Il problema è Benigni o l’eros?

Premessa importante per tranquillizzare tutti: il monologo di Benigni sul Cantico dei Cantici non mi è piacito. Così come personalmente apprezzo molto poco tutto ciò che compare sotto i riflettori di Sanremo: un evento che raccatta qua e là indiscriminatamente un po’ di tutto, ci mette su una bella patina brillante e politically correct e se ne serve per fare audience.

Mi sono però divertito – e un po’ sconfortato – a leggere in questi giorni i vari commenti di provenienza per lo più cattolica, alla presentazione del Cantico da parte di Benigni. Per un momento mi sono sentito catapultato indietro di un paio di mesi, al 18 dicembre per la precisione, quando è uscito l’ultimo film di Star Wars e si sono scatenati i commenti incrociati del fandom: gli entusiasti commossi fino alle lacrime contro i delusi arrabbiati invocanti vendetta.

Mi ha fatto riflettere questa chiamata alle armi dei cattolici a difesa o all’attacco di Benigni. Se è vero che la lingua batte dove il dente duole questa vicenda conferma quello che dal mio punto di vista era peraltro già piuttosto evidente: con l’eros come Chiesa abbiamo un problema. È stato sufficiente a Sanremo accostare la parola Bibbia con la parola eros che siamo saltati su come un Jedi nerd davanti alla risurrezione di Palpatine.

Non serviva certo questa vicenda per dimostrare la fatica che facciamo a parlare dell’eros nel discorso cristiano. Credo sia il punto su cui la divaricazione tra la dottrina e la prassi dei credenti sia in assoluto più marcata, segno anche questo che un problema c’è davvero, e non è solo un problema educativo ma di sostanza.

Quando c’è un problema il primo fondamentale passo è riconoscerlo e non negarlo, il secondo è provare ad affrontarlo. Mi sento di dire che in questo momento nella Chiesa entrambi i passi siano ancora da compiere. È ancora troppo difficile provare a dire una parola in un senso o nell’altro su questo tema – è molto più facile prendersela con Benigni! -, vi è una polarizzazione esasperata che non consente un dialogo, un discernimento. Eppure è quanto mai necessario avviarlo questo discernimento, perché avere un problema sull’eros non è zoppicare su un aspetto di poco conto, ma su uno dei cardini dell’esperienza umana e quindi cristiana. Le giovani generazioni non sono più disposte a tentennamenti su questo tema, il rischio di apparire poco credibili è enormemente alto. Per questo mi chiedo: quando sarà possibile abbandonare le contrapposizioni, porci di fronte alla realtà e insieme riflettere su cosa lo Spirito – che è novità d’amore – ci suggerisce?

Una messa di Natale “alternativa”

Vigilia di Natale. Con mia moglie decidiamo di andare alla messa per i bambini che la nostra parrocchia propone alle 20.30, portando nostro figlio Mattia, di un anno e mezzo. La messa di mezzanotte ho idea che per un bel po’ resterà per me un miraggio, se ne riparlerà tra cinque o sei anni, spero, sempre se esisterà ancora la messa di mezzanotte: da quando hanno introdotto quella alle 20.30 la gente si riversa in questa e a mezzanotte la Chiesa è sempre più vuota.

Sono un po’ scettico a portare a messa Mattia conoscendo la sua indole di urlatore seriale, soprattutto se si pretende di lasciarlo più di dieci minuti nel passeggino. Inizialmente non mi preoccupo più di tanto: la Chiesa è stipata di bambini urlanti che trotterellano qua e là. Non ho ancora deciso se sia una cosa bella a messa dare libero sfogo all’irrequietezza dei più piccoli o se sia più un disturbo a chi vorrebbe seguire la celebrazione in santa pace.

Fino al Gloria tutto bene. Quando partono i canti Mattia ascolta tutto contento seguendo il ritmo con la manina. Alla prima lettura dobbiamo tirare fuori i libretti che sapientemente mia moglie ha portato, ma prima del Vangelo il suo interesse per “impariamo i colori e le forme” è già svanito. Una attimo di tregua quando parte l’Alleluia, che dura giusto il tempo della lettura del Vangelo. Ma quando attacca l’omelia inizia la tragedia!! Le proviamo tutte ma non c’è verso. Le urla diventano eccessive anche in mezzo alla confusione degli altri bambini. Faccio un cenno a mia moglie, prendo il passeggino e esco dalla Chiesa con Mattia, rassegnato all’idea di svegliarmi prima la mattina di Natale per tornare a messa.

