Nelle notti che precedono gli esami capita di sognare…
e il sogno più ricorrente, quando sei indietro con lo studio,
è quello di poter fermare il tempo, fermarlo in un punto,
e lasciarlo lì fino a quando non avrai finito il programma dell’esame…
E così nel mio sogno il tempo si è fermato.
Ma nonostante il proposito di utilizzare questo tempo fermo per studiare,
non ho resistito alla tentazione…
sono uscito fuori dalla mia stanza, fuori dalla mia finestra, fuori dalla mia città,
e ho cominciato ad osservare il mondo,
il mondo fermo, in un’istantanea…
E sono rimasto stupito nel contemplarlo.
Passando di casa in casa… di città in città… di continente in continente…
Pensavo che la diversità fosse tra le culture, tra i popoli, tra le nazioni…
e invece mi sono accorto che le diversità più grandi stanno vicine di casa.
In una casa trovi la gioia di una mamma che coccola in suo bimbo,
in quella a fianco la solitudine di un’anziana che non ha più nessuno accanto.
In una cabina di crociera trovi la passione di due sposi in luna di miele,
in quella a fianco la disperazione di un uomo che viaggia per dimenticare…
In una baracca del campo profughi trovi la miseria di cinque fratelli rimasti senza genitori…
in quella a fianco la ricchezza d’animo del giovane volontario che ha scelto di dedicare la sua vita per loro…
Di corsa in stazione trovi l’entusiasmo della giovane al suo primo giorno di lavoro,
sulla panchina lì a fianco il vuoto di un giovane riempito dalla sua bottiglia….
Davanti a uno specchio trovi l’insicurezza dell’adolescente che si chiede se potrà mai piacere a quello lì,
nella camera accanto la rassegnazione di un padre con due mogli alle spalle e nulla di più…
E tornando nella mia camera dopo aver percorso il mondo,
osservo il mio libro che chiede di essere aperto,
osservo la mia stanza, questo angolo specchio di quello che sono,
e mi domando cos’è questa vita, cos’è questo uomo…
e soprattutto che ci sto a fare in questo mondo,
cosa farne della mia vita, una volta che il tempo avrà ricominciato a scorrere…
Author GCossovich
Abruzzo, 6 aprile 2009
Cosa dire?
Cosa dire di fronte a certe immagini? Case sbriciolate, paesi rasi al suolo, cadaveri ai margini della strada avvolti in coperture improvvisate.
Cosa dire di fronte a certe testimonianze? Persone che hanno perso tutto, uomini e donne sconvolti dalla scomparsa improvvisa dei propri cari.
Forse non c’è nulla da dire. Normalmente, in questi casi, accanto al chiasso dei media e alle dichiarazioni di solidarietà si erge un accorato silenzio, consigliato da tutti.
Silenzio perché umanamente è impossibile trovare parole.
Silenzio perché tutto quello che ti sfiora la mente di dire appare estremamente banale e inadeguato di fronte alla realtà.
Ma accanto a questo silenzio delle risposte si erge incontrovertibile il frastuono inespresso delle domande. Quelle domande che sono sempre le stesse da quando è stato creato il mondo, e che nemmeno la migliore delle teodicee potrà mai far tacere. Domande dinanzi alle quali ogni tentativo di difendere Dio cade nell’imbarazzo e muore davanti all’evidenza della realtà.
E allora cosa dire? Cosa può dire un cristiano? Cosa può dire un prof di religione ai ragazzi che gli chiedono “ma se Dio esiste… perché?”… E cosa può dire ogni uomo, di ogni etnia e cultura, di ogni credo e religione di fronte a tutto questo?
Non dice nulla la retorica della croce. Non dice nulla il ricorso alla “sofferenza utile”. Non dice nulla sottolineare da cristiani che “non è Dio a volere tutto questo”, anzi forse peggiora le cose affermarlo: se non puoi prendertela nemmeno con Dio allora a chi ti puoi rivolgere?
E non dice nulla nemmeno il fatalismo, l’arrendevole considerazione sulla caducità dell’uomo e sulla tirannia della natura. Nulla dice lo scetticismo elevato a sistema, sprezzante o sofferto che sia. Neppure un politicamente corretto silenzio ha qualcosa da dire.
Di fronte a questo male parole e silenzio restano vuoti, sterili, insignificanti. E tutti gli uomini, così diversi tra loro, così normalmente agguerriti nel difendere le proprie posizioni, si ritrovano nella stessa identica situazione di incapacità, di impotenza.
