“Cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?”

“Non capisco cosa ci stia ancora a fare la Chiesa nel 2023!”.

È la frase provocatoria che mi sono sentito rivolgere da un mio studente qualche tempo fa (in una forma leggermente più colorita di quella che ho riportato). Lì per lì me la sono cavata con la solita spataffiata sull’“annunciare il Vangelo in ogni tempo”, “permettere l’incontro con Cristo” e altre possibili variazioni sul tema. Una volta però vinta la tentazione di liquidarla semplicemente come esempio di pensiero iperbolico adolescenziale, la provocazione mi è rimasta dentro. E ripensandoci, mi sono reso conto che l’accento non era posto tanto sul ruolo della Chiesa in generale, quanto sul valore, sulla significatività e sensatezza della sua presenza nel contesto odierno. Per come era espressa, potrebbe essere riformulata più o meno così: cos’ha da dire la Chiesa di interessante, significativo e utile per il mondo oggi?

Mi è tornata in mente questa domanda leggendo, qualche giorno fa, il messaggio di Mons. Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, in occasione della festa della Madonna di Siponto. Al termine della processione che ha portato la statua di Maria per le vie dalla città, ha pronunciato un discorso che proporrei integralmente in risposta al mio studente, se nel frattempo non si fosse ormai senza dubbio disinteressato della questione.

Ciò che emerge dall’intervento di Mons. Moscone è esattamente il tentativo di indicare un modo di vivere la fede e di essere Chiesa nel qui e ora della storia, incentrato su ciò che la fede e la Chiesa hanno da dire di fecondo per l’oggi. Vale la pena ripercorrerlo, perché troppo spesso, come Chiesa, ci preoccupiamo di fare, senza chiederci se quello che proponiamo sia fecondo, se tocchi davvero qualcosa nella vita concreta delle donne e degli uomini che intercettiamo; accontentandoci molte volte di replicare senza patemi quello che si è sempre fatto, che di questi tempi è già difficile così!

Sono tre le attenzioni che Mons. Moscone suggerisce per edificare una comunità cristiana capace di “sognare una città e Chiesa nuova che generino vita, speranza, futuro”.

– Anzitutto una Chiesa che scelga di portare avanti quello che la tradizione le consegna – nel caso specifico, la festa della Madonna di Siponto – non “a prescindere” (non va bene tutto!), ma a determinate condizioni. “La festa è buona e vera, se…” è il ritornello che scandisce la prima parte del discorso: se rafforza le relazioni, se sa essere occasione per muovere le coscienze, stimolare progetti per la città e la Chiesa, aumentare la responsabilità di ciascuno nel sentirsi tutti cittadini di una sola città, per il bene comune, la legalità… se permette ai cristiani di annunciare il Vangelo e testimoniare la “possibilità di vivere qui e ora le beatitudini”. Niente male come programma per una festa patronale!

– In secondo luogo, una Chiesa che, sull’esempio di “Maria donna del silenzio e dell’ascolto” – come amava definirla don Tonino Bello – sa fare spazio alla parola dell’altro “sia se a parlare è Dio o l’uomo, la trascendenza o la storia”. Una Chiesa capace di riconoscere che “senza ascolto non vi è né scienza, né fede, né autentica vita sociale, non vi è vera democrazia, non si sviluppa la cittadinanza attiva, ma solo delega o indifferenza reciproca”. L’ascolto quindi come atteggiamento ecclesiale primario, a partire dal quale, e non senza il quale, scaturisce tutto il resto.

– Da ultimo, una Chiesa capace di cogliere profeticamente, nella concretezza delle vicende della storia, la voce di Dio a difesa degli ultimi, contro ogni forma di ingiustizia, di sfruttamento, di squilibrio economico, sociale, ambientale. Ma non tramite esortazioni generiche e politicamente corrette, valide ovunque per tutti e quindi rivolte sempre a qualcun altro; soffermando invece lo sguardo sui volti, i nomi, i luoghi, i singoli eventi che hanno segnato la comunità nella sua concretezza. Mons. Moscone non parla genericamente dei poveri, dei migranti, degli scartati: parla di Ibrahim e Queen, di Stefan e Daniel; non accenna banalmente ai “diritti dei lavoratori”, parla concretamente di Caporalato, del 48% di disoccupazione giovanile, delle imprese che chiudono al sud per trasferirsi al nord… Prende sul serio cioè la sfida di guardare con gli occhi del Vangelo la vita vera del popolo a lui affidato, le vicende reali del suo territorio, affinché questo sguardo, ricco di parresia, diventi seme fecondo per un futuro costruito su modello del Regno.