Mi incammino col passeggino per le vie del centro. Mattia indica col ditino ogni decorazione luminosa e ci fermiamo davanti ad ognuna a contemplarla. Fa un po’ freddo ma la mamma, previdente, ha portato non una ma ben due copertine per coprire il passeggino. Proseguiamo il nostro giro e mi si spalanca un mondo: il mondo di ciò che succede fuori dalla messa di Natale.

Il pub poco distante dalla Chiesa è stipato di gente che chiacchiera allegramente coi drink in mano. “Chissà se sanno che è Natale” mi viene da pensare. La pizzeria d’asporto lì di fronte sta ancora sfornando pizze a manetta. C’è un via vai di persone che entrano ed escono coi loro cartoni e il ragazzo che le consegna col motorino l’avremo visto andare e tornare una decina di volte. Poco più avanti c’è un bell’albero di Natale che tutti gli anni predispongono in fondo alla via del centro, colorato dai bambini delle scuole: quest’anno il tema è “come rendere migliore il mondo”, e appesi ci sono tutti i desideri e gli impegni più piccoli. Mentre Mattia si ferma a guardarlo incantato due commesse del supermercato lì vicino stanno tirando finalmente giù le serrande e le sento che parlano tra loro. “Giornata infernale oggi, per fortuna che è finita”. “Beata te che domani sei a casa, io alle sette sono ancora qui che la gente vuole il pane fresco” “Io sarò qui a Santo Stefano, ma per fortuna di solito ci sono meno persone”.

Proseguiamo il nostro giro fino alla stazione. In sala d’attesa ci sono una decina di persone visibilmente scocciate. Il treno delle 20.41 è in ritardo di 50 minuti e qualche imprecazione non proprio natalizia si innalza inesorabile. Ci avviciniamo al binario e arriva finalmente il treno. Mattia raggiante lo indica col ditino, l’unico sorriso in mezzo a facce stanche e arrabbiate.

Mentre il treno riparte mi fermo a pensare. È Natale. È Natale anche per loro. Gesù nasce anche per loro. Chissà se lo sanno… E mi immagino la scena: gli angeli che squarciano il cielo e vanno dalla gente al pub, dal ragazzo delle pizze, dalle commesse del supermercato, dalle persone sul treno, e gridano “vi annuncio una grande gioia…”. Quanto c’è bisogno di questo annuncio! Cosa possiamo fare perché questo annuncio risuoni non solo nelle nostre Chiese, ma soprattutto lì dove ce n’è più bisogno? Penso alla Chiesa stipata e mi immagino che al termine della messa la gente esca e vada a portare l’annuncio per le vie della città, a tutte le persone che non hanno la fortuna di poter celebrare la messa la notte di Natale, a quegli uomini e quelle donne per cui Natale è solo lavoro in più, o solo divertimento stanco, o solo un giorno uguale a tanti altri, forse un po’ più triste…

Sto ancora immaginando i bambini che corrono ad abbracciare la cassiera, il pizzaiolo e il capostazione, quando mi suona il cellulare. È mia moglie.

“Dove siete? Venite qui! La messa è finita, adesso danno il vin brulé e il panettone”.

Gli adulti secondo Star Wars

Quando uscì Gli ultimi Jedi, ottavo film della saga di Star Wars, scrissi un articolo – I giovani secondo Star Wars – in cui provavo a mettere in luce le caratteristiche dei giovani per come come emergono nell’episodio precedente, Il risveglio della forza. Oggi esce il nono film della saga e, riguardano Gli ultimi Jedi, mi è venuta l’ispirazione per scrivere il sequel di quell’articolo, prendendo in considerazione stavolta il mondo adulto.

“Non sono i giovani il problema, ma gli adulti” è una frase che si sente ripetere spesso. Gli ultimi Jedi sembra confermare esattamente questa affermazione. I giovani protagonisti del film – Rey, Ben, Finn, Rose, Poe – sono coraggiosi, appassionati, determinati a lottare per quello in cui credono. Il problema sono gli adulti che incontrano, che gli sono costantemente di ostacolo. La relazione tra giovani e adulti è complicata, fatta di incomprensioni, tensioni, conflitti e Gli ultimi Jedi sembra scritto proprio per sottolinearlo.