Che dunque? Ne usciamo sconfitti? Debellati? Disperati oltre che decimati? Riconoscendo definitivamente la nostra impotenza e la nostra insignificanza? Deponendo le armi, intellettuali o fideiste che siano, e sventolando bandiera bianca di fronte alla vita?
Sarebbe forse la soluzione più logica una volta constatata l’insignificanza di ogni risposta…
Ma poi esci dai tuoi pensieri e provi ad alzare lo sguardo. E ti accorgi che quei paesi devastati dell’Abruzzo non sono solo ammassi di macerie. Sono anche uomini e donne che lottano. Lottano per tentare di salvare ancora qualcuno. Lottano per resistere alla fatica, alle ferite, al dolore. Lottano, continuano a lottare. Si aiutano a vicenda e resistono instancabilmente.
Ma come? Non era tutto inutile? Non era tutto finito? Che cosa vi da quella forza? Che risposta avete trovato a questa sofferenza? Spiegatela anche a noi che non capiamo!
Ma non c’è nessuna risposta da spiegare. Nessun ragionamento da condividere. C’è solo un appello, evidente tanto quanto questa sofferenza. È l’appello a non rimanere fermi ma a mobilitarsi. L’appello a non arrendersi ma a raddoppiare gli sforzi. L’appello di fronte al male a reagire con il massimo di bene possibile.
E allora capisci che questo mondo non ha bisogno di parole né di incoraggiati silenzi. Ha bisogno di questa reazione. Perché se cerchi di difenderti la sofferenza ti sconfigge. La puoi vincere solo se contrattacchi e dimostri a te e a chi ti sta intorno che nonostante tutto è ancora possibile lottare, è ancora possibile amare, è ancora possibile sperare.
Mai come in questo momento il mondo ha bisogno di uomini capaci di portare questa speranza. Una speranza che non è da spiegare, non è da zittire, è solo da vivere.
Inconsapevole della tua vera bellezza
Perfetta no. Non lo sei mai stata e continui a rimproverartelo.
Insicura sì, ma non lo ammetteresti mai.
Serbi paure, lì nascoste… ma celate in fondo, al buio… inaccessibili a chiunque…
Ti volti indietro a guardare gli anni passati e con rabbia vi scorgi ostacoli per quello che verrà…
Pesi che ti porti appresso ma che non volevi…
Cose che altri ti hanno cucito addosso e che ti stanno così strette…
Prendi un foglio e disegni chi vorresti essere,
ti guardi allo specchio e non potresti scorgervi immagine più diversa.
E allora ti cammuffi, ti nascondi… per primo a te stessa…
Ti chiudi, ti fortifichi, ti mostri sicura e incontestabile…
Dietro rimmel e fondo tinta,
Dietro lenti e vestiti,
Dietro musica e stili…
E te ne vai, in giro per il mondo,
senza correre rischi così mascherata…
in giro per il mondo… inconsapevole della tua vera bellezza.
Sì, perché non sei bella per come ti mostri,
non sei bella per come cerchi di essere,
per come vuoi farci credere che sei.
Sei bella tu, non la tua immagine.
Sei bella in quello specchio, non nel tuo disegno.
Sei bella quando alla sera guardi dentro te e non ne vieni a capo,
quando ti chiedi perché e non trovi risposte,
quando tremi, e hai paura, e gli occhi ti si bagnano…
e vorresti di più… e sei attratta da meglio… che non sai cos’è ma che è così forte…
come una nostalgia anonima, come un anelito inesprimibile…
Sei bella lì, quando sei tu, tu e nient’altro che tu.
Rimarrebbe abbagliato dalla tua bellezza il mondo se avessi il coraggio di mostrarti così,
senza pretendere di essere perfetta, senza cerare di essere diversa,.
Con quel passato, con questa storia,
con quel carattere, con questo aspetto…
Così, di fronte al mondo,
sapendo di esser fragile,
sapendo di essere insicura,
sapendo di avere paura.
Ma consapevole che solo così quando qualcuno si innamorerà di te
sarai veramente tu la sua amata..
Perché se uno si innamora della bellezza che tu cerchi di ostentare
prima o poi rimarrà deluso.
Se uno si innamora della bellezza che sei ma che hai paura di mostrare,
forse perché troppo preziosa, forse perché troppo tua,
la contemplerà per sempre in ogni tuo gesto,
e anche a te apparirà splendente,
riflessa nei suoi occhi.
Grazie Neve!!
E anche stavolta, Neve, ci hai obbligato a fermaci.
Eravamo pronti a ricominciare freneticamente dopo le feste
e invece ci hai bloccato, hai impedito che tutto tornasse subito come prima.
