza la sua attenzione e la sua preoccupazione sulla vita concreta di ogni giorno, non su ciò che accadrà dopo la morte; non trova alcun valore in un’esistenza vissuta nel sacrificio o nell’aderire a prescrizioni morali in vista di una vita futura; percepisce come infantile e poco credibile la descrizione dell’aldilà propria dell’immaginario cristiano (giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) preferendovi piuttosto, anche tra i credenti, descrizioni derivate da altri contesti culturali. Questo, prima di essere qualcosa con cui si è più o meno d’accordo, rappresenta un dato di fatto di cui prendere atto. Se la Salvezza cristiana è questo, se ciò che la relazione con Gesù Cristo offre è questo – che è quello che afferma la dottrina cristiana, che si insegna a catechismo, che si ripete nelle formule delle nostre liturgie deserte – è chiaro che il cristianesimo non ha nulla da offrire al mondo di oggi. (Con questo non sto affermando che questi temi debbano essere rimossi o che non siano veri per un credente, ma che qui l’uomo di oggi non trova nulla di interessante e desiderabile per la propria vita).

Questo è il motivo per cui oggi, anche tra i cristiani, viene meno l’adesione a Gesù Cristo, perché ciò che lui offre è associato nella maggioranza dei casi a qualcosa di cui nel contesto odierno non si sente alcuna esigenza. Di questo sembra essere consapevole anche Repole, che non a caso (ma sorprendentemente, a ben vedere) nel suo intervento, quando parla di ciò che Gesù Cristo rende possibile, non fa riferimento alla Salvezza dal peccato o dalla morte, ma alla “consapevolezza che Dio si è fatto vicino”, a un’“etica e a una vita buona che nascono dall’adesione a Gesù Cristo”, al “patrimonio del Vangelo” che motiva l’impegno sociale, la preferenza per i poveri, la lotta contro le ingiustizie… Una prospettiva incentrata sull’oggi, su ciò che di buono e di bello l’uomo Gesù, che la fede cristiana chiama Dio, ci consegna come possibilità di vita. Da questo punto di vista Repole va nella stessa direzione di Mancuso, ossia quella della tanto discussa spiritualità (dove la differenza tra i due permane nel riferimento esplicito ed esclusivo a Gesù Cristo in Repole, che Mancuso integra con altre tradizioni, le quali però, nella sostanza, si muovono nella stessa prospettiva). Coincide questo con il terzo “aspetto” della Salvezza, che ho sinteticamente chiamato “Salvezza dalla separazione con Dio”. GS 22 recita così: “Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato”. In questa prospettiva la Salvezza cristiana consiste nell’essere abitati dallo Spirito di Dio – in questo senso non più separati da Dio –, nell’incontrare e fare proprio l’amore di Dio; quello stesso amore incarnato da Gesù Cristo, così da assumere nella propria vita il suo stesso sguardo, il suo stesso desiderio, i suoi stessi sentimenti. Significa riscoprire nei gesti, negli incontri, nelle parole di Gesù, nella sua tenerezza, nel suo rifiuto dell’ingiustizia, nel suo amare fino alla fine, l’evidenza di una bellezza capace di dare senso alla vita, capace di diventare bussola per gli sguardi e le scelte di ogni giorno.

Questa prospettiva spirituale (della quale ad esempio la teologia di Paolo Gamberini prova a rendere ragione nella prospettiva del post-teismo) è ben lontana dal considerare Dio e lo spirituale “come una realtà amorfa, indistinta, che tutto comprende, […] qualcosa che dovrebbe separarci da questo mondo, da questa realtà, cercando il proprio senso, la propria felicità in un “cielo” spirituale, dove non ci sono più differenze…” come scrive Fenaroli. Dà valore invece a quanto nelle Scritture e nella tradizione cristiana si afferma rispetto all’opera dello Spirito nell’uomo, alla presenza di Dio nel mondo e del mondo in Dio. Non per proporre di vivere al di là del mondo, ma radicati nel mondo, operando guidati dallo Spirito di Dio; non per annullare le differenze ma per affermare ciascuna come manifestazione inevitabilmente finita e parziale dello Spirito. Per rendere accessibile oggi ciò che la tradizione cristiana porta con sé da sempre, ma che è troppo spesso rimasto sepolto dietro una teologia e dei linguaggi che non dicono più nulla.

È a questo livello che la vicenda di Gesù può avere, secondo me – ma anche secondo Repole e Mancuso – ancora qualcosa da offrire all’uomo di oggi, perché viviamo in un mondo in cui “una cosa vale l’altra”, ma dove, soprattutto tra i più giovani, la ricerca di qualcosa che abbia senso è presente e viva, ed è con rassegnazione che vi si rinuncia. Il modo nuovo di essere Chiesa, di aderire e testimoniare Gesù Cristo, di cui parla Repole, non può che passare da qui, avendo il coraggio di ricentrare su questo livello l’annuncio cristiano.

Una precisazione prima di chiudere: è evidente come a questa spiritualità sia possibile giungere a partire da Gesù Cristo (Repole) così come da altre prospettive (Mancuso), coerentemente con quanto affermato da GS 22 riguardo la Salvezza accessibile a “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”.

Famiglia Cristiana e il “Vade retro Salvini”

Ci ho pensato molto a questa faccenda e sono giunto alla conclusione che no, non condivido la scelta di Famiglia Cristina di uscire con questa copertina. Chi mi conosce sa quanto distante io sia dalle posizioni di Salvini (e quanto io sia convinto che le idee di Salvini non siano cristiane!), ma non condivido la scelta di “demonizzare” chi pensa e agisce in modo differente da me. Non condivido questo stile contrappostivo. Non lo condividevo quando si parlava di unioni civili e biotestamento, non lo condivido nemmeno ora. Semplicemente perché non è uno stile che aiuta ad andare oltre le differenze ma le acuisce (e se il tema in oggetto è la convivenza delle differenze questa è una contraddizione), né contribuisce in qualche modo a risolvere la situazione.
E non è uno stile cristiano. Perché il “Vade retro” Gesù lo disse non a un suo oppositore ma al primo dei suoi apostoli; perché i peccatori, chi la pensava diversamente da lui, Gesù non li demonizzava, normalmente ci andava a pranzo insieme…

A cosa serve una Chiesa che sa anche piangere

Mi è capitato di leggere il commento molto critico di Antonio Socci all‘omelia del cardinal Betori pronunciata durante i funerali di Davide Astori. L’accusa mossa da Socci parte dall’affermazione con cui il cardinale esordisce, nella quale dichiara: «Della morte non abbiamo spiegazioni che possano servire a consolare. […] Posso solo piangere con voi». In queste parole Socci legge un sottrarsi alla propria responsabilità da parte della Chiesa; responsabilità che si espliciterebbe anzitutto nell’affermare le verità rivelate, dando risposta ai dubbi, alle domande dei fedeli e dei non fedeli ribadendo la dottrina cristiana. Betori avrebbe invece preferito compiacere le folle, cosa che porta Socci a chiedersi se permanga ancora nell’attuale gerarchia la fede cattolica.

Ma l’aspetto più interessante del pezzo di Socci è quando, di fronte all’affermazione che la Chiesa di fronte alla morte può “solo piangere”, si chiede: «una Chiesa così a cosa serve?». Continua a leggere “A cosa serve una Chiesa che sa anche piangere”