Il primo protagonista adulto che incontriamo è Luke Skywalker, il grande Jedi eroe della trilogia classica. Il risveglio della forza si chiudeva con la bellissima scena in cui la giovane Rey, dopo mille peripezie per scoprire il luogo in cui Luke si era ritirato, lo raggiunge e gli porge la spada laser, implorandolo con gli occhi di tornare a lottare per la pace e la giustizia nella galassia. All’inizio de Gli ultimi Jedi la scena prosegue: Luke prende la spada dalle mani di Rey… e la getta via! Luke non è più l’eroe leggendario protagonista dell’epopea di Star Wars, non è più il maestro saggio che Rey cercava, da cui voleva imparare. È un uomo depresso, deluso, che si nasconde e non ha più voglia di lottare. Un uomo segnato dal fallimento – un suo allievo, Ben Solo, gli si rivoltò contro, distruggendo la sua scuola e abbracciando il Lato Oscuro – un maestro che non crede più in nulla e rinuncia a trasmettere il proprio sapere – anzi, vorrebbe cancellarlo – perché arrabbiato con la vita, con sé stesso e con la stessa religione Jedi di cui è l’ultimo rappresentante. Interessante il rapporto che Luke ha con la sua fede. In un passaggio molto significativo Rey scopre che Luke “si è chiuso alla Forza”, ossia ha rinunciato a vivere la propria fede. Tuttavia Luke si nasconde proprio nell’isola sacra in cui sono custoditi, all’interno di un albero millenario, i sacri testi dei Jedi. C’è questo paradosso in Luke: è il custode dei testi sacri ma non ha più la fede. Situazione paradigmatica, vera purtroppo non sono “in una galassia lontana lontana”.

Rey cerca in tutti i modi di convincere Luke a tornare, ad addestrarla, al punto di arrivare a duellare contro di lui. Ma è tutto inutile. Se ne andrà delusa dall’isola, per tornare a lottare contro il male da sola.

Chi invece la fede ce l’ha ed è abile ad utilizzarla per perseguire i suoi malvagi scopi è il Leader Supremo Snoke, guida del Primo Ordine, maestro del Lato Oscuro della Forza, che sedusse il giovane Ben Solo trasformandolo nel perfido Kylo Ren. È la seconda rappresentazione di adulto che ritroviamo nel film. Un adulto subdolo e manipolatorio, che persegue i propri interessi seducendo ed usando i più giovani per i suoi scopi. È l’immagine dell’adulto centrato su di sé, in cerca di successo e potere, che utilizza i mezzi più sottili e infimi per circuire i più deboli. Non accetta il fallimento, non sopporta la debolezza. Accusa i più giovani per le loro fragilità e incapacità di soddisfare le sue aspettative (non usa le parole “bamboccioni” o “bimbi viziati” ma il senso è quello) senza farsi scrupolo di umiliarli. È quanto accade con Kylo Ren, suo apprendista, reo di non essere stato in grado di portare a compimento i suoi ordini. La reazione del giovane è furibonda, un crescere di rabbia e desiderio di vendetta (sì, è questo che provocano nei giovani certi atteggiamenti degli adulti), di cui Snoke sembra non curarsi, anzi, che pensa di poter sfruttare a suo vantaggio. Ma Snoke ha sbagliato i suoi calcoli. Appare come potente e invincibile, ma si rivelerà un essere accecato dal suo ego. Convinto di poter disporre degli altri a suo piacimento, di avere tutto sotto controllo, verrà ucciso con l’inganno da Kylo Ren e Rey, in una scena epica in cui i due giovani rivali, per una volta, lottano insieme. È forse il colpo di scena più inatteso del film la morte di Snoke. A metà della trilogia viene tolto di scena il principale antagonista della storia. Ci leggo in questa scelta degli sceneggiatori un riferimento al contesto odierno, fatto di uomini forti che passano in pochissimo tempo da un successo clamoroso alla perdita di tutto ciò che avevano costruito, il più delle volte proprio perché commettono l’errore di credersi invincibili.

