Su sessualità e matrimonio si rischia di far parti uguali tra diseguali?

“Non c’è ingiustizia più grande che far parti uguali tra disuguali”: è una delle frasi più celebri di don Milani.

Mi è tornata in mente l’altro giorno leggendo sul Corriere i dati Eurostat riguardanti l’età media nella quale i giovani escono dal proprio nucleo familiare nei diversi paesi europei. Non ero a conoscenza di quanto sia marcata la differenza da questo punto di vista tra paesi così vicini (e posso solo immaginare il contrasto che emergerebbe allargando l’indagine): il dato mi ha davvero impressionato. Si va dai 17,8 anni della Svezia, ai 33,1 anni del Montenegro. L’Italia ha una media di 30,1 anni.

Come sottolineano diverse analisi, queste differenze, oltre che dal contesto culturale, sono motivate dalle diverse politiche di welfare messe in campo e dalle differenti opportunità per i giovani sul mercato del lavoro. Mi ha colpito però che da parte di media e commentatori cattolici – ho trovato sul sito di Famiglia Cristiana un’intervista sul tema a don Michele Falabretti, responsabile della Pastorale giovanile della CEI; ho visto il servizio andato in onda su TV2000 – ci si sia limitati a sottolineare questi aspetti sociologici e politici, e non sia emerso invece un punto di vista più prettamente ecclesiale di fronte a questi dati.

Le domande che hanno suscitato in me sono: come incide a livello ecclesiale trovarsi in un contesto in cui la maggior parte dei giovani prima dei 30 anni non ha la possibilità di uscire di casa per dar vita a una famiglia propria? È ininfluente – sulle prassi, sui percorsi di accompagnamento, oso, sulla dottrina – che ci si trovi in un contesto in cui si esce di casa a 18 anni o a 30? Le peculiarità di ciascuna situazione non chiederebbero un discernimento specifico, per non cadere nel rischio di pretendere di far parti uguali tra diseguali?

Accogliere interrogativi di questo tipo significa entrare in una prospettiva che, accanto alle prassi consolidate e alla verità dottrinale, lasci spazio al vissuto umano concreto. Facciamo una gran fatica ad assumere questo punto di vista, perché ogni volta che proviamo anche solo ad ipotizzare un compromesso tra verità e realtà, ci sembra di sminuire la prima intaccandone perfezione e coerenza. Per questo, salvo qualche pioniere che rimane però isolato, siamo per lo più portati a scegliere di sacrificare la contingenza sull’altare della teoria immutabile, e di fronte a situazioni in cui evidentemente la realtà cozza con l’ideale, preferiamo sempre assumere il ruolo di chi con misericordia accoglie il trasgressore, piuttosto che lavorare per ridurre il peso che grava sulle spalle delle persone.

Moltissimi esempi si potrebbero portare. Ne scelgo due che hanno direttamente a che fare con il tema dell’allungamento dei tempi di permanenza in casa dei figli. Il primo riguarda i corsi prematrimoniali. Chi li conduce o li ha frequentati sa che la tipologia di coppie che viene a chiedere il matrimonio, proprio per il contesto sociale in cui ci troviamo, è oggi quanto mai varia, e la “normalità” cui ci si vorrebbe poter rivolgere – coppia di fidanzati vergini e non conviventi – è divenuta quanto mai l’eccezione. Mi chiedo, come ci rapportiamo con questa complessità? Ci accontentiamo di mostrarci misericordiosi nell’accogliere “nonostante tutto…” o cerchiamo di lasciarci interrogare dalle diverse situazioni che incontriamo? Dove poniamo l’accento? Sulla verità dottrinale – continuando quindi a proporre indipendentemente a tutti lo stesso corso, essendo il Sacramento uguale per tutti – o sui vissuti concreti delle persone, ipotizzando magari percorsi di accompagnamento differenti, come differenti sono i significati e le incidenze del medesimo Sacramento a seconda che suggelli l’unione tra una coppia di ventenni o una con qualche decennio in più, magari già convivente e con figli? Il rischio evidentemente resta quello di far parti uguali tra disuguali, a volte senza nemmeno esserne consapevoli.

