Papa Francesco a Sanremo? Una provocazione per la Chiesa

Papa Francesco ci ha ormai abituato a interventi e apparizioni in contesti e con modalità inedite per un Pontefice, nella logica della Chiesa in uscita; una logica che purtroppo a livello ecclesiale facciamo ancora troppa fatica a recepire. Ma Francesco insiste, continuando a provocarci, e credo che il breve messaggio inviato a Carlo Conti e andato in onda nel corso della prima serata di Sanremo 2025 possa essere letto anche così: una provocazione alla Chiesa.

La scelta stessa di rivolgere anche in quel contesto un appello alla pace e una riflessione sul contributo che la musica può dare in questo senso appare a ben vedere provocatoria: eravamo abituati a un atteggiamento molto diverso da parte della Chiesa nei confronti della kermesse sanremese, fatto di accuse di blasfemia da parte dei vescovi locali e di risentimenti per l’utilizzo indebito di simboli religiosi. Se si torna con la memoria a tutte le polemiche degli scorsi anni, il gesto di Francesco appare drasticamente in contraddizione con quell’atteggiamento contrappositivo e ostile.

C’è poi un altro aspetto, passato sottotraccia, ma che a mio parere è significativo. Negli stessi giorni del Festival, ormai da quattro anni, si svolge, in collaborazione con diverse testate cattoliche, il Sanremo Cristian Music, il Festival della canzone cristiana che, come si legge nel sito internet dell’evento, “si prefigge di promuovere la Nuova Evangelizzazione e trasmettere i valori Cristiani mediante la canzone e la lode a Dio”. Non ho trovato commenti in merito, ma la scelta di Francesco di inviare un videomessaggio a Carlo Conti preferendo il palco dell’Ariston a quello della kermesse cristiana non può non far riflettere.

Personalmente vi leggo l’ennesimo tentativo di Francesco di contraddire un modello di Chiesa – ancora troppo diffuso – in cui la separazione con il mondo è drastica e insuperabile. Quel modello che ha nostalgia del tempo in cui la Chiesa era una società alternativa al mondo: c’erano i cinema cattolici e quelli non cattolici, le associazioni sportive cattoliche e quelle non cattoliche, e così per i centri di aggregazione, i libri, i partiti, i festival… Oggi le strutture che rendevano concretamente possibile quel modello di Chiesa si sono ormai quasi del tutto sgretolate, ma il modo di pensare nelle comunità cristiane spesso rimane quello di un tempo. La tentazione di costruire una Chiesa fatta di piccoli gruppi chiusi e identitari, in cui si parla un linguaggio proprio, incomprensibile agli altri, e ci si rivolge all’esterno solo in un’ottica di “conquista”, è presentissima. Il rischio che il futuro della Chiesa sia rappresentato da piccole comunità chiuse in sé stesse, completamente sganciate dalla realtà del mondo, in cui i discepoli si tramutino in adepti, è reale.

Papa Francesco ci richiama ancora – e questa volta, a mio parere, con una forza particolare – a un cristianesimo che non ha timore di mescolarsi con il mondo, arrivando finanche dove il mondano non sembra lasciare spazio ad altro – cosa c’è di più mondano di Sanremo? – non per riempire spazi o fare proseliti, ma per condividere davvero “le gioie e le speranze – la musica, la pace –, le tristezze e le angosce – la divisione, le guerre – degli uomini d’oggi” (GS 1). Nel solco del Concilio, ma prima ancora alla sequela di un Gesù che veniva rimproverato dai farisei per il suo stile mondano – “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” Mt 11,19 – credendo in un Dio che sceglie di prendere su di sé fino in fondo e per davvero la nostra natura, abbattendo così una volta per sempre il muro tra sacro e profano.

Vita sotto le bombe

Sotto un cielo illuminato da bombe,
in una città assediata dal nemico,
dentro cunicoli, unico possibile rifugio,
d’un tratto tutto tace:
sopra i boati, le raffiche, gli spari, le urla,
un vagito.
Il grido della vita, che si ribella,
ostinandosi a rinascere.

Da una foto la mia speranza per la Terra Santa

Escalation di violenza, attacchi, attentati, coprifuoco… Non è la stessa cosa leggere quello che sta accadendo in Israele e Palestina dopo esserci stati. Non è la stessa cosa sapere di tutto questo dopo aver visto con i propri occhi i campi profughi a Nablus, dopo aver percorso la spianata delle moschee a Gerusalemme col sottofondo del grido “Allahu Akbar” dei capannelli di musulmani rivolto agli ebrei ortodossi scortati dalla polizia;
dopo aver pregato  per la pace lungo il muro che separa i territori palestinesi da quelli israeliani e aver fatto i conti ai checkpoint con la macchina paranoica della sicurezza israeliana. Non è la stessa cosa perché alla mente tornano immagini, volti, emozioni. Continua a leggere “Da una foto la mia speranza per la Terra Santa”