Una terza rappresentazione del mondo adulto la troviamo nell’enigmatico DJ, un apricodici (un hacker sostanzialmente) che Finn e Rose ingaggiano per poter violare il computer della nave di Snoke e permettere alla Resistenza di fuggire dalla morsa del Primo Ordine. Durante la missione i tre vengono catturati e DJ tradirà Finn e Rose stringendo un accordo col Primo Ordine per ottenere la libertà. DJ è l’immagine dell’adulto indifferente, opportunista, che non si schiera, fa di tutta l’erba un fascio e tiene solo al proprio tornaconto personale: “buoni, cattivi: parole vuote. È tutta una macchina, bello. Vivi libero, non schierarti” è l’insegnamento di vita che DJ regala ai due giovani. Finn non ci sta e dopo il tradimento si scaglia contro di lui con parole di fuoco. “Tranquillo, oggi loro fanno saltare te, tu domani loro. Sono solo affari” è la sua risposta. “Ti sbagli” gli ribadisce Finn. “Forse…” chiude DJ, e se ne va.

Non ci sono solo rappresentazioni negative degli adulti nel film, ma le figure positive sono diverse da come siamo abituate a pensarle e ce le aspetteremmo. Hanno una caratteristica in comune: non appaiono eroi. Gli ultimi Jedi sembra suggerire che gli adulti svolgono compiutamente il loro ruolo quando rinunciano a fare gli eroi e scelgono di svolgere il proprio compito per quello che sono.

Bellissima è la figura Leia, – interpretata dalla compianta Carrie Fisher – la Principessa della Ribellione, a capo della Resistenza. Nonostante i suoi trascorsi eroici nel film non fa nulla di eroico, anzi, apparentemente non fa proprio nulla. In una delle prime scene la sua nave subisce un attacco e Leia rimane gravemente ferita e incosciente. Resta in questa condizione per gran parte del film, e quando si risveglia non ha un ruolo attivo nella lotta contro il Primo Ordine. È rappresentata per lo più mentre riflette, pensa – “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” ops… lapsus…- e spera. Leia è donna dalla Speranza incrollabile, ed è questo il suo contributo decisivo alla causa. Ha uno sguardo che va oltre le difficoltà, oltre la tragica fine a cui la Resistenza sembra andare incontro. E contagia chi le è vicino con la forza della sua Speranza. Quanto abbiamo bisogno di adulti così!

Ma emblematica è la figura del Viceammiraglio Amilyn Holdo, chiamata a sostituire Leia alla guida della Resistenza. Appare come una maestrina antipatica e inconcludente, agli occhi dello spettatore e a quelli del giovane Poe Dameron, che vorrebbe prendere in mano la situazione a suo modo: lottando. Holdo predica calma in una situazione disperata – la nave della Resistenza, a corto di carburante, è inseguita dalla flotta del Primo Ordine – e viene da pensare che non abbia minimamente idea di cosa fare. Poe le si oppone in tutti i modi, provando a elaborare un piano per conto suo, mettendo in atto un ammutinamento… Solo alla fine si scoprirà che Holdo persegue un piano efficace, molto più di quello dell’indomito Poe. Solo alla fine ci si rende conto della saggezza e della determinazione di questa donna, che arriverà a dare la vita per permettere alla Resistenza di salvarsi. È l’anonima Holdo a dare una lezione all’aspirante eroe Poe. Una lezione di saggezza, responsabilità ed equilibrio, qualità che mancano al giovane. La Resistenza è salva non grazie a un eroe, ma grazie a una donna che non si cura delle apparenze, è capace di tenere la barra dritta nelle difficoltà e di donare la vita per quello in cui crede.