Il secondo esempio è più prettamente dottrinale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiarissimo nell’inserire tra le “offese alla castità”, “l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio” giudicandola “gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli” (CCC 2353). Senza voler discutere il legame tra sessualità e matrimonio mi chiedo: alla luce delle differenze sociali di cui sopra, un giudizio così lapidario, espresso in modo del tutto astorico, ossia senza prendere in considerazione minimamente l’esistenza di contesti differenti tra loro, non pone qualche interrogativo? Tanto più dal momento che si fa riferimento alla “sessualità umana naturalmente ordinata”: da questo punto di vista mi pare rappresenti una svista non indifferente non considerare come lo spostamento in avanti dell’età degli sposi significhi anche uno sfasamento rispetto ai tempi biologici del desiderio e della fertilità umana. Certo, per noi credenti la sessualità e la generazione non sono solo biologia e sociologia, vi sono dei significati teologici e sacramentali che vanno preservati. Così come è altrettanto indiscutibile che la problematica dell’accesso dei giovani al matrimonio cristiano sia molto più ampia e non circoscrivibile al tema dell’allungamento del tempo della giovinezza e della coabitazione coi genitori. Tuttavia mi pare imprescindibile, al netto di tutto questo, insistere sulla necessità di dar rilievo oggi nella Chiesa, accanto alla dottrina, alle contingenze reali della vita.

Se si vuole evitare l’ingiustizia di far parti uguali tra diseguali ci è chiesto di provare a unire la verità alla creatività, immaginando modalità praticabili attraverso le quali il Vangelo di Gesù possa trovare ancora oggi carne viva da trasfigurare. Nella consapevolezza che se questo sforzo non verrà fatto da noi a monte, sarà compiuto con meno sforzo da altri a valle: se la dottrina rimarrà qualcosa di distante dalle possibilità concrete della vita, semplicemente si sceglierà di fare a meno di parte di essa o, peggio, dell’intera prospettiva cristiana. A occhio e croce è esattamente quello che sta diffusamente accadendo.

Cosa insegna il matrimonio celebrato dal Papa in aereo?

Se avevamo ancora bisogno della dimostrazione lampante della profonda distanza che c’è tra la pastorale delle nostre parrocchie e l’idea di pastorale “in uscita” di Papa Francesco e di Evangelii Gaudium, il matrimonio “improvvisato” che il Papa ha celebrato in aereo, di ritorno dal Cile, tra una hostess e uno steward non lascia dubbi. A fronte dei nostri corsi prematrimoniali fatti di dieci incontri in sei mesi con frequenza obbligatoria dell’80%, valevoli per un massimo di due anni, altrimenti vanno rifatti, con produzione di un certificato che attesta la frequenza, indispensabile per accedere al sacramento (in alcuni casi non basta nemmeno l’attestato di un qualsiasi corso: serve esclusivamente quello tenuto dal proprio parroco!)… a fronte della nostra obbligatorietà e burocrazia il Papa incontra una coppia che desidera il matrimonio cristiano in aereo e li sposa seduta stante. Continua a leggere “Cosa insegna il matrimonio celebrato dal Papa in aereo?”

Caro Bennato ti scrivo… sul matrimonio e i colori

Caro Edoardo Bennato, mi presento, sono un tuo grandissimo fan. Lo sono da quando, a diciott’anni, una mia amica mi regalò un tuo disco e mi innamorai della tua musica e delle tue parole. Come ogni volta, quando ho saputo che era uscito il tuo nuovo album, sono corso a comprarlo, e come sempre non mi hai deluso!

Di questo tuo disco mi ha fatto molto riflettere la canzone “Povero amore”. Tanto che ho deciso di scriverti. Parla di un amore perso, un amore rimandato, un amore che si confonde e non riesce a fiorire. Un amore che si smarrisce – così canti – “nelle gallerie dei ricordi, nelle agenzie di fidanzamenti, nelle liste d’attesa dei sentimenti”, ed ancora “nei rimpianti, nelle frasi dette troppo tardi, nelle convenzioni dei conventi, nelle associazioni dei cuori infranti…”. Ma è un passaggio in particolare ad avermi colpito, quando parli di un amore che si perde “nelle sartorie di tutti gli abiti da sposa, in quel bianco che va bene su qualunque cosa, in quel bianco che va bene, copre ogni colore, e a volte copre anche l’amore”.

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