In molti hanno messo in luce come il discorso di Mons. Moscone, pur pronunciato al termine di un momento di preghiera, appaia molto più politico che spirituale, molto più storico che trascendente. Che ci azzecca una processione religiosa con tematiche come il lavoro, la sostenibilità, la legalità? La percezione di trovarci di fronte a una dissonanza però è sintomo di un modo di pensare che evidentemente scinde fede e vita, Vangelo e storia: una fede che in definitiva non interpella l’uomo e il suo agire, ma piuttosto si limita a chiedere a Dio di agire.

Per immaginare una Chiesa feconda e significativa per l’oggi è necessario invece ribaltare lo schema: intendere la fede come ciò che plasma e purifica il pensare e l’agire dell’uomo; vivere il momento della preghiera – la processione – non per implorare l’intervento divino, ma per mettersi in ascolto e lasciarsi orientare il cuore e la mente dallo sguardo d’amore di Dio che lì è possibile (deve essere possibile!) incontrare; cosicché il nostro agire di ogni giorno diventi agire di Dio nella storia.

Ecco, al mio studente oggi risponderei che è questo il motivo per cui, nel 2023, la Chiesa c’è ancora.

Aiuto! Non so più per cosa devo pregare!

Lo ammetto, ho un problema, non ci dormo la notte e non so come uscirne.

Tutto è iniziato verso la fine di aprile, quando si è diffusa la voce che il Papa avrebbe proposto nel mese di maggio la maratona di preghiera per la fine della pandemia. Lì per lì non ci ho dato molta importanza, il Papa chiede di pregare per un sacco di cose per cui in definitiva una vale l’altra. Poi però è arrivato il fatidico primo maggio e sono iniziati i problemi. No, Fedez non c’entra, è che, da buon cristiano mi sono messo devotamente anch’io a snocciolare la corona e…

Lo so, probabilmente a voi sembreranno questioni di poco conto, cosucce da niente, e sì, certo, se il Papa dice una cosa lo si asseconda senza discutere, come ci insegnano da sempre a fare i più tradizionalis… vabbè, ce lo insegnavano per lo meno. Ma io sono un po’ contorto, mi sorgono dubbi, domande, probabilmente inopportune… A metà della prima decina – era di sabato, misteri gaudiosi – inaspettate come Gabriele in casa di Maria, prendono forma nella mia mente queste poche pungenti parole: per cosa sto pregando?

Certo, il titolo della locandina del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione è chiarissimo: “Recita del rosario per invocare la fine della pandemia e la ripresa delle attività sociali e lavorative”. Ma, mi dicevo, davvero Dio ha bisogno della mia preghiera per cacciar via il virus e ristabilire lo status quo? Cos’è, distratto, addormentato, che non ci pensa lui sua sponte? Mi figurai Dio seduto sul trono della sua gloria, circondato dagli Angeli e dai Santi, che dormiva. Accanto aveva un campanello, collegato a un immenso vaso. Le preghiere di tutte le persone del mondo erano gocce che riempivano il vaso e il campanello sarebbe suonato a svegliare Dio solo quando il vaso si fosse completamente riempito. È così che funzionava? Più ci pensavo più mi sembrava inverosimile, ma non trovando una risposta alternativa feci di tutto per scacciare i miei dubbi e continuare il mio rosario in ossequio al dettame papale.

L’altro giorno però tutti i miei sforzi furono di botto vanificati! Apro il sito di Famiglia Cristiana e leggo il titolo di un’intervista a Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio di cui sopra, che recitava, testuale: “Preghiera, non magia”.

Ora, capiamoci, io non ho mai pensato che il Papa ci chiedesse di pregare per ottenere una magia. Tutt’al più per chiedere, chessò… un miracolo… che Dio cioè intervenga a sistemare le cose, come ha fatto, ad esempio, il 13 maggio di quarant’anni fa salvando Giovanni Paolo II dall’attentato (è sbagliata questa idea?). Che differenza ci sia tra un miracolo e una magia francamente, non essendo un teologo, farei fatica a spiegarlo, ma senz’altro dev’esserci altrimenti si chiamerebbero allo stesso modo. In ogni caso, quell’intervista ha soffiato sul fuoco dei miei dubbi: il Papa ci chiede di pregare affinché Dio faccia finire la pandemia o per qualcos’altro?