La necessità di adulti che non siano eroi è espressa emblematicamente anche dalla parabola che Luke Skywalker vive nel corso del film. Dopo la partenza di Rey dall’isola sacra dei Jedi, Luke, sempre più sfiduciato, riceve in visione la visita di Yoda, il maestro che lo aveva addestrato quando era lui ad essere giovane. Yoda viene in soccorso del suo vecchio apprendista dandogli un’ultima grande lezione. Luke è convinto che la sua debolezza, il suo fallimento siano insuperabili. Ragiona ancora da eroe: un eroe non può fallire. Yoda gli svela che il compito di un maestro è trasmettere ciò che ha imparato: “vigore, controllo, ma debolezza, follia, fallimento anche. Sì, fallimento soprattutto! Il più grande maestro il fallimento è”. Queste parole squarciano il vuoto in cui Luke si era rifugiato, fanno crollare l’eroe e risorgere l’uomo e la fede. E il grande Jedi troverà la forza di rialzarsi, di andare in soccorso dei suoi amici, di dare la vita: distrutto dalla fatica ma finalmente in pace, dopo aver contribuito in modo determinante alla sopravvivenza della Resistenza, in una scena stupenda, morirà contemplando un meraviglioso tramonto.

Mi piace inserire una postilla legata al tema della fede: Yoda, compie un gesto che destabilizza Luke nelle sue certezze: con un fulmine incendia l’antico albero dei Jedi e i libri sacri in esso custoditi. Luke, sconcertato, chiede: “quindi è tempo che l’ordine dei Jedi scompaia?” e Yoda risponde: “tempo è che tu guardi oltre una pila di vecchi libri”. Messaggio fortissimo se proviamo a riferirlo alla nostra Chiesa.

Gli ultimi Jedi scandaglia in profondità il mondo adulto, provocandolo alla radice. C’è un mondo adulto depresso, arrogante, indifferente, ma ci sono anche adulti silenziosi, capaci però di sperare, di svolgere in silenzio il proprio compito, di accettare i fallimenti, di dare la vita. Questi sono gli adulti di cui i giovani hanno bisogno. Il modo più bello di pensarsi come adulti lo ritrovo riassunto nell’ultima frase che Yoda consegna Luke: “noi siamo il terreno su cui essi crescono, questo è il vero fardello di tutti i maestri”.

Che senso ha a 18 anni dedicare la vita alla figlia malata?

Cosa può spingere una giovane donna ad accogliere una vita che arriva nel momento meno opportuno? Certo, ci sono implicazioni etiche e morali, ma al di là di ciò che è giusto o non è giusto, di ciò che si deve o non si deve fare – sappiamo che le decisioni spesso vengono prese a partire da altri criteri – cosa può spingere a decidersi per il sì a una vita inattesa? E se quella vita arriva a diciott’anni, se il padre non vuole saperne di fare la sua parte? Se quella vita arriva fragile, debole, segnata dalla malattia, cosa può spingere una giovane donna ad accoglierla?

Questi interrogativi mi ha lasciato l’intervista de Le Iene, andata in onda un paio di settimane fa, a Beatrice, mamma di Micol, nata con la malformazione del gene wwox; una malattia degenerativa che la rende apparentemente assente, incapace di parlare e di camminare, costantemente in preda a crisi epilettiche e respiratorie che rendono necessario attaccarla a un respiratore diverse ore al giorno. Nel mondo solo altri venti bambini soffrono di questa patologia e, a causa della sua rarità, non sono mai state studiate cure apposite.

Il servizio di Veronica Ruggeri vuole dare risalto mediatico a questa vicenda, nella speranza che qualche medico possa decidersi a prendersi a cuore Micol studiando una cura specifica, come è avvenuto per Mila Makovec a Boston, dove per la prima volta è stato creato un farmaco personalizzato per curare un solo paziente.

Ma al di là del fine per il quale è stato realizzato questo servizio, a me ha colpito la testimonianza di vita di Beatrice. Emerge con un’evidenza impressionante la forza e la bellezza di questa giovane di 21 anni, che ha dedicato gli ultimi due a prendersi cura di Micol. Nel sevizio non si accenna nulla sulla scelta di Beatrice di accogliere e prendersi cura di questa vita, tuttavia la domanda si impone. E la cosa straordinaria è che la risposta arriva senza traccia di moralismi.

Quando Beatrice resta incinta ed è combattuta su cosa scegliere non incontra alcun imperativo etico con cui fare i conti. Sua mamma – che ora a tempo pieno aiuta Beatrice a prendersi cura di Micol – con un rispetto e una delicatezza straordinari, le dice semplicemente: “sappi che dentro di te c’è la vita, poi la decisione spetta a te”. Beatrice va alla prima ecografia e, racconta: “Sono rimasta un po’ scioccata, vedevi tutta la bimba fatta, con le manine, tutte le ditine… e ho detto, no, la tengo, non ha senso, perché devo buttarla via?”.

