Nel contesto di un percorso di formazione per gli educatori promosso dalla diocesi di Chiavari, mi è stato chiesto di tenere un incontro in cui provare a lanciare qualche spunto su alcune attenzioni ed orientamenti da avere in una proposta pastorale per adolescenti e giovani oggi.
Ci ho pensato un po’ su. Per prima cosa ho inquadrato il discorso collocando l’azione pastorale nell’ottica dell’evangelizzazione (può sembrare una cosa scontata, ma, purtroppo, non sempre è così!); quindi ho provato a rispondere a cinque domande sull’evangelizzazione: chi? Dove? Come? Quando? Perché? Prendendole però al contrario, partendo cioè dall’ultima per arrivare poi alla prima. Sinteticamente riporto per ognuna le provocazioni che ho provato a lanciare.

Perché evangelizzare? Può sembrare una domanda banale – tanto banale che a volte ci dimentichiamo della risposta – ma Papa Francesco in Evangelii Gaudium (il testo che rappresenta la carta costituzionale dell’evangelizzazione per questo nostro tempo di Chiesa) ci dedica un capitolo intero, il quinto. La domanda ha un risvolto generale e uno invece più personale, che è il più significativo: perché tu, singolo educatore, hai scelto di spendere tempo ed energie per le persone che ti sono affidate? Perché hai deciso di spenderti nel far conoscere e incontrare le loro vite con Gesù? Le motivazioni possono certamente essere tante e le più diverse. È però importante che un po’ alla volta ci si renda conto e ci si avvicini sempre più alla ragione che Papa Francesco individua come la prima a doverci muovere nel nostro essere evangelizzatori:

La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre più. Però, che amore è quello che non sente la necessità si parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere?

Evangelii Gaudium 264

A che punto sei in questo cammino?

Quando evangelizzare? Cioè: quando sei evangelizzatore? Certamente durante gli incontri di catechesi, i momenti di preghiera, gli appuntamenti formativi… Quando cioè, come educatori, siamo chiamati a parlare di Gesù, a spiegare il suo Vangelo, a trattare questo o quell’altro tema… Ma solo in questi momenti? Nel Vangelo, generalmente, non è quando Gesù parla che ottiene la fede da parte dei discepoli. Parrebbe anzi vero il contrario: spessissimo Gesù cerca di dire qualcosa e i discepoli non capiscono, devono chiedere spiegazione, oppure, semplicemente, nel mentre, parlano di altro (!). Le parole da sole non bastano! I discepoli hanno bisogno di contemplare lo sguardo di Gesù verso i malati, verso i peccatori, verso gli indemoniati, finanche di sperimentare sulla propria pelle il suo amore che resta fedele nonostante ogni loro fuga e tradimento. Hanno bisogno di vedere che quelle di Gesù non sono “belle parole”: sarà allora che crederanno. Anche gli adolescenti e i giovani che ci sono affidati non seguiranno Gesù per quanto belle saranno le parole che riusciremo a dirgli ma per aver sperimentato, standoci accanto, avendo condiviso con noi del tempo “gratis”, che realmente il Vangelo plasma la nostra vita facendola fiorire. Allora capiterà che qualche volta prenderanno anche in considerazione le nostre parole.

