È di questi giorni la pubblicazione su Repubblica dei risultati di un sondaggio sui giovani condotto dall’Osservatorio di Demos-CoopPer la verità non è che dica gran che di nuovo o sconvolgente, niente che non siamo già abituati a sentirci dire insomma; ma proprio per questo forse è opportuno farci su qualche riflessione, per non cadere nel rischio di liquidare troppo rapidamente questo tema con un “ah… come sono questi giovani di oggi!” e lavarci così la coscienza.

Premessa necessaria è che, nonostante nel sondaggio si dica che ormai la giovinezza duri addirittura fino ai 52 anni (!!!), io ne ho “solo” trentadue ma ho l’azzardo di considerarmi “già” adulto, quindi persona che ha una responsabilità nei confronti di chi è più giovane. Quello che scrivo sul mondo adulto quindi lo rivolgo anzitutto a me stesso.

Il primo pensiero che mi è venuto leggendo il titolo dell’articolo sul sondaggio – “no a politica e religione per i giovani” – è stato: guarda come sono straordinariamente abili i nostri ragazzi a capire cosa è davvero importante per gli adulti e cosa no!
I dati del sondaggio riportano che la politica riveste una certa importanza appena per il 14% degli intervistati, mentre la religione solo per il 7%. Forse c’è chi sgranerà gli occhi e rabbrividirà di fronte a un dato del genere… ecco a queste persone vorrei chiedere: in che mondo vivete?

Parliamo della politica: chi c’è che, non nei talk show (che i giovani per legittima difesa non guardano), ma nel dialogare quotidiano, parla bene della politica? Ne parla cioè come qualcosa di valore, affascinante, per cui vale la pena spendersi, impegnarsi, giocare la vita? Il discorso sulla politica e sui politici è oggi il regno della lamentela, del luogo comune, della generalizzazione indistinta, quando non, assai spesso, dell’invettiva e dell’accusa. Come possiamo pretendere che un giovane consideri importante la politica in un contesto del genere? Il dato del 14% stupisce quasi per ampiezza!

Quanto alla religione, parlavo di questi temi qualche giorno fa con un amico, che a un certo punto mi ha chiesto: ma perché mai oggi un giovane dovrebbe venire in Chiesa? Mi ha spiazzato un po’ questa domanda, abituato a chiedermi piuttosto perché un giovane in Chiesa non ci non viene. Ma a pensarci bene è la domanda più intelligente e che meglio chiarisce il dato del 7%. Cosa vede, cosa trova nella Chiesa oggi un giovane? Cosa offre la Chiesa di interessante ai suoi occhi? Forse i fiumi di parole e di elucubrazioni di cui sono impregnate le nostre omelie e le nostre catechesi? Gli incontri a frequenza obbligatoria “se no non puoi ricevere il sacramento”? L’insistenza su quello che, “secondo la Chiesa”, si deve e non si deve, si può e non si può fare? Come può apparire significativo scegliere di essere cristiani se poi, nella vita di tutti i giorni, accade che la differenza tra chi va in Chiesa e chi non ci va è troppo spesso invisibile? I cristiani si lamentano come gli altri, sparlano l’uno dell’altro come gli altri, dividono le persone tra “in” e “out” come gli altri, insultano l’arbitro alla partita del figlio come gli altri, difendono strenuamente i propri spazi di potere come gli altri, non pagano le tasse come gli altri, non vogliono gli immigrati come gli altri… solo che, più degli altri, si svegliano presto la domenica mattina per andare a Messa… Se tanto mi dà tanto, se non si riesce a capire come concretamente e visibilmente essere cristiani migliori la vita e non la appesantisca, perché mai un giovane dovrebbe scegliere di esserlo?

“Si evangelizza per attrazione”, ha scritto ormai quattro anni fa (!) Papa Francesco in Evangelii Gaudium. Ma l’abbiamo liquidata come una trovata un po’ strampalata di un Papa argentino che non capisce la nostra realtà di Chiesa. E allora andiamo avanti a tentare di evangelizzare per esasperazione, chiedendoci poi, sinceramente coinvolti, cosa mai ci sia che non funziona.

La fede, così come il valore della politica, si trasmette di padre in figlio, da una generazione a quella successiva. E così come, nell’era della comunicazione, se uno spot pubblicitario non è in grado di risultare attraente la responsabilità non è attribuita al pubblico che lo guarda ma a chi ha creato quello spot, così, pur consapevoli che la trasmissione della fede è cosa differente dalla pubblicità, è comunque più opportuno soffermarci sulla coerenza e la credibilità di noi cristiani adulti, prima di puntare il dito contro i giovani. Nella consapevolezza che, per fortuna, esperienze belle di un cristianesimo convincente, capace di essere attraente per un giovane, esistono. Forse ancora troppo isolate, troppo legate all’iniziativa e al carisma dei singoli e distanti dall’ordinario; ma ci sono, a testimonianza che l’impresa non è impossibile. A patto che accettiamo di metterci in gioco fino in fondo e senza riserve.

Il prossimo Sinodo sui giovani può essere una buona occasione per iniziare a ragionare in modo diverso.

Articolo pubblicato su Vinonuovo.it