È di questi ultimi giorni la diffusione della lettera con cui Michele, un giovane friulano, spiega il gesto estremo di togliersi la vita, motivato dal precariato lavorativo e dall’assenza di prospettive per il futuro. Mi ha molto toccato questa vicenda e ho così voluto a mia volta scrivere a Michele.

Ciao Michele,
ho letto la lettera con la quale hai deciso di salutare questa vita e le persone a te più care. Scusami, non sono riuscito a rimanere indifferente.
Sarà che abbiamo più o meno la stessa età e il mondo di cui parli è lo stesso nel quale sono cresciuto e vivo. Sarà che sono pienamente consapevole che, con un po’ meno fortuna di quella che ho avuto, avrei potuto essere tranquillamente io a scrivere quelle righe.

L’ho letta e riletta più volte. Cercando di capire. Inizialmente senza sapere nemmeno cosa. Più però entravo in contatto col tuo vissuto, più mi si stringeva il cuore. È banale da dire, ma mi spiace davvero tanto per tutto quello che hai patito. E allora ti scrivo anzitutto per unirmi oggi al pianto di tutte le persone che ti hanno voluto bene, perché di fronte a una vita che finisce è sempre e comunque la tristezza e lo sgomento il sentimento dominante.
Poi, certo, tu hai scelto di andartene, stanco e arrabbiato, volendo dare un segnale forte di quanto sia terribile stare in un mondo che non offre opportunità né futuro, un mondo dove chi non sfonda è considerato uno scarto, inutile, fastidioso. È arrivato forte e chiaro il tuo messaggio. Anche a me.

Eppure, come ti dicevo, c’era qualcosa che sembrava sfuggirmi dalle tue parole. Ho continuato a leggere e rileggere la tua lettera. Fino a quando me ne sono reso conto. E ho capito che la denuncia più grande che hai fatto non è di quanto sia avaro il mondo nei confronti della nostra generazione; questo a chi ha la nostra età e cerca di vivere la sua vita giorno per giorno è più che mai evidente. La tua denuncia maggiore invece è sulla mentalità distorta e, a pensarci, veramente terrificante, che ci circonda e davvero può essere mortale, può uccidere. È quel modo di pensare per il quale o si è in grado di emergere e imporsi, oppure non si vale nulla; o si riesce a raggiungere tutta una serie di obiettivi, oppure la vita è senza senso; o si è “normali”, con tutte le carte in regola, i curricola a posto e le aspettative soddisfatte, oppure non si è niente e non vale la pena vivere.

Di questa mentalità siamo intrisi fino alle ossa. Quante persone, quante situazioni che conosco ho nella mia testa più o meno consapevolmente etichettato secondo questi criteri! È la cosa peggiore che possiamo fare, la cosa che fa più male.
Si parla tanto di meritocrazia oggi. D’accordo, ma quale senso, quale vita siamo in grado di offrire a chi non ha nulla da meritare, a chi non sta al passo, a chi non ha opportunità né possibilità e si scontra ogni giorno con i suoi limiti da una parte e porte sempre chiuse dall’altra?

Tu hai sacrosanta ragione: il lavoro, la possibilità di un futuro sono diritti, e a te, come a tanti altri nostri coetanei, sono stati negati. Ma quello che ti vorrei dire è che la tua vita non è stata senza senso. E non per il motivo per il quale hai scelto di morire, ma perché sono convinto che io, te e ogni altra persona siamo infinitamente di più dei nostri diritti, siamo infinitamente di più di ciò che ci viene negato. Tu sei stato la gioia e il sorriso dei tuoi genitori, sei stato dono per chi ha trovato in te un amico, sei stato vita che ha resistito finché ha potuto. Vita che si è incagliata sugli scogli duri di una mentalità assassina che ha impedito ai tuoi occhi di vedere la tua bellezza. Bellezza che c’è però, ed è reale; lampante ancora oggi nel cuore di chi ti ha voluto bene.

Ti ringrazio, Michele. Ti prometto che non lascerò cadere le domande, le provocazioni che il tuo vissuto mi hanno consegnato. Nella speranza che da tutto il male che hai patito possa alla fine fiorire vita.

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it