Capita spesso in oratorio di discutere della messa della domenica. Dopo aver passato in rassegna le responsabilità dei genitori che non mandano i figli a messa, dei genitori che li mandano e li vengono a riprendere quando è finita, dei genitori che ti chiedono se è davvero indispensabile per il percorso di catechesi svegliarsi così presto la domenica, si passa normalmente a valutare la celebrazione nel merito. E solitamente viene detto che la messa non è coinvolgente. Se almeno il prete scendesse dall’altare a fare la predica… Se i canti fossero migliori… Se si facesse qualcosa per renderla più attraente…
Capita spesso in oratorio di provare a trovare la spiegazione a perché a catechismo i ragazzi facciano così fatica a seguire quello che viene proposto. Dopo esserci ricordati che i bambini arrivano stanchi per tutte quelle ore di scuola, che sono troppo sballottati tra piscine, campi da calcio e lezioni di musica, che anche le famiglie spesso non sono di supporto, si passa poi a considerare come avviene l’ora di catechismo. E normalmente si dice che forse bisognerebbe trovare modalità più accattivanti, utilizzare strumenti nuovi in grado di catturare la loro attenzione, trovare forme per rendere il catechismo più coinvolgente…
Capita, meno spesso, in oratorio di confrontarmi coi genitori degli adolescenti sulle proposte per i loro figli. E dopo che per una buona mezz’ora ho provato a spiegare il senso delle iniziative, il valore educativo di alcune scelte, gli aspetti importanti da curare in un percorso di crescita, quando chiedo loro un parere la maggior parte degli interventi sottolineano che servirebbero più momenti in cui i ragazzi possono stare insieme, perché sono proprio contenti quando si trovano tra loro, dopo una pizzata non vorrebbero venire via dall’oratorio, funziona proprio organizzare momenti aggregativi perché riescono ad avere una forte presa su di loro. Invece se si tratta di andare a messa o a catechismo… D’altronde hanno sedici anni…
Il dato che emerge da quello che capita spesso in oratorio è la grande attenzione che poniamo all’appetibilità delle proposte, alla loro capacità di intrattenere. Tra tutti i criteri possibili per valutare le iniziative, non tanto in una sede di verifica quanto nella sensibilità comune, questo mi sembra senza dubbio quello più preso in considerazione.
Che gli oratori si preoccupino di fare proposte attraenti e cerchino di trovare modalità nuove è senz’altro un pregio. L’insistenza trasversale e corale su questo aspetto però mi pone qualche domanda. Perché è così importante che le nostre proposte risultino sempre e anzitutto attraenti e accattivanti? Sono almeno due le fatiche che intravedo nascoste dietro questa costante richiesta di intrattenimento, fatiche rispetto alle quali l’intrattenimento è una risposta che ci facilita, ma non una soluzione capace di andare alla radice del problema.
La prima è la difficoltà che abbiamo nel motivare i nostri ragazzi a venire a catechismo o in oratorio. Spesso quando ci domandano perché gli chiediamo di andarci facciamo proprio fatica a rispondergli in modo positivo, a rispondergli cioè trasmettendo loro il senso profondo e autentico che queste proposte hanno, e cioè l’importanza che ha anzitutto per noi un cammino di crescita umana e cristiana. I nostri ragazzi sono fenomenali nel capire se dietro ciò per cui gli chiediamo di fare fatica c’è una motivazione autentica oppure no. La fatica a motivare la partecipazione alle iniziative in oratorio, che nasconde la nostra fatica di adulti di comprenderne realmente il senso, è il primo motivo per cui vorremmo che le proposte fossero sempre accattivanti e attraenti: se i ragazzi vi aderissero spontaneamente non avremmo noi il problema di dovergli spiegare perché.
La seconda difficoltà è quella di chi in definitiva è convinto che ciò che importa è che i ragazzi frequentino l’oratorio perché è un ambiente che riteniamo positivo e protetto. Non importa cosa si fa in oratorio, non importa che iniziative si propongono, l’importante è che vi si partecipi. Quasi che sia sufficiente frequentare un certo ambiente per progredire in un cammino educativo. Si capisce allora perché si insiste sull’intrattenimento: se tanto mi dà tanto, se l’importante è che i ragazzi frequentino, allora troviamo le modalità per rendere il più attraente possibile l’oratorio, così che ci vengano volentieri. L’inghippo sta nell’illusione di credere che l’importante sia frequentare l’ambiente. Ci fa stare tranquilli sapere che nostro figlio è in oratorio e non per strada, ma non basta questo perché si realizzi un percorso di crescita. Per lo stesso motivo per il quale non basta andare a scuola per apprendere quello che viene insegnato. Serve impegno, costanza, capacità di accettare la fatica e di mettersi in gioco. E questo non potrà mai essere immediatamente attraente, in nessun caso.
Questo forte accento dato all’intrattenimento è sintomo della nostra fatica a percepire il senso di quello che proponiamo. È la tentazione di semplificare qualcosa che è invece complesso e che ci chiama in causa in prima persona nelle nostre convinzioni più intime. Certo, se vogliamo che nostro figlio vada in oratorio una proposta attraente ci semplifica il compito di convincerlo. Ma non risponde alla domanda fondamentale e seria che il ragazzo ci pone quando non ci vuole andare: per te che sei mio padre, mia madre, il mio educatore, che senso ha andare a messa, andare a catechismo, andare in oratorio? Non possiamo più dirgli solamente che lì c’è una proposta accattivante, attraente, perché se la mettiamo su questo piano il mondo oggi è pieno di proposte molto più appetibili e che chiedono molta meno fatica. Serve recuperare in noi stessi il senso autentico di quello che proponiamo e che vogliamo trasmettere ai nostri figli.

Articolo scritto e pubblicato su Aquilaepriscilla.com