Mi capita spesso, passando in Chiesa per qualche minuto di preghiera durante la giornata, di tirar fuori il cellulare dalla tasca e usarlo per cercare il Vangelo del giorno, o per pregare con un Salmo. E non raramente a questo mio gesto ho intravisto occhiate di disappunto più o meno esplicite da parte di chi avevo intorno. È anche successo che qualcuno, vedendomi con lo smartphone in mano, si sia sentito in dovere di intervenire, ricordandomi che, come recitano i cartelli all’ingresso divenuti ormai virali anche sul web, “il Signore parla in molti modi, ma di sicuro non chiama al cellulare”.

D’altronde, lo vedo anche in parrocchia e a catechismo: “non usare il cellulare in Chiesa” ha rapidamente scalato la classifica dei comandamenti da insegnare ai ragazzi; non è ancora al livello di “non dire le parolacce” e “non dire le bugie”, ma ha già da tempo scavalcato, in ordine di gravità, “non chiacchierare durante la messa”.

Certo, i telefoni che squillano durante le celebrazioni – normalmente quelli degli adulti, i ragazzi sono attentissimi a mettere il silenzioso, sono abituati a scuola – sono fastidiosi e inopportuni. Ma con ciò credo sia importante, anche quando si parla di cellulari, imparare a non fare di tutta l’erba un fascio e andare oltre quei pregiudizi che ci impediscono di cogliere un nesso possibile tra l’utilizzo dello smartphone e la preghiera, la fede.

Il primo ad andare oltre questo preconcetto è stato Papa Francesco parlando agli adolescenti al Giubileo dei ragazzi. Nei suoi interventi ha infatti utilizzato metafore quali “la vostra felicità… non è un app” e “se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo”: si coglie il desiderio del papa di parlare ai ragazzi “nella loro lingua”, attraverso cioè il linguaggio che è loro proprio, entrando nel mondo in cui vivono, il quale, ci piaccia o no, trova nel cellulare un componente imprescindibile.

Quando si parla di ragazzi e adolescenti da parte del mondo adulto c’è normalmente un pregiudizio molto forte rispetto all’utilizzo dei telefonini. Ci sentiamo buoni educatori giudicando negativamente questa loro dipendenza e togliendo loro il cellulare dalle mani per invitarli a dedicarsi ad altro. Non sto negando che i nostri ragazzi spesso (non sempre!) vivano una sottomissione rispetto agli strumenti tecnologici, né che se la vita di un adolescente dovesse iniziare e finire nel suo smartphone ci sarebbe senz’altro qualcosa che non funziona. Ma non basta il giudizio negativo per risolvere la questione, non basta tollerare il cellulare nel tempo libero e ribadire che le cose serie stanno da un’altra parte. I cellulari sono ormai parte del vissuto dei nostri ragazzi, del loro modo di comunicare, di guardare il mondo, di conoscere e dare senso a quello che vivono. Serve allora non rimuovere questa dimensione ma entrarci dentro e cogliere le potenzialità di questi strumenti in ordine, ad esempio, ad un vissuto di fede. Una fede che non c’entra nulla con il telefonino è una fede che taglia fuori un aspetto che è ormai parte integrante della vita di un adolescente, dunque è una fede incapace di rivolgersi alla globalità della loro esperienza di vita, una fede monca.

A ben vedere sono tantissime le possibilità che gli smartphone possono offrire per favorire un vissuto di fede. Se penso a tanti santi innamorati della Parola di Dio, avrebbero fatto i salti di gioia se avessero potuto accedere in qualsiasi momento, con un tap, all’intero testo biblico: con i cellulari è possibile con svariate app dedicate e gratuite. È possibile pregare la liturgia delle ore, trovare facilmente un commento al Vangelo del giorno o riascoltare una parola del papa. Ma è possibile anche trovare stimoli e modalità per pregare in una forma nuova: mi raccontava un giovane che ogni giorno gli arriva sul telefonino la notifica di Facebook che gli ricorda i compleanni dei suoi amici e come questo diventi per lui l’occasione di rivolgere una preghiera per loro. Un altro ha scaricato un’app che consente di visualizzare un piccolo testo sulla home del telefonino, e quotidianamente vi riporta un versetto del Vangelo del giorno, cosicché ogni volta che guarda il cellulare torna sulla Parola ascoltata: forma attuale di quella ruminatio tipica della tradizione monastica. Senza contare poi le tantissime possibilità di esprimere con creatività (immagini, video, musica) e condividere il proprio vissuto di fede, una fede che anche nel quotidiano può così essere vissuta non da soli ma insieme.

Davvero il cellulare può diventare alleato di un vissuto di fede e di preghiera! Certo però serve liberarci dei nostri pregiudizi, provare a pensare che un giovane col cellulare in Chiesa possa non essere un irrispettoso da rimproverare, ammettere che possono esserci forme di preghiera diverse da quelle alle quali siamo abituati e avere l’umiltà di riconoscere che per proporre vissuti di fede realmente attuali dobbiamo imparare e abitare i linguaggi di oggi.

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it