Non sempre è indispensabile dire qualcosa di nuovo. A volte è più utile fermarsi a riflettere su quanto è già stato detto, soprattutto se ha tutte le premesse per essere qualcosa di davvero rivoluzionario e quindi da capire bene, da non lasciar cadere. È il caso del discorso che papa Francesco ha rivolto alla Chiesa italiana radunata a Firenze per il suo quinto convegno nazionale. Un discorso che ci interpella, ci provoca nel nostro essere costruttori della Chiesa lì dove siamo, dunque anche nei nostri oratori. In questo editoriale vorrei solamente ripercorrere questo discorso e rilanciare quegli aspetti che ho sentito provocanti e decisivi per me.
La prima cosa che ha chiesto papa Francesco è di alzare lo sguardo verso Gesù fermandoci a contemplarlo. Riconoscendo come il suo volto sia “simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati”. Quanti volti di ragazzi, adolescenti, giovani così mi vengono in mente! “Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda”. Dio si è abbassato e ci chiede di fare lo stesso se vogliamo vedere il mondo come lo vede lui. “Non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano se le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede”. Quante volte le mie parole sono state così! Invece, ci dice Francesco, per essere discepoli autentici serve far nostri tre sentimenti di Gesù.
L’umiltà:  “l’ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio e questa non coincide con la nostra”.
Il disinteresse: “Dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. (…) Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio”. “Una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste”.
La beatitudine: “Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo” ma “Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà”. “Se non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze perché non ci portano al successo”.
Non so per voi, per me queste parole sono state una bastonata dopo l’altra. Ma per Francesco solo “una Chiesa che presenta questi tre tratti (…) sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente”. Ci leggo qui una bellissima definizione di oratorio: quel luogo dove si legge l’agire di Dio nel quotidiano e ci si aiuta vicendevolmente a riconoscerlo. Serve però far nostri questi tre sentimenti per riuscirci e rifiutare le due tentazioni dalle quali Francesco ci mette in guardia: quella dell’“avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”, dell’“assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività” e quella del “confidare nel ragionamento logico e chiaro il quale però perde la tenerezza della carne del fratello”.
Infine Francesco ci suggerisce alcune strade molto concrete da percorrere: “vicinanza alla gente e preghiera”; essere “non predicatori di complesse dottrine ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi”, “ma sia tutto il popolo di io ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori”; “l’inclusione sociale dei poveri che hanno un posto privilegiato nel Popolo di Dio”; “la capacità di incontro di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune”, ricordandoci che “il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma di fare qualcosa insieme, costruire insieme”.
Concludo riportando l’appello finale che il papa dedica ai giovani. Ho fatto lo sforzo di immaginarmi queste parole rivolte ai giovani del mio oratorio e mi sono venuti i brividi. Perché mi rendo conto di quanto spesso  ho chiesto loro tutt’altro.
“Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», come scriveva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). Superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire (cfr 1 Tm 4,12). Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni”.

Editoriale per il blog di Aquila e Priscilla nel quale riprendo il mettendo in evidenza quanto ci interpelli nella quotidiana attività pastorale.

Editoriale scritto per il sito Aquilaepriscilla.com