Caro Edoardo Bennato, mi presento, sono un tuo grandissimo fan. Lo sono da quando, a diciott’anni, una mia amica mi regalò un tuo disco e mi innamorai della tua musica e delle tue parole. Come ogni volta, quando ho saputo che era uscito il tuo nuovo album, sono corso a comprarlo, e come sempre non mi hai deluso!

Di questo tuo disco mi ha fatto molto riflettere la canzone “Povero amore”. Tanto che ho deciso di scriverti. Parla di un amore perso, un amore rimandato, un amore che si confonde e non riesce a fiorire. Un amore che si smarrisce – così canti – “nelle gallerie dei ricordi, nelle agenzie di fidanzamenti, nelle liste d’attesa dei sentimenti”, ed ancora “nei rimpianti, nelle frasi dette troppo tardi, nelle convenzioni dei conventi, nelle associazioni dei cuori infranti…”. Ma è un passaggio in particolare ad avermi colpito, quando parli di un amore che si perde “nelle sartorie di tutti gli abiti da sposa, in quel bianco che va bene su qualunque cosa, in quel bianco che va bene, copre ogni colore, e a volte copre anche l’amore”.

È questa metafora dei colori applicata al matrimonio ad avermi pungolato. Sì, perché mi sono sposato pochi mesi fa e, per l’occasione, ho scritto un breve racconto che utilizza proprio la stessa metafora; solo al contrario. Tu descrivi il matrimonio come un bianco che va bene su tutto, che copre tutto; omologa tutto in un qualcosa di fissato, facendo venir meno ogni vitalità, ogni originalità, ogni entusiasmo. Nel mio racconto scrivevo invece di un mondo grigio, che ha perduto il suo colore, ma che l’amore di due giovani, ricevuto dal “Signore dei colori” e donato reciprocamente uno all’altro per sempre, riesce nuovamente a colorare.

È evidente che sul matrimonio la pensiamo in modo diverso. Non mi stupisce la cosa, la mia idea è decisamente meno popolare della tua. L’ho toccato con mano nei mesi precedenti alle mie nozze quando mi sentivo ripetere da più parti frasi del tipo: “è finita la pacchia…”, “chi te lo fa fare?”, “se ti sposi sei proprio un…”. Perfino guardando i Simpson una volta mi sono sentito dire da Homer che “il matrimonio è una bara e ogni figlio un chiodo in più”.

Eppure io rimango della mia idea. Certo, è l’idea di un giovane sposato da qualche mese, per cui, forse, sarebbe più giusto definirla una speranza, un’aspettativa; di certo è il sogno che mi ha portato a questa scelta, tutto da comprovare chiaramente, ma sei stato tu più di chiunque altro, caro Bennato, ad insegnarmi con le tue canzoni a credere nei sogni.

Io non credo che il matrimonio sia il luogo dove l’amore si perde in un quotidiano piatto e senza colori. Certo, può succedere che diventi questo, ma è una sua possibile deriva e non è saggio giudicare qualcosa sulla base del suo possibile deterioramento, sarebbe come giudicare la bontà di un cibo dal sapore che ha una volta scaduto.

Mi sono sposato perché nel matrimonio cristiano ho visto la strada per realizzare il sogno di amare la persona di cui sono innamorato per sempre. È in definitiva il sogno di ogni grande amore, il sogno che conclude ogni fiaba. Certo, quel “vissero per sempre felici e contenti” è un sogno da bambini, ma è il “felici e contenti” la parte infantile, non il “per sempre”. Io sogno un amore che non si fermi davanti alle difficoltà di ogni giorno, né di fronte ai grandi ostacoli della vita. So bene che arriverà il momento in cui non avrò più le farfalle nello stomaco ogni volta che incrocerò gli occhi di mia moglie, ma io non voglio amare quelle farfalle, voglio amare lei. E la voglio amare non solo oggi, che tutto sommato la vita fila via abbastanza liscia, ma anche domani, quando ci saranno dubbi e difficoltà. Esserci promessi amore per sempre significa desiderare che le fatiche che incontreremo non sbiadiscano il nostro amore, ma siano invece l’occasione per tingerlo di nuove inedite sfumature. E così le gioie: chissà quali incredibili tonalità assumerà la nostra vita il giorno in cui ci abbracceremo contemplando quel bimbo che ci diranno essere nostro figlio.

Certo, è un sogno. Fragile ed esposto alle intemperie, come tutti i sogni. E, già lo sappiamo, con le sole nostre forze, salvo fortunatissime circostanze, è senz’altro un sogno irrealizzabile. Per questo abbiamo detto sì al matrimonio cristiano, dove la promessa di un amore per sempre non è solo tra me e mia moglie, è di Dio insieme con noi e per noi, nella Chiesa. Lui, roccia solida che si offre a fare da fondamento al nostro sogno fragile; Lui, il Signore dei colori, che promette di tingere di bellezza ogni nostro giorno, perché la nostra vita insieme non sbiadisca. Questo non ci mette al riparo dalla nostra debolezza e dalle tempeste della vita, ma ci dà la forza di credere che realizzare il nostro sogno non sia impossibile.

Ecco, io penso così del matrimonio e te lo volevo dire dopo aver ascoltato la tua comunque davvero bellissima canzone. E volevo anche dirti che capisco bene il motivo per cui c’è tanta diffidenza verso il matrimonio cristiano, perché la tua immagine di un bianco anonimo e senza amore esprime alla grande ciò che del matrimonio si pensa comunemente. Non è solo l’esperienza evidente di tanti matrimoni “senza colori”, ma è l’aver da parte nostra rischiato di rinchiudere il matrimonio entro determinati schemi prestabiliti che appaiono come un’imposizione piatta a cui tutti dovrebbero sottostare; simili alle finestre del Pirellone accese a formare la scritta “Family day”: tutte di un unico colore smorto che guardano dall’alto in basso chi sta sotto. Preoccupati di difenderci abbiamo lasciato la metafora dei colori ad altri contesti, ad altre esperienze: la piazza del popolo arcobaleno, ad esempio. E il matrimonio cristiano rischia di apparire davvero un manto ideologico che copre tutto.

Non è così, te lo assicuro. O, per lo meno, non è così il mio sogno e il mio presente. Se ci sarà occasione alla fine della corsa ti farò sapere come è andata. Tu nel frattempo continua a cantare di avere fiducia nei sogni, mi è di grande aiuto.

Articolo publicato su Vinonuovo.it