Una Messa imprevista, e Dio era racchiuso in un sorriso…

Con l’Epifania si conclude il periodo delle feste e ci si predispone a tornare alla routine quotidiana. Prima di chiudere alberi e presepi negli scatoloni vorrei però rivolgere un ultimo sguardo al dono che questo Natale mi ha consegnato, per aiutare, anzitutto me stesso, a non abbandonarlo troppo in fretta nel cassetto di ciò che ormai appartiene al passato, ma provare a farlo diventare fecondo nella vita di ogni giorno.

Con la mia famiglia, quest’anno, abbiamo trascorso il Natale in montagna. La vigilia l’idea era andare alla Messa di mezzanotte nella chiesa del paese, ma una forte nevicata ha reso impraticabili le strade fino al pomeriggio del giorno successivo. In parrocchia non erano previste celebrazioni serali. Abbiamo cercato online ed è saltata fuori una Messa alle ore 20.00 della sera di Natale in un paesino poco distante, dove non eravamo mai stati.

Stanchi per la giornata ormai al termine, ci siamo messi in viaggio, e dopo mezz’ora di macchina, infreddoliti per il vento e la neve, abbiamo varcato la porta della chiesina. Sarà stato il contrasto fra il freddo fuori e il tepore dentro la chiesa, fatto sta che una sensazione di calore e accoglienza ci ha subito pervaso. All’interno poche file di panche e il tipico altare di legno dorato delle chiese di montagna. Al centro, ad accoglierci, un grande Gesù bambino con le braccia spalancate. Poi è iniziata la celebrazione. E siamo rimasti incantati.

Un piccolo coro, semplice ma curato, cantava a più voci, accompagnato da un organetto, i tipici canti della tradizione di Natale. Il prete, più volte, durante la celebrazione, alzava lo sguardo, e sorrideva… guardando verso il coro o verso i bambini, che all’inizio della Messa non c’era modo di tenere fermi e alla fine non riuscivano a tenere gli occhi aperti per la stanchezza. Un’omelia semplice, a ricordare, senza filosofia e retorica, che il Natale è riconoscere Dio in un bambino. E poi, come sempre ma, se possibile, più consistente del solito, il pane spezzato, il calice alzato, corpo e sangue di quel neonato divenuto il crocifisso, offerta che, nella fragranza di un’ostia, qui, oggi, ci raggiunge e nutre.

Un profumo di vin brulé ci ha accompagnato all’uscita. Un parrocchiano vestito da Babbo Natale, con un’asina visibilmente incinta, distribuiva a tutti i bambini piccoli sacchetti trasparenti, preparati con cura, contenenti caramelle, noccioline e mandarini. Le signore che offrivano the e panettone sorridevano con una gioia genuina, a noi, che eravamo lì per caso, estranei a quella comunità, facendoci sentire accolti in un modo del tutto gratuito e inatteso.

Sono tornato a casa con la percezione chiara, epidermica, di aver fatto esperienza di qualcosa di grande, nella sua più assoluta semplicità. Qualcosa di autentico, di vero, di profondamente umano. Una bellezza umile e silenziosa, capace di scaldare e illuminare l’anima. E da frequentatore della teologia quale sono, abituato ad analisi, interpretazioni, riflessioni, mi sono chiesto se il problema della Chiesa e dei cristiani oggi non sia forse quello di aver troppe volte trasformato la fede in qualcosa su cui discutere e ragionare; trascurando di incarnarla, ogni giorno, nella semplicità di un sorriso, nella spontaneità di un gesto che accoglie e fa sentire a casa; bellezza genuina e silenziosa che diventa dono prezioso per chi la incontra. E mi sono detto che forse, se le nostre comunità cristiane fossero semplicemente luoghi in cui, nella gratuità, si sorride, si accoglie, si canta; se il nostro parlare di Dio si limitasse a indicarlo in un bambino appena nato, in un pane spezzato, in un uomo sofferente; senza pretese, senza coprire queste evidenze semplici e concrete di attributi teologici, economie salvifiche e attese escatologiche; forse allora, davvero, i cristiani sarebbero ancora un dono per l’umanità oggi.

Articolo pubblicato su VinoNuovo.it

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