Abruzzo, 6 aprile 2009

Cosa dire?
Cosa dire di fronte a certe immagini? Case sbriciolate, paesi rasi al suolo, cadaveri ai margini della strada avvolti in coperture improvvisate.
Cosa dire di fronte a certe testimonianze? Persone che hanno perso tutto, uomini e donne sconvolti dalla scomparsa improvvisa dei propri cari.
Forse non c’è nulla da dire. Normalmente, in questi casi, accanto al chiasso dei media e alle dichiarazioni di solidarietà si erge un accorato silenzio, consigliato da tutti.
Silenzio perché umanamente è impossibile trovare parole.
Silenzio perché tutto quello che ti sfiora la mente di dire appare estremamente banale e inadeguato di fronte alla realtà.
Ma accanto a questo silenzio delle risposte si erge incontrovertibile il frastuono inespresso delle domande. Quelle domande che sono sempre le stesse da quando è stato creato il mondo, e che nemmeno la migliore delle teodicee potrà mai far tacere. Domande dinanzi alle quali ogni tentativo di difendere Dio cade nell’imbarazzo e muore davanti all’evidenza della realtà.
E allora cosa dire? Cosa può dire un cristiano? Cosa può dire un prof di religione ai ragazzi che gli chiedono “ma se Dio esiste… perché?”… E cosa può dire ogni uomo, di ogni etnia e cultura, di ogni credo e religione di fronte a tutto questo?
Non dice nulla la retorica della croce. Non dice nulla il ricorso alla “sofferenza utile”. Non dice nulla sottolineare da cristiani che “non è Dio a volere tutto questo”, anzi forse peggiora le cose affermarlo: se non puoi prendertela nemmeno con Dio allora a chi ti puoi rivolgere?
E non dice nulla nemmeno il fatalismo, l’arrendevole considerazione sulla caducità dell’uomo e sulla tirannia della natura. Nulla dice lo scetticismo elevato a sistema, sprezzante o sofferto che sia. Neppure un politicamente corretto silenzio ha qualcosa da dire.
Di fronte a questo male parole e silenzio restano vuoti, sterili, insignificanti. E tutti gli uomini, così diversi tra loro, così normalmente agguerriti nel difendere le proprie posizioni, si ritrovano nella stessa identica situazione di incapacità, di impotenza.
Che dunque? Ne usciamo sconfitti? Debellati? Disperati oltre che decimati? Riconoscendo definitivamente la nostra impotenza e la nostra insignificanza? Deponendo le armi, intellettuali o fideiste che siano, e sventolando bandiera bianca di fronte alla vita?
Sarebbe forse la soluzione più logica una volta constatata l’insignificanza di ogni risposta…
Ma poi esci dai tuoi pensieri e provi ad alzare lo sguardo. E ti accorgi che quei paesi devastati dell’Abruzzo non sono solo ammassi di macerie. Sono anche uomini e donne che lottano. Lottano per tentare di salvare ancora qualcuno. Lottano per resistere alla fatica, alle ferite, al dolore. Lottano, continuano a lottare. Si aiutano a vicenda e resistono instancabilmente.
Ma come? Non era tutto inutile? Non era tutto finito? Che cosa vi da quella forza? Che risposta avete trovato a questa sofferenza? Spiegatela anche a noi che non capiamo!
Ma non c’è nessuna risposta da spiegare. Nessun ragionamento da condividere. C’è solo un appello, evidente tanto quanto questa sofferenza. È l’appello a non rimanere fermi ma a mobilitarsi. L’appello a non arrendersi ma a raddoppiare gli sforzi. L’appello di fronte al male a reagire con il massimo di bene possibile.
E allora capisci che questo mondo non ha bisogno di parole né di incoraggiati silenzi. Ha bisogno di questa reazione. Perché se cerchi di difenderti la sofferenza ti sconfigge. La puoi vincere solo se contrattacchi e dimostri a te e a chi ti sta intorno che nonostante tutto è ancora possibile lottare, è ancora possibile amare, è ancora possibile sperare.
Mai come in questo momento il mondo ha bisogno di uomini capaci di portare questa speranza. Una speranza che non è da spiegare, non è da zittire, è solo da vivere.

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