E forse per alcuni è una seccatura.
Per alcuni solo un ostacolo da superare…
Ma forse, se siamo in grado di cogliere l’attimo, sapremo non lasciarci sfuggire questo dono…
Sì, questa grande occasione!
L’occasione di fermarsi. Fermarsi e contemplare.
Contemplare il tuo candore, che riveste tutte le cose…
Quasi a volerle purificare!
Contemplare la lucentezza che rifletti da ogni parte…
Quasi a voler far risplendere di luce tutto il mondo!
E come stride questo con le nostre città! Come stride con il nostro cuore affannato!
E allora, grazie Neve!!
Grazie, perché in mezzo alla frenesia del mondo
ci dai l’opportunità di fermarci… e contemplare la Bellezza.
Quella Bellezza che tu porti su tutto ciò che tocchi…
Quella Bellezza che è ancora in grado di stupirci… di farci sognare…
Quella Bellezza che ci fa ricordare la gioia di quando eravamo bambini…
Quando, Neve, eri attesa… desiderata… accolta con un entusiasmo straordinario…
E non temuta perché sconvolgi i nostri piccoli schemi… i nostri sterili ritmi…
E fa niente se tra qualche giorno tutto sarà finito…
Fa niente se tra poco tutto tornerà grigio e spoglio come prima…
Sta a noi ora il compito di portare nel mondo quella Bellezza…
Sta a noi ora il compito di far risplendere di luce tutto ciò che tocchiamo…
Un giorno sulla terra, dieci anni nel mare…
Un giorno sulla terra, dieci anni nel mare…
Così finisce la grande saga dei Pirati dei Caraibi.
Un giorno, uno soltanto… sulla terra….
La terra ferma, asciutta, sicura…
senza incertezze, senza pericoli, senza dubbi…
senza quel flusso di onde che ti fanno traballare…
senza essere in balia di correnti che non sai gestire…
senza temere l’esplosione della furia del mare… della tempesta… dell’uragano…
Un giorno… un giorno sulla terra….
Sulla terra dove c’è l’amore… l’amore lì ad attenderti…
E solo un giorno per poterlo vivere… per poterlo assaporare… gustare…
E poi dieci lunghi anni di mare…
Dieci anni di insicurezza… di incertezza…
in balia delle onde… del vento… dell’uragano…
E con in testa il ricordo di quel giorno…
L’unica cosa che ti dà speranza…
L’unica cosa per cui val la pena di vivere…
In attesa di quel giorno, che hai assaporato ma che sembra non arrivare mai…
E però lì quel dubbio, quella domanda:
Nel bel mezzo dell’oceano che ti sbatte e ti porta dove vuole,
nel bel mezzo della tempesta che non ti fa perdere la speranza…
nel bel mezzo della corrente che non sai dove ti sta portando,
l’unca speranza è vivere nostalgici di quel giorno sulla terra aspettando il successivo?
O la sfida vera, la sfida della vita, è portare nel bel mezzo dell’oceano e dell’uragano la pienezza e la grandezza di quel giorno?
Punto di domanda
Punto di domanda!
Lì, sempre lì… alla fine di ogni giornata… alla fine di ogni momento…
Un punto di domanda!
E ti chiedi perché la tua vita debba essere accompagnata da un segno così crudele…
Un segno che non ti permette di startene tranquillo,
che non ti fa mai sentire a posto,
che rovina ogni autosufficienza,
che si prende gioco di ogni certezza…
Punto di domanda. Piccolo segno che resti lì… punto fisso delle mie giornate… della mia vita…
ma che forse alla fine sei il segno più giusto.
Non una virgola, che ci passi sopra senza neanche accorgerti…
Non un “due punti” che ti spiega quello che viene dopo…
Non un “punto e virgola” che ferma il tempo, anche se per poco…
Non un punto esclamativo, carico di certezze…
Non un punto fermo che conclude ogni discorso…
La vita non può essere altro che un punto di domanda…
Sempre aperto a qualcosa di nuovo…
Sempre lì stuzzicante a non lasciarti in pace…
Mai sicuro… mai finito… mai arrivato…
Un piccolo punto di domanda…
forse l’unica salvezza per non cadere nell’insignificanza di una virgola o nella morte di un punto fermo…
forse l’unico segno che tiene ancora in vita il tuo desiderio di qualcos’altro,
la tua utopia che non sia vero che “è tutto qui”,
il tuo pazzo sogno che qualcosa di meglio, qualcosa di grande, qualcosa di bello e felice sia davvero possibile…
E’ possibile?
Già… alla fine resta sempre un punto di domanda…
