“Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 16,25)

Inizio questo editoriale con questo breve passo del Vangelo di Matteo. Siamo nella settimana santa, tra poche ore inizieremo le celebrazioni del triduo pasquale. Queste parole, dette da Gesù proprio appena dopo aver annunciato per la prima volta ai sui discepoli che dovrà essere ucciso e risuscitare il terzo giorno (Mt 16,21), mi sembrano riassumere bene quello che stiamo per rivivere in questi giorni: la vicenda di un Dio che non si preoccupa di salvare la propria vita ma sceglie di perderla, di donarla. E noi sappiamo che il terzo giorno la troverà di nuovo.

Questo atteggiamento di Gesù mi interroga e mi provoca. Se da cristiani siamo chiamati ad avere Gesù come riferimento, a condividere il suo stesso modo di pensare e di agire, questo non preoccuparsi di salvare sé stessi accettando la morte deve diventare anche nostro. Deve diventare atteggiamento del nostro agire da cristiani nella Chiesa.
In questo tempo nel quale le parrocchie, gli oratori, ma anche tante associazioni e movimenti di ispirazione cristiana, sentono sempre più la fatica del cammino, vivono nell’affanno, annaspano tesi come sono tra il tentativo di replicare gli standard altisonanti di “come era una volta” e la fatica di guardare ad un futuro che ancora non accenna a delinearsi; in questo tempo nel quale ogni anno, ogni mese ci rendiamo conto di perdere pezzi, di perdere iniziative, di perdere persone, il nostro sforzo è spesso finalizzato a salvare quello che abbiamo. E allora se una volta a carnevale si faceva una sfilata con venticinque carri, oggi facciamoci il fegato marcio per riuscire a farne almeno mezzo. Se una volta la domenica pomeriggio si pensava di dover ingrandire l’oratorio tanti erano i bambini e gli adolescenti che si accalcavano, oggi teniamoci stretti almeno i sette bambini e i due adolescenti che ci sono rimasti. Se una volta non potevi nemmeno pensare di tener chiuso l’oratorio un sabato sera perché avrebbe provocato la rivoluzione armata di centinaia di teenagers che ancora non si chiamavano così, oggi bisogna davvero ribadire che “così non si fa!” a quei cinque che invece di venire in oratorio sono andati alla festa di compleanno della loro compagna di classe, trasformando la serata adolescenti in serata educatori.
Siamo preoccupati di resistere, di difendere quello che abbiamo, di non perdere quel poco che ci consente di dire che siamo ancora in vita. Siamo angosciati dalla paura che non si faccia più nulla, dalla paura che non ci sia più nulla. E la cosa più importante diventa “fare qualcosa”. Non importa la finalità, non importa la modalità. Fa niente se nelle relazioni tra le persone emergono le dinamiche più lontane dallo spirito del Vangelo. L’importante è salvare quello che c’è, quello che rimane, quello che non c’è più.
In questa Pasqua vorrei chiedere per la nostra Chiesa, per la Chiesa che siamo noi e che ciascuno di noi, preti o laici, a suo modo contribuisce a costruire, la grazia di comprendere cosa significhi assumere questo atteggiamento di Gesù che sceglie di non salvare sé stesso ma di donarsi fino a morire. E allora risorge. Di comprendere cosa significhi nella nostra realtà quotidiana di Chiesa rinunciare a difendersi, rinunciare a barricarsi, rinunciare a resistere, accettando di morire per poter risorgere, accettando di perdere la vita per poterla ritrovare.
La tentazione di una vita che risorge senza passare dalla morte è forte. È la stessa tentazione che prende Pietro quando a Gesù che annuncia la sua passione risponde: “Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai!” (Mt 16,22). Ma altrettanto forte è la reazione del Signore, che zittisce Pietro col peggior appellativo che Gesù abbia mai riservato ad alcuno: “Satana”. La colpa di Pietro è di non pensare “secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mt 16,23), di pensare a una vita che schivi la morte e a una morte che sia la fine di tutto.
La morte può non essere la fine di tutto, può essere feconda, può aprirsi alla risurrezione. Ma perché questo avvenga devono esserci due precise condizioni:

  1. La morte non deve essere subita, tra frotte di lamentele ma deve essere accolta, deve essere scelta consapevolmente nell’affidamento a Dio Padre, nella fiducia che lui saprà trarre vita da ciò che muore.
  2. La morte non dovrà far venir meno l’amore. Come per Gesù la morte annienterà tutto, ma non dovrà annientare l’amore. Gesù muore sulla croce ma il suo amore, la sua benevolenza verso tutti, anche verso chi lo stava crocifiggendo non muore, anzi, nella morte risplenderà come mai prima.

Questo il mio augurio per le nostre comunità: di smetterla nel tentativo di salvarci, di accettare e scegliere nella fiducia al Padre la morte di ciò su cui siamo arroccati, curandoci solo di custodire l’amore gli uni per gli altri, unico criterio in base al quale tutti sapranno se siamo figli del risorto (cfr Gv 13,35). Allora lo Spirito soffierà nel sepolcro e ciò che è morto tornerà in vita. Allora sarà Pasqua.

Editoriale scritto per il sito Aquilaepriscilla.com