Il mondo nuovo

Settanta all’ora sulla statale,
musica di sottofondo,
sette e un quarto, prima di cena,
là in fondo le montagne,
e le tracce espanse di un sole rosso fuoco.
Andare, tornare…
Controllare il contagiri,
e poi di nuovo quelle vette.
Il cervello resettato,
stanco, pieno, frastornato,
ma ora, finalmente, in pace.
Pace immotivata, pace irriverente,
perché le vette sono all’orizzonte,
e tu sulla statale che congiunge te al mondo,
dove le vette sono illogiche,
dove il sole lascia solo segni al tramonto.
Pace di nostalgia o pace di verità,
pace di illusione o pace di anelito…
E ti verrebbe di non svoltare più,
di andare dritto alle montagne,
di affacciarti oltre il limite e contemplare il sole…
Ma ora è il mondo,
è una statale che finisce, e tu con lei.
A che servono le vette se intorno c’è il piattume?
A che serve un sole rosso, se il buio poi prevale?
Poi un miraggio, un sogno, un dubbio,
la statale trasformata,
non più piatta, illuminata,
ed intorno gioia e canto,
stupore, gratitudine e pianto.
Ti guardi nello specchietto e fatichi a riconoscerti,
svolti e segui la statale,
non sai più dove stai andando,
ma non ti importa perché hai capito.
Il sole dietro le vette si è preso i tuoi occhi,
e lasci a lui il compito di stupirti.

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