Credo sia una testimonianza bellissima. Una ragazza di diciott’anni, appena affacciata alla vita, che sceglie di lasciarsela stravolgere perché innamorata dell’ecografia della sua bimba. Non per dovere, non per un’imposizione morale: per la bellezza. Alla faccia di tutto quello che si dice sui giovani e sugli adolescenti oggi!

Ma la testimonianza di Beatrice non si ferma qui. Quello che colpisce della sua intervista è il sorriso. Beatrice sorride tutto il tempo, mentre tiene tra le braccia quella bambina dallo sguardo vitreo, che in continuazione spalanca gli occhi in preda alle sue crisi. Mentre la accudisce, la attacca e stacca dal respiratore, la assiste durante la fisioterapia. Tutto ciò che nell’immaginario dovrebbe rappresentare lo strazio di una madre che si ritrova con una figlia malata e sofferente, Beatrice l’affronta col sorriso, oserei dire con gioia. Il viso le si bagna di lacrime solo per la gratitudine verso quella che definisce la loro “dottoressa del cuore” e quando parla dell’aspettativa di vita dei bambini con questa malformazione che in America è fissata a tre anni: “ma noi a tre anni ci arriviamo sicuro, anche dopo! Perché Micol ha stupito tutti e stupirà ancora!”. Beatrice guarda Micol e non vede una bambina malata, vede il senso della sua vita, il compito che le è affidato, la bellezza di cui è innamorata.

Personalmente mi ha fatto bene ascoltare la testimonianza di Beatrice. Mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto vedere che accogliere una vita, anche se fragile e malata, non è solo moralmente e cristianamente giusto ma può racchiudere in sé una bellezza inaspettata; che dedicare l’esistenza a prendersi cura di una vita malata può non essere una vita sacrificata, può essere una vita che trova un senso, in un modo inatteso e impensato.

Non vi è alcun accenno religioso nel servizio, ma credo che noi cristiani abbiamo bisogno di testimonianze così. Abbiamo bisogno di vedere e toccare che quello che la nostra fede ci consegna è possibile, è vero, è bello. Che quanto la fede suggerisce non è per la morte ma per la vita, non è per appesantire l’esistenza ma per offrire un senso nuovo. Non è sacrificio, è – cosa radicalmente diversa – vita che si dona e trova il suo senso donandosi. Abbiamo bisogno di fare un passo in più rispetto al solo discorso morale, che è fondamentale, ma non basta a muovere la libertà se non è accompagnato dall’evidenza di una bellezza e di un senso possibili. Quell’evidenza che io ho colto nel sorriso di Beatrice mentre tiene tra le braccia la sua Micol.

Per educare gli adolescenti servono adulti credibili

“Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori; i giovani esigono immediatamente il posto degli anziani; gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici, acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi”.

Sembrerebbe questa un’acuta descrizione della condizione adolescenziale oggi, così come ci viene raccontata quasi quotidianamente dalle pagine di cronaca dei giornali e dalle TV. Il problema? E’ che questa citazione risale al 300 a.C. circa ed è attribuita a Platone

Credo sia significativo questo accostamento. Ci aiuta a uscire da un certo allarmismo che costella i discorsi sugli adolescenti oggi, sul loro modo di essere, su quello che vogliono e cercano… Certo il mondo attuale ha dei tratti specifici che lo contraddistinguono, che determinano fronti educativi propri dell’oggi che ieri non esistevano: pensiamo al tema del mondo digitale, dei social network, dell’accesso illimitato ad ogni tipo di contenuto a portata di mano, ecc… Ma sono queste le modalità nuove attraverso le quali si esprimono oggi i tratti tipici dell’adolescenza, che sono gli stessi di sempre.

Cosa è realmente cambiato oggi rispetto a ieri? E’ cambiato il mondo adulto. Non nel suo porsi in modo critico nei confronti delle giovani generazioni, no, in questo è rimasto uguale ai tempi di Platone. E’ cambiato nella sua capacità di porsi come segno credibile di un futuro promettente.

