Forse saremo prontamente smentiti dal procedere delle indagini sulla morte di Giulio Regeni, ma, stando alle ricostruzioni di questi giorni, parrebbe che il motivo per cui qualcuno ha deciso che quel ragazzo ventottenne italiano andava tolto di mezzo siano stati proprio i suoi studi, la sua attività di ricercatore.
Mi colpisce questa cosa. Mi provoca. Pensare ad un giovane ucciso perché studente e quindi, in quanto tale, scomodo e potenzialmente pericoloso, mi appare da un lato un ribaltamento della realtà del mondo studentesco per come lo conosco, dall’altro un pieno rinnegamento della narrazione comune rispetto alla scuola e alla motivazione allo studio. Ribaltamento della realtà, perché sfido chiunque a trovare una mano alzata entrando in una classe delle nostre scuole e ponendo la domanda: “per lo studio saresti disposto a dare la vita?”. C’è chi per lo studio fatica a dare un pomeriggio, di cosa stiamo parlando?
Ma soprattutto, sapere di un giovane ucciso a motivo dello studio sconfessa inequivocabilmente e definitivamente quel leitmotiv che chi, come me, ha avuto spesso bisogno di essere rimotivato allo studio, e si è sentito ripetere infinite volte quel ritornello piuttosto fastidioso che suona più o meno così: studia e avrai un bel lavoro, ti potrai permettere quello che desideri, potrai viaggiare e vedere il mondo, avrai una vita tranquilla, una bella macchina, una villetta lontano da fastidiosi condomìni e condòmini, una buona pensione quando sarai vecchio: l’unica cosa di cui ti dovrai preoccupare saranno la salute e la reputazione.
Insomma, studia e avrai il non plus ultra di quello che la vita ti può riservare.
Per la verità ad incrinare cotanto luogo comune per la mia generazione ci avevano già pensato la crisi economica, la disoccupazione giovanile, gli stage gratuiti, i contratti a termine, il lavoro sottopagato… e qualche altro centinaio di fattori. Ma un giovane ucciso per il fatto di essere studente rappresenta il punto di non ritorno, il tramonto definitivo di quel mito che vorrebbe legare la carriera scolastica al benessere della vita. È stato vero per un certo periodo di tempo, non è più così. Anzi, mai in modo più drammatico di oggi appare vero il contrario.
E tuttavia il venir meno di questo mito non è per forza qualcosa di negativo, anzi! Se penso agli studenti che incontro quotidianamente, a cui ancora, ostinatamente, tutti ripetono “studia e avrai un futuro”, nonostante siano perfettamente convinti che così non è, questa presa di consapevolezza da parte del mondo adulto non può fare che bene.
Sì, perché ragazzi e giovani non hanno bisogno di falsi miti. Non hanno bisogno di motivazioni precostituite e obsolete, rifugi acritici e sicuri di adulti persi e disorientati di fronte alla domanda “perché devo studiare?” dei figli. Hanno bisogno di testimoni. Hanno bisogno di gente che faccia vedere, toccare, respirare che in quello che fanno c’è un desiderio da seguire, c’è un senso.
Un giovane che muore per i suoi studi è una testimonianza altissima e quanto mai provocante. Una provocazione che, se percorsa fino in fondo, conduce a domandarsi cosa c’era di tanto prezioso in quello studio, da portare Giulio, consapevolmente o no, a rischiare la vita.
In quello studio; non dopo, in un futuro indefinito; non altrove; lì!
Studiare come qualcosa che mette in pericolo la vita. Quanto è diversa come prospettiva dal luogo comune dello studio strumento per il benessere di domani, prezzo da pagare per un futuro migliore (inesistente). Eppure, a pensarci bene, è quanto mai più attraente! Sì, perché un quotidiano piatto intriso di benessere suscita per lo più noia, tant’è che per porvi rimedio il più delle volte tocca chiedere aiuto alla trasgressione. Rischiare invece intriga, appassiona, sprigiona energie nascoste, spinge a dare il massimo.
Perché rischiare implica aver trovato un motivo per cui vale la pena vivere, finanche un motivo per cui vale la pena morire. È questo che un giovane va cercando, ciò di cui, spesso inconsapevolmente, ha disperato bisogno. È questo che ci testimonia la vicenda di Giulio.

Editoriale scritto per il sito dell’Azione Cattolica Ambrosiana