Il resto dell’intervista, sarò io, ma non mi è stato di aiuto, anzi se possibile mi ha mandato ancora più in confusione. Si parla della preghiera come “esigenza profonda di spiritualità che è nel cuore di ogni persona” – e d’accordo, ci mancherebbe – come “grido d’amore che va verso Dio” e anche qui nulla da dire; ma tutto questo, se la preghiera non è fine a sé stessa (cosa che escludo), per chiedere cosa?

Verso la fine, mi è parso di capire, si accenna a una risposta, quando SER (Sua Eccellenza Reverendissima n.d.r.) afferma: “si prega per un’intenzione particolare: per l’umanità ferita, per i defunti, per coloro che non hanno potuto salutare i cari, per i contagiati, per le donne che attendono un bambino, per quelle che hanno subito violenza, per gli imprenditori, i lavoratori, gli insegnanti. L’idea di fondo è che dove c’è una situazione di dolore c’è anche il desiderio di chiedere la forza per venirne fuori e, nonostante tutto, riprendere la vita e recuperare il tempo perduto”. Intende dire che pregare per la fine della pandemia non significa chiedere a Dio di farla finire, ma domandare la forza di ripartire per le donne e gli uomini toccati da essa? Non so se ho capito…

In ogni caso alla fine ci ho rinunciato. Sono andato avanti a recitare il rosario ogni giorno pregandone metà perché la pandemia finisca e metà perché Dio dia forza alle persone, consapevole che così facendo però le gocce della mia preghiera sarebbero finite in due diversi vasi al cospetto di Dio, comportando con ciò un inevitabile ritardo per entrambe le intenzioni…

Se qualcuno di voi avesse una risposta da darmi gliene sarei sinceramente grato! Anche perché negli ultimi giorni si è fatta strada in me una paura che, se corrispondesse al vero, sarebbe piuttosto preoccupante: non è che metà dei cristiani crede in un Dio che, se pregato a dovere e comunque per motivazioni sue imperscrutabili, interviene nella storia a sistemare le cose, mentre l’altra metà crede che Dio agisca sì nella storia, ma facendosi presente nel cuore delle donne e degli uomini che con la preghiera si mettono in ascolto della sua Parola e traggono la forza per essere loro presenza di Dio nel mondo? Non è che, consapevoli di questo, i Reverendi Monsignori giochino a dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, nel tentativo di tenere insieme capra e cavoli?

Ma cosa mi viene mai in mente?! Scusate, è senz’altro tutto frutto della mia immaginazione!

Stai entrando in Chiesa… si prega di accendere il cellulare!

Mi capita spesso, passando in Chiesa per qualche minuto di preghiera durante la giornata, di tirar fuori il cellulare dalla tasca e usarlo per cercare il Vangelo del giorno, o per pregare con un Salmo. E non raramente a questo mio gesto ho intravisto occhiate di disappunto più o meno esplicite da parte di chi avevo intorno. È anche successo che qualcuno, vedendomi con lo smartphone in mano, si sia sentito in dovere di intervenire, ricordandomi che, come recitano i cartelli all’ingresso divenuti ormai virali anche sul web, “il Signore parla in molti modi, ma di sicuro non chiama al cellulare”. Continua a leggere “Stai entrando in Chiesa… si prega di accendere il cellulare!”

#PrayforParis: ma pregare è ancora possibile?

#PrayforParis è uno degli hashtag con i quali in tantissimi abbiamo immediatamente reagito alla violenza di Parigi. Anche io non ho avuto difficoltà a twittatare e postare così. I problemi sono arrivati dopo. Quando ho dovuto mettere in pratica quell’hashtag. Sì, perché più che di pregare mi veniva voglia di urlare. Urlare di rabbia, urlare l’incredulità e lo sgomento, scrivere post di fuoco, prendermela con qualcuno… Ma ormai avevo twittato e mi sono imposto coerenza. Mi sono raccolto in silenzio e ci ho provato.

In quel silenzio pregare mi pareva un’assurdità, qualcosa di non più possibile Continua a leggere “#PrayforParis: ma pregare è ancora possibile?”