Quando ero un po’ più ingenuo credevo che ad interessare la gente fossero le novità. Cose nuove, cose inedite. Un po’ come succede per i bambini che ad un certo punto si stufano dei giocattoli che hanno, non ci stanno a ripetere sempre lo stesso gioco e cercano qualcosa di nuovo. E quando sotto la carta regalo iniziano ad intravvedere la forma e il colore del nuovo che gli è stato donato, quando ne assaporano l’odore finanche il gusto talvolta, un sorriso indescrivibile si dipinge sui loro volti.

Ora che sono un po’ più navigato ho capito che per i grandi non è sempre così. A tanti il nuovo non piace. È imprevedibile, difficile da domare, richiede una certa fatica. Ed allora preferiscono rivangare il vecchio, il già noto; mi verrebbe da dire, lo scontato. E sono diventati talmente bravi che hanno imparato a far sembrare nuove cose che invece sono talmente vecchie da portarsi dietro il fetore di secoli, quando non puzzano già di loro.

Un esempio? Il grande polverone sul nuovo Vatileaks. Finalmente non abbiamo più solo indiscrezioni. Stanno iniziando a girare i primi stralci di quelle pubblicazioni che, grazie a una “nuova sconvolgente inchiesta” (dal sottotitolo di “Via Crucis” di Nuzzi), del Vaticano ci sveleranno – era ora! – “ricchezza, scandali e segreti” (così in quello di “Avarizia” di Fittipaldi).

Venire a conoscenza di quanto raccontato in questi testi giustamente ci inquieta, ci lascia attoniti e increduli. Come è possibile che si faccia così fatica ad afferrare il concetto? Perché tutte queste resistenze a quella Chiesa “povera tra i poveri” sognata da Francesco?

Francamente dobbiamo però riconoscere che di nuovo in queste vicende non c’è proprio niente. Esserne venuti a conoscenza non ha aggiunto nulla a ciò che già sapevamo, a quanto ci era abbondantemente già noto. Si tratta di cose vecchie come il mondo, uguali al passato, e che certamente continueremo a vedere in futuro. È lo stesso Gesù ad averci d’altronde messo in guardia da ingenue illusioni: “è inevitabile che avvengano scandali” (Mt 18,7). Mettiamoci l’anima in pace da questo punto di vista: finché saremo parte della Chiesa di quaggiù, segnata inesorabilmente da fragilità e imperfezione, non smetteremo mai purtroppo di assistere a episodi del genere.

Capiamoci però: per nulla al mondo questo vuol dire darne una giustificazione. Nemmeno significa allora poter stare ad assistervi indifferenti. Alzare la voce e denunciare con forza la gravità di questi fatti, impegnarci perché nella Chiesa possa sempre più prevalere un vissuto evangelico è più che mai doveroso. Significa però collocare questi scandali là dov’è il loro giusto posto: in quel vecchio, in quello sporco, che è purtroppo parte integrante del mondo ma sappiamo essere già stato vinto, sconfitto da quel nuovo dirompente che è Gesù e la sua vicenda. Quel vecchio che chi rifiuta il nuovo continua a riproporci sempre uguale, a mettere al centro e a spacciare per la verità delle cose, quando è solo da mettere nel conto di quella storicità che ci caratterizza ma che, per mezzo di Cristo, crediamo fermamente essere già stata salvata!

È sterile soffermarsi sul male, non porta a nulla, anzi, rischia di essere distruttivo. Ma è l’albero vecchio che cade ad attrarre chi guarda con sospetto o non è proprio interessato alla foresta che cresce. Abbiamo la fortuna di vivere un tempo in cui di alberi verdi, alberi nuovi, se guardiamo con attenzione possiamo scorgerne tanti: una porta santa che la mano di un papa aprirà in terra d’Africa, un giubileo che mette al centro la misericordia, un sinodo che si chiede come servire meglio la famiglia, un’enciclica che riflette sull’importanza del creato, un’esortazione apostolica che mai come prima apre inedite prospettive di evangelizzazione. Parliamo di questo. Parliamo del nuovo. Senza paura. Rifiutando annoiati il già noto, guardando con fiducia e stupore all’inedito. Come un bambino. Già, “se non diventerete come i bambini…” (Mt 18,3).

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it