C’è una circostanza curiosa che fa da cornice  al mio impegno da educatore in oratorio.

Era il lontano 2005 quando per la prima volta, da giovane seminarista, affrontavo l’oratorio estivo come responsabile. Oratorio feriale mitico, nel mio paese, Casciago, con tanti di quelli che ancora sono i miei più cari amici. Il tema di quell’anno era “Conta su di me”, tutto incentrato sulla storia di Giuseppe d’Egitto.
Quest’estate ho vissuto a Castellanza l’ultima esperienza come responsabile d’oratorio (da settembre si inizia una nuova avventura!), e il tema era “Per di qua”, con filo conduttore la vicenda di Mosè e del popolo di Israele che, dall’Egitto, raggiunge la Terra Promessa.

Mi fa pensare questa strana coincidenza, questo ideale cerchio che si chiude tra il primo e l’ultimo mio oratorio estivo da responsabile, e nella mia vita. Guardo bene e mi rendo conto di quanto riesca facilmente a rispecchiare questi anni di servizio in oratorio in quel tratto di Storia della Salvezza che va da Giuseppe a Mosè, dall’Egitto alla Terra Promessa. Per Israele è stato il tempo nel quale, poco alla volta, ha preso forma come popolo, ha ricevuto un’identità, ha scoperto la fatica della libertà da un lato e l’amorevolezza di Dio dall’altro, sempre a rischio di perdersi in qualche  forma di schiavitù, davanti a svariati vitelli d’oro.
Io ho iniziato a fare il responsabile d’oratorio poco più che adolescente e finisco ritrovandomi uomo. Ho iniziato col mio gruppo di amici e finisco dopo un’esperienza lavorativa a tutti gli effetti.
E come Israele guardando a quel tempo riconosce la mano potente di Dio che mai l’ha abbandonato e sempre l’ha custodito, così anche io riconosco di essere stato da lui “attirato nel deserto” e di aver ricevuto in abbondanza manna, acqua e quaglie per il cammino, fino a diventare la persona che sono.
Per tutto questo non posso che rendere grazie.

Ma in questo cammino, dall’Egitto alla Terra Promessa, non ci sono solo io. Con me ci sono i volti di tutte le persone che ho incontrato in questi anni di oratorio. Bambini, adolescenti, adulti, genitori, sacerdoti, suore, educatori, colleghi. Compagni di strada che non mi sono scelto, che mi sono stati messi accanto, che mi è stato chiesto di provare ad amare, dai quali ho ricevuto tantissimo, largamente di più di quanto ho saputo dare. Per tutti loro il mio grazie, la mia preghiera e il mio augurio di una vita autenticamente piena, ossia traboccante di bellezza e capace di donarsi fino alla fine!

Ed infine, in questi anni ho avuto il dono di incontrare tante comunità cristiane. Comunità molto diverse tra loro. Comunità grandi e comunità piccole, comunità vivaci e comunità affaticate, comunità colme di frutti maturi e comunità stanche e malate.
C’è un canto che mi ha accompagnato in questi anni e vorrei condividere ora. Mi è servito a custodire l’atteggiamento giusto, sia quando i frutti di quello che facevo erano evidenti, sia quando invece erano nascosti e mi veniva voglia di lamentarmi e rimpiangere situazioni migliori. Dice così:

Lode al nome tuo, dalle terre più floride, dove tutto sembra vivere,
lode al nome tuo.
Lode al nome tuo dalle terre più aride, dove tutto sembra sterile,
lode al nome tuo.
Tornerò a lodarti sempre per ogni dono tuo, e quando scenderà la notte sempre io dirò: benedetto il nome del Signor!

La mia preghiera è perché, qualunque sia la situazione nella quale da cristiani siamo chiamati ad operare, possiamo far nostro sempre questo atteggiamento di lode e di fiducia, senza scoraggiamenti e lamentele. Facendo quel poco di bene che riusciamo a fare, senza lasciarci bloccare dagli ostacoli che ci sono intorno.

Questo il mio augurio, per chi per il Vangelo continua a spendersi in oratorio, e per chi si spende in ogni altro ambito.