Come evangelizzare? Cioè: con quali modalità, quali linguaggi? Spesso quando si deve preparare un incontro di formazione o di catechesi capita che ci si concentri molto sulle tematiche e i contenuti da trattare; meno invece sul modo con cui rendere comprensibili quei contenuti a chi abbiamo davanti. Gesù nel Vangelo è molto attento a questo aspetto. È chiamato ad annunciare temi parecchio complessi se presi dà sé stessi, ma è sempre capace di tradurli in un linguaggio che chi si mette in ascolto possa capire. Così, per parlare del regno di Dio – di certo un tema non semplice se lo vogliamo spiegare – ci pensa un po’ su e dice: il regno di Dio “è simile a un tesoro nascosto in un campo” (Mt 13,44), è simile a una donna che “ha dieci monete e ne perde una” (Lc 15,8), è simile “a una rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47): e le persone che lo ascoltano – pescatori, contadini, gente comune – può capire. È questa una grande sfida per noi oggi: nel mondo delle chat, dei telefonini, dei social network, delle emoticon, delle app, del multitasking, qual è la lingua dei nostri adolescenti, dei nostri giovani? Cosa risulta per loro comprensibile, capace di arrivare laddove riconoscono il senso della loro vita e delle cose? Prima delle mille parole che abbiamo in mente serve fermarci e metterci in ascolto dei ragazzi che ci sono affidati. Come Gesù, che per trent’anni non ha detto nulla, ma ha imparato la lingua e la vita degli uomini a Nazareth, per poterci tradurre il Vangelo di Dio.

Dove evangelizzare? Non mi riferisco tanto ai luoghi fisici, quanto al “dove esistenziale” dei nostri adolescenti e giovani. “Dove sei?” è la domanda che Dio fa ad Adamo dopo il primo peccato (Gen 3,9). Ed è la domanda che sorge forte quando capita di vedere sulla pagina facebook di uno dei ragazzi fedelissimi dell’oratorio le foto di ciò che succede  con gli amici il sabato sera… o quando stai tenendo l’incontro di catechesi e capisci che mentre tu parli chi hai davanti è in tutt’altra dimensione, con tutt’altri pensieri per la testa… Dove sei? Dove sono i nostri ragazzi? In che cosa sono immersi? Dove sta la verità di loro? C’è un momento nel Vangelo in cui Gesù, immaginiamo con quanta sofferenza dentro, dice ai discepoli che sta andando a morire. E lo dice chiaramente, senza mezzi termini. Ma loro non capiscono. Il Vangelo sottolinea al limite della ridondanza questa loro incomprensione che per noi oggi risulta difficile da spiegare (cfr Lc 9,44-45). Perché non capiscono? Dove sono? Sono in un mondo nel quale il Messia atteso da secoli è l’eroe forte e potente che sconfiggerà i romani e ricostituirà il regno di Israele: è chiaro che non riescano a capire un Messia che dice loro “vado a morire”. E Gesù, in risposta, entrerà tutto intero in quel luogo che non permette loro di capire; fino alla croce, dove ancora gli grideranno: “se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce” (27,40); e fino alla risurrezione, che renderà possibile far comprendere ai discepoli la verità di Dio. Dove sono i nostri adolescenti e giovani? Serve chiederselo, serve comprenderlo, e serve entrare lì dove sono, pena l’insignificanza di quello che diciamo e facciamo per loro.

Chi evangelizzare? Chi sono gli adolescenti e i giovani a cui ci rivolgiamo? Sono quelli che incontriamo in parrocchia? Quelli che sono sempre di meno? Evangelii gaudium ci lancia una sfida da questo punto di vista, ed è forse la sfida più grande che ci è chiesto di cogliere in questo nostro tempo: quella di uscire, di non fermarci ai “soliti noti”, ma di desiderare incontrare e poi di andare verso, chi non c’è, chi è fuori, chi non frequenta i nostri ambienti. È una sfida grande perché il terreno è inesplorato. Abbiamo sempre ragionato nell’ottica del “riportare all’ovile chi si era perduto” (espressione peraltro inesistente nei vangeli), ora ci è invece ricordato che Gesù agli evangelizzatori chiede di essere come il Padre che va in cerca della pecora smarrita (cfr Lc 15,6), quand’anche fosse una su cento. Serve allora dedicare energie, tempo e creatività nel trovare modalità significative ed efficaci per andare incontro all’altro, per incontrarlo, e provare a gettare un seme di Vangelo laddove abitualmente non arriva. Soluzioni facili, strade già battute ce ne sono pochissime. Serve davvero mettersi in gioco provando, senza paura di sbagliare, senza stancarsi di ricominciare.

Articolo pubblicato sul sito Aquilaepriscilla.com