Di cosa ha bisogno un adolescente? Per prima cosa di fiducia. Della percezione cioè che c’è qualcuno che crede in lui, lo sostiene nei suoi desideri, nei suoi slanci. Non ha già in mente cosa dovrà fare, quali scelte dovrà prendere, ma lo incoraggia nelle proprie. Spesso come adulti rischiamo di buttare addosso ai nostri figli quello che la nostra esperienza ci ha consegnato; lo facciamo in buona fede, vorremmo evitare loro fallimenti e delusioni. Ma rischiamo di tarpare loro le ali, di non lasciarli mai spiccare il volo.

Secondo aspetto importante per un’adolescente è comprendere il valore positivo del limite. L’adolescenza è l’età in cui il limite è costantemente messo alla prova, in cui si vorrebbe andare oltre ogni regola, e si prova sistematicamente a farlo, in famiglia, a scuola, in ogni contesto di vita. E’ una cosa normale, non è una deriva o un segnale di devianza. Per poter elaborare tutto questo in modo positivo c’è bisogno di adulti che, non a parole ma con la vita, mostrino il senso positivo del limite. Mostrino cioè che il limite non è un qualcosa di ineluttabile di cui bisogna farsi una ragione, non è il prezzo da pagare dell’esistenza; il limite è invece ciò che permette di raggiungere una vita più piena, più vera, più felice. Servono adulti capaci di porre l’accento non sulle regole, ma sulla bellezza del gioco che il rispetto delle regole rende possibile, non sulla fatica dell’allenamento, ma sulla soddisfazione di essere uno sportivo capace grazie ad esso, non sulla pesantezza dello studio, ma sulle prospettive di comprensione, di maggiori capacità e libertà che lo studio permette di guadagnare. Perché un adolescente possa accedere a questa dimensione non servono prediche, grandi discorsi e riflessioni, servono testimoni: persone in grado di rendere evidente come nella loro vita accogliere il limite abbia dato frutto, in grado di promettere che quel frutto è accessibile anche a te.

Se c’è una cosa in cui gli adolescenti sono formidabili è capire chi hanno davanti, cosa vogliono da loro e, soprattutto, perché glielo chiedono. Dietro ciò che tu mi proponi c’è qualcosa che vale, c’è una vita possibile della quale tu per primo godi, o sono solo parole? Come educatore è questa la domanda implicita che mi sento rivolgere ogni giorno dai ragazzi che incontro. Credo che il mondo adulto oggi faccia molta fatica a reggere questa domanda, e da qui nascono le fatiche educative nei confronti degli adolescenti. La difficoltà è data anche dal fatto che oggi si è soli a dover rispondere a questo interrogativo, non c’è più un contesto culturale e sociale capace di sostenere la risposta del singolo in una società in cui tutto è lecito, tutto è possibile. E’ questa la più grande difficoltà del mondo adulto oggi, il motivo per cui si fa fatica a dire e sostenere dei no nei confronti dei ragazzi, rinunciando a proporsi come testimoni di un senso possibile.

Cosa manca dunque nell’educazione dei ragazzi e degli adolescenti oggi? Non mancano strategie, spazi, occasioni, discorsi… mancano adulti credibili, che hanno scoperto un senso possibile dell’esistenza, accogliendo e non rifiutando il limite, e lo vivono in prima persona, diventandone testimoni. I ragazzi, dai tempi di Platone, sono sempre gli stessi, ciò che fa la differenza sono gli adulti che incontrano.

Diversi ma non in conflitto

Ho riletto con calma gli appunti scritti da Benedetto XVI sulla pedofilia. Sono dal mio punto di vista un testo bellissimo nel quale ritrovo la possibilità di un grande segno per la Chiesa.

Bellissimo perché, con la lucidità e la chiarezza che da sempre contraddistingue Joseph Ratzinger, in quelle pagine mette in evidenza alcuni nodi che ritengo centrali non solo per la discussione sulla pedofilia, ma per tutto il dibattito ecclesiale oggi: il senso dell’esistenza e il fondamento di un discorso morale nella Chiesa, la dicotomia tra il bene e ciò che è meglio ora, il corretto bilanciamento tra l’utilizzo della scrittura e il riferimento ad altri sistemi di pensiero, il delicato rapporto tra Chiesa e mondo, la formazione del clero, l’equilibrio tra il garantismo e l’esigenza della condanna. Continua a leggere “Diversi ma non in conflitto”