Qualche tempo fa mi trovavo nel cortile del oratorio dove sono educatore. La mia attenzione viene catturata da due ragazze che stanno litigando tra loro vicino al cancello. Le conosco bene. Sono due sorelle adolescenti che partecipano – piuttosto saltuariamente in verità – alle iniziative oratoriane. Situazione familiare complicata, nota ai servizi sociali; un’aneddotica piuttosto consistente delle loro gesta non propriamente nobili, nota più o meno a chiunque. Stavano litigando per una sigaretta.

«È l’ultima che ho, non te la posso dare!», diceva una.

«Sì, e tutte quelle volte che ti ho dato io l’ultima sigaretta che avevo?», le rispondeva l’altra, aggiungendo ogni due o tre parole certe locuzioni verbali che non è proprio opportuno qui riportare.

Un po’ imbarazzato mi accingo a ricordare loro che siamo in oratorio, ci sono dei bambini più piccoli e quel tipo di linguaggio non è opportuno. Ma – già lo sapevo – non è il genere di discorso a cui sono solite dar retta, e dunque, tranquillamente, continuano il loro colorito battibecco.

Finalmente, dopo parecchie altre locuzioni di cui sopra, la seconda riesce ad averla vinta e, trionfante, si avvia, sigaretta alla mano, fuori dal cancello, senza nemmeno darmi l’opportunità di ricordarle che non è consentito fumare in oratorio.

È a questo punto però che mi metto seriamente in allarme. Sì, perché, ha fatto giusto in tempo ad accendersi la sigaretta che vedo avvicinarlesi una signora. Conosco bene anche lei, chiunque frequenti l’oratorio l’ha ben presente. È una donna che abita lì vicino e passa le giornate a passeggiare, sola con gli occhi vitrei, avanti e indietro sulla piazza della chiesa, di fronte all’oratorio, spesso attraversando la strada senza nemmeno guardare seminando il panico negli automobilisti. A chiunque incrocia per la strada fa un’unica domanda: “mi dai una sigaretta?”.

Non appena la vedo avvicinarsi mi precipito al cancello temendo che alla fatidica domanda riceva in risposta una serie imprecisata di insulti. Provo a catturare la sua attenzione perché si rivolga a me invece che alla ragazza… ma è troppo tardi…

«Mi dai una sigaretta?» le chiede.

Sto per intervenire e provare a risolvere in qualche modo la situazione, ma mi fermo di scatto… stupito.

Sul volto della ragazza non c’è indifferenza, rifiuto, derisione.

«È l’unica che ho…» le dice titubante guardandola negli occhi.

«Dammela!» le risponde.

La ragazza la fissa. Poi guarda per terra. Di nuovo la fissa, e di nuovo per terra. Dà un ultimo tiro alla sua sigaretta. E la consegna alla donna, che la prende dalle sue mani e, senza nemmeno ringraziare, se la mette in bocca e se ne torna a percorrere il piazzale della chiesa avanti e indietro.

La ragazza se ne resta ferma davanti al cancello fissandosi le scarpe per qualche istante. Poi alza lo sguardo, quasi accorgendosi in quel momento della mia presenza. Mi guarda e dice:

«Non ce l’ho fatta…».

Poi, prima che io possa dire qualsiasi cosa, quasi tornando improvvisamente in sé, si mette a correre gridando in direzione della sorella, determinata ad accertare se davvero quella era l’ultima sigaretta che aveva.

Mi sono chiesto spesso cosa voglia dire papa Francesco quando afferma che i poveri anzitutto non li dobbiamo aiutare, li dobbiamo invece incontrare e lasciarci evangelizzare da loro. In quel “non ce l’ho fatta” di una ragazza che sotto tutti i punti di vista – economico, sociale, familiare, culturale – non può essere che definita povera, di fronte all’appello di un’altra persona altrettanto e del tutto povera, ho ritrovato vivente quel Vangelo che io, spesso, mi rendo conto di saper solo pensare e coprire di belle parole. Lei invece, senza neanche saperlo, ha nel cuore quello stesso sguardo di compassione di Gesù, che è l’essenza del Vangelo. Ed io ho solo